01/12/2015, 00.00
MYANMAR
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Shan, uomini armati sequestrano 50 civili. Migliaia in fuga dai combattimenti

di Francis Khoo Thwe
Il raid è avvenuto nei giorni scontri in un’area di conflitto tra esercito birmano e milizie ribelli. Al momento resta ignota l’identità degli assalitori. Le milizie Shan sono fra quelle che non hanno firmato il cessate il fuoco nazionale con il governo uscente. Attivisti: nell’area crimini di guerra. Cardinale birmano: "Pace, priorità del nuovo esecutivo a guida Nld".

Yangon (AsiaNews) – Un gruppo di uomini armati, non identificati, ha compiuto un raid in un villaggio dello Stato Shan, nella zona orientale del Myanmar, sequestrando 50 uomini. L’azione criminale si inserisce in un contesto di violenze crescenti nell’area; attivisti e associazioni pro-diritti umani puntano il dito contro l’esercito governativo, accusando i soldati di “crimini di guerra” contro civili nella regione. Il rapimento di gruppo è nei giorni scorsi – ma la notizia è emersa solo ieri - in alcuni villaggi della periferia di Lashio, il centro più importante e popoloso della regione a minoranza etnica.

Raggiunta da Radio Free Asia (Rfa) una donna del villaggio Kaungkha, fra quelli interessati dal raid del gruppo, riferisce che l’attacco è avvenuto nella notte del 26 novembre e gli abitanti della zona sono fuggiti in preda al panico. La testimone aggiunge inoltre che, a causa della confusione, non è stato possibile determinare l’identità degli assalitori.

Nelle scorse settimane l’area dell’attacco è stata teatro di violenti scontri fra l’esercito birmano e le milizie etniche Shan (lo Shan State Army-North, SSA-N). Il gruppo, braccio armato del movimento politico Shan State Progressive Party (SSPP), è fra i movimenti legati alle milizie etniche che non hanno voluto sottoscrivere l’accordo per il “cessate il fuoco nazionale” con il governo birmano uscente.

La firma è giunta il 15 ottobre ma diversi fra i gruppi etnici non hanno voluto aderire al documento; la pacificazione delle aree abitate dalle minoranze etniche (Shan, Kachin, etc) sarà una delle principali sfide che si troverà ad affrontare il nuovo governo uscito dalle elezioni dell’8 novembre scorso, che vedrà per la prima volta al potere Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia (Nld).

Le violenze nella zona centrale dello Stato Shan (che includono sparatorie e stupri) hanno causato la fuga di oltre 10mila civili. In concomitanza con  i sequestri, gruppi attivisti e movimenti vicini alla minoranza Shan  si sono riuniti a Bangkok capitale della Thailandia, per un meeting internazionale. Nel contesto dell’incontro i leader hanno accusato il Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – di “crimini di guerra” e hanno invitato la comunità internazionale a “rompere il silenzio” sulla vicenda.

La pacificazione del Paese è una delle priorità emerse anche nel messaggio lanciato dal card Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, nel messaggio ai fedeli diffuso all’indomani del voto. Rivolgendosi ai fedeli il prelato ha detto di “pregare” per il compito che toccherà ai nuovi leader, chiamati a “guarire la nazione” martoriata da guerre e violenze. “Estrema povertà, guerre e sfollati –avverte il cardinale – i diritti negati a una gran parte della nostra popolazione e decenni di conflitti nelle aree etniche” costituiscono “sfide enormi” che vanno affrontate e vinte.

Il Myanmar è composto da oltre 135 etnie, che hanno sempre faticato a convivere in maniera pacifica, in particolare con il governo centrale e la sua componente di maggioranza birmana. In passato la giunta militare ha usato il pugno di ferro contro i più riottosi, fra cui i Kachin nell'omonimo territorio a nord, lungo il confine con la Cina, e più di recente con i ribelli Kokang nello Stato Shan, dove il presidente uscente Thein Sein ha dichiarato l’emergenza.

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