31/10/2014, 00.00
SIERRA LEONE - FILIPPINE
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Sierra Leone, sacerdote filippino: Resto qui e sfido l'ebola per i miei fedeli

P. Anthony Patrick S. Santianez, dal 2008 nel Paese africano, conferma la fedeltà alla propria vocazione. Mentre il governo filippino ordina il rimpatrio dagli Stati epicentro dell’epidemia, egli non intende abbandonare “le pecore in balia dei lupi”. Ai concittadini chiede una preghiera di sostegno.

Makeni (AsiaNews) - Fedele alla sua vocazione, un missionario filippino in Sierra Leone - uno dei tre Paesi dell'Africa più colpiti dal virus Ebola - rifiuta di tornare in patria, al sicuro dai contagi, perché un "buon pastore" non abbandona mai le sue pecore in balia dei lupi. "Resterò in Sierra Leone. Sono tuttora convinto che questo non è il momento di lasciare il Paese" sottolinea p. Anthony Patrick S. Santianez, in un post pubblicato sul social network Facebook. Il sacerdote saveriano, originario di Calbayog, nella provincia di Samar, non lascia spazio a dubbi o incertezze, confermando a tutti di essere pronto a morire per la missione. 

Il buon pastore, spiega il sacerdote filippino (nella foto), "sacrifica la propria vita per le sue pecore, se necessario"; per questo non intende rispondere all'appello lanciato dal governo di Manila, che chiede a tutti i concittadini presenti in Sierra Leone, Liberia e Guinea di lasciare la zona e rientrare nelle Filippine. "La mia risposta - chiosa - è e sarà sempre no!". 

P. Anthony, come già più volte ripetuto in passato, spiega di temere in modo sincero per la propria salute e la propria vita, ma non intende per questo abbandonare i parrocchiani alla loro sorte, soprattutto in questo momento di grande bisogno. Interpellato da CbcpNews egli ha aggiunto che per un attimo, in passato, ha pensato di tornare ma una "toccante petizione" mossa da una delle sue "pecorelle" lo ha spinto a cambiare idea. 

Secondo il sacerdote, giunto per la prima volta nel Paese africano il 24 giugno 2008, terminati gli studi di teologia all'università di Manila, l'epidemia di Ebola è una buona opportunità per testimoniare vicinanza e solidarietà alla popolazione locale. "Mi ha sorpreso anche l'appello di mia madre - aggiunge p. Anthony - che mi ha pregato di restare qui. Ho capito che era la voce di Dio che parlava attraverso mia mamma". 

Vice-parroco della chiesa di san Guido Maria Conforti a Makine, il missionario amministra i sacramenti, insegna catechismo e visita singoli e famiglie in tutta la diocesi. E dalla Sierra Leone egli chiede ai concittadini nelle Filippine "solo la preghiera", la vera fonte di conforto e mezzo concreto per affrontare e superare le difficoltà. 

L'ebola è un virus molto aggressivo che causa febbri emorragiche e ha una percentuale molto alta di mortalità; il ceppo attuale ha una incidenza attorno al 70%, ma può arrivare sino al 90%. Finora ha ucciso 4.922 persone, ma il dato reale potrebbe essere anche maggiore. Il primo caso di contagio si è avuto lo scorso febbraio in Guinea, per poi diffondersi in Sierra Leone e Liberia. Esso si diffonde entrando in contatto con il sangue e i fluidi corporei dei soggetti infetti. Non esiste una cura efficace e l'epidemia degli ultimi mesi ha spinto l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarare emergenza internazionale.

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