21/01/2015, 00.00
YEMEN

Sanaa nel caos, i ribelli sciiti attaccano il palazzo presidenziale. Condanna dell'Onu

Il leader ribelle Abdel Malek al-Houthi parla di fase “critica” del Paese e accusa il presidente Hadi di mettere i propri interessi davanti al bene della popolazione. Ieri violata la fragile tregua, con l’attacco alla residenza del capo dello Stato. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite conferma il sostegno ad Hadi, autorità “legittima” del Paese.

Sanaa (AsiaNews/Agenzie) - Lo Yemen vive una fase "critica" della propria storia e in questi giorni "si potrebbe decidere il futuro del Paese". È quanto afferma il leader dei ribelli sciiti Abdel Malek al-Houthi, il quale accusa il presidente Abdrabbuh Mansour Hadi e le autorità di governo di mettere i propri interessi davanti al benessere della popolazione yemenita. In precedenza i ribelli Houthi avevano assunto il controllo della residenza del capo dello Stato e attaccato a colpi di granata la dimora privata del presidente, con l'obiettivo di rovesciare l'esecutivo al potere. Il Consiglio di sicurezza Onu ha condannato il raid e confermato il sostegno al presidente Hadi. 

Rivolgendosi alla nazione, il leader Houthi punta il dito contro la leadership politica a Sanaa, colpevole di aver diffuso ai più alti livelli "corruzione e tirannia". "La nazione - aggiunge - ha iniziato a muoversi verso una condizione tragica e il collasso totale. La situazione è peggiorata su tutti i fronti, politico, sociale, economico, nella sicurezza". 

Il capo del movimento ribelle sciita accusa inoltre il governo di incoraggiare la diffusione di al-Qaeda nello Yemen, un Paese considerato strategico dagli Stati Uniti nella lotta al movimento terrorista di matrice islamica. "Li hanno aiutati a svilupparsi in tutte le province - accuse Houthi - e il presidente si è rifiutato di dare l'ordine all'esercito di sferrare una guerra contro di loro". 

Gli Houthi sono un gruppo etnico di religione sciita originario del nord dello Yemen, appartenenti alla comunità Zaidi; dal 2004 promuovono attacchi contro il potere centrale e le milizie filo-governative sunnite. Durante la rivolta del 2011 hanno acquisito un potere e una autonomia crescenti nella provincia settentrionale di Saada, infliggendo anche pesanti sconfitte ai tribali sostenuti dall'Islah nella vicina provincia di Amran. Nel settembre scorso essi hanno invaso la capitale, senza però strappare al presidente e al governo i centri chiave del potere. 

I pesanti bombardamenti di ieri sono giunti a sole 24 ore di distanza dall'accordo per il cessate il fuoco raggiunto dai ribelli Houthi e dalle guardie presidenziali; una fragile tregua che non sembra destinata a durare, mentre il Paese precipita sempre più nel caos. In un comunicato sottoscritto da tutti e 15 gli Stati membri, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che il presidente Hadi è "l'autorità legittima" alla guida del Paese e invita tutti gli attori a "mantenere la nazione nel solco della stabilità e della sicurezza". 

Dalla caduta dell'esecutivo guidato da Saleh, avvenuta dopo 33 anni consecutivi nel 2012, i membri del governo nazionale hanno cercato di contrastare la crescente presenza di al Qaeda nello Yemen, spesso con l'aiuto di attacchi compiuti da droni statunitensi. Nel novembre 2014 si è formato un nuovo governo, che sta cercando di calmare le tensioni politiche nazionali. In un quadro mediorientale contraddistinto da violenze e focolai di guerra, per Washington e i Paesi arabi la stabilità dello Yemen resta una priorità, per la vicinanza con l'Arabia Saudita e la presenza di rotte commerciali marittima (attraverso il golfo di Aden) di importanza strategica. 

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