27/09/2016, 12.57
CINA - VATICANO
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Sacerdoti e fedeli in Cina criticano i nuovi Regolamenti sulle attività religiose

di Bernardo Cervellera

Il 7 ottobre i Regolamenti verranno messi in atto. Le critiche mostrano la contraddizione fra l’enfasi della Costituzione, che afferma esserci in Cina la libertà religiosa e i Regolamenti che sono una serie di limiti posti alla sua espressione. L’opera del Consiglio di Stato sulle religioni è “illegale”. Si domanda una legge che riconosca il diritto anche alle chiese domestiche (sotterranee) e a tutte le religioni, non solo alle 5 riconosciute dal governo di Pechino.

Roma (AsiaNews) – I nuovi Regolamenti sulle attività religiose che saranno varati il 7 ottobre prossimo sono una contraddizione in sé: mentre esaltano la libertà religiosa goduta da ogni cittadino cinese, iscritta in teoria nella costituzione, in realtà essi sono “un modo per restringere la libertà religiosa del popolo”.

All’inizio del mese il Consiglio di Stato ha diffuso una bozza di Regolamenti tesi a controllare ogni aspetto della vita delle comunità: gruppi, personale religioso, luoghi di culto, edifici, statue, mettendo in guardia da azioni “terroriste” e “separatiste” (v. musulmani nel Xinjiang e buddisti tibetani) e rivendicando nessun “legame con l’estero” in piena autonomia.

Il governo ha chiesto “pareri” alla popolazione e i pareri e i commenti giunti sono quasi tutti negativi. Nonostante ciò, come ha commentato un membro del Partito ad AsiaNews, le bozze sono “in realtà il testo definitivo” e non subiranno alcuna correzione.

P. Chen (un sacerdote del nord-est della Cina), dice che per i Regolamenti avviene “come dice un proverbio cinese: Chiamare cavallo un cervo. Nel regno del secondo imperatore della dinastia Qin (221-207 a.C.), il primo ministro Zhao Gao, ossessionato dall’ambizione, pensò a un modo per provare il suo potere sui suoi ministri. Così chiamo cavallo un cervo e nessun ministro osava dire il contrario o discuterne. Al contrario, quanto da lui detto veniva ripetuto da molti”.

Allo stesso modo, sebbene fin dal 2005 – quando sono stati attuati i primi Regolamenti a livello nazionale – continuano a piovere critiche sui limiti che essi pongono alla libertà religiosa, lo Stato continua a dire che essi sono un modo per sostenere tale libertà. “La Costituzione dello Stato – dice p. Chen - afferma che tutti i cittadini godono il diritto alla libertà religiosa, i Regolamenti non dovrebbero apparire come un modo per restringere la libertà religiosa del popolo”.

In realtà, commenta un altro sacerdote della Cina centrale, “i Regolamenti per la attività religiose servono per il controllo del governo sulle religioni. Per quanto i Regolamenti vengano rivisti, essi sono là per controllare le religioni. E’ solo un vecchio vino in otri nuovi (un cambiamento di forma, ma non di sostanza), un semplice luogo comune”.

Il divario fra Costituzione e regolamenti appare in diverse altre critiche. Vincent, un laico di Guangzhou, fa notare che “la Cina è un Paese in cui Stato e religione sono separate; poiché la libertà religiosa e il credo religioso sono una materia personale, per regolare le attività dei gruppi religiosi, ci si dovrebbe basare sulla Costituzione e sul Codice di legge criminale e sulle leggi religiose; e non si dovrebbe imporre a tali gruppi, soprattutto sacerdoti e personale religioso di entrare quelle organizzazioni non legate alla religione o incompatibili con la fede [le associazioni patriottiche – ndr]”.

Alcuni mettono in discussione l’autorità del Consiglio di Stato in materia religiosa. Intervistato da Rfa, l’avvocato Li Guisheng, cristiano protestante, precisa: “Il governo, il Consiglio di Stato in teoria non avrebbe il potere di limitare i diritti costituzionali dei cittadini”. Sarebbe bene non utilizzare sempre e solo regolamenti, ma stilare una legge sulla libertà religiosa. Ma “il Consiglio di Stato – afferma Li - è parte dell’esecutivo e non ha poter di emanare leggi. Solo l’Assemblea nazionale del popolo può farlo in seduta plenaria”.

Per Vincent, “il Consiglio di Stato, non può restringere le attività religiose in modo così illegale”.

La necessità di una legge vera e propria è percepita da tanti, come l’accademico Liu Peng.

Tale legge dovrebbe scardinare la differenza fra “attività religiose normali” e quelle “illegali” (operate dalle comunità sotterranee, non riconosciute dal governo), proteggendo i diritti e gli interessi delle chiese domestiche [che sono ritenute “illegali” dagli attuali regolamenti]. In più, la legge “dovrebbe riconoscere l’esistenza e gli interessi di quelle minoranze al di fuori delle cinque maggiori religioni. In Cina, infatti, il governo riconosce solo il buddismo, il taoismo, l’islam, il cristianesimo protestante e il cristianesimo cattolico. Altre religioni (cristianesimo ortodosso, induismo, ebraismo, ecc…) vivono in un limbo legale, pur essendo ormai veri e propri gruppi religiosi. “Non c’è nazione al mondo – conclude Vincent - dove si può credere solo nelle religioni che decide il governo!”.

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