21/09/2020, 14.45
CINA
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Tempio di Shaolin: Gigante dell’abbigliamento non può usare il nostro marchio

Per i monaci è un evidente furto di proprietà intellettuale. Il monastero è la culla del kung fu, reso celebre da Bruce Lee. Tra le critiche, l’abate Shi Yongxin ha trasformato il complesso in un’impresa globale. L’accusa è un duro colpo per la compagnia Semir, già piegata dal Covid-19.

Pechino (AsiaNews) – Il tempio buddista di Shaolin accusa un gigante cinese dell’abbigliamento di sfruttare in modo illegale il proprio marchio “Shaolin Kungfu”.  Da agosto, la Semir usa la griffe per una linea di vestiario giovanile: secondo i monaci si tratta di un evidente furto di proprietà intellettuale, dato che l’azienda non ha mai richiesto l’autorizzazione al monastero.

Situato nell’Henan, il tempio è noto per essere il luogo di nascita (nel 495 d.c.) del kung fu, l’arte marziale resa celebre a livello mondiale da Bruce Lee e dagli attori Jackie Chan e Jet Li. L’abate Shi Yongxin, chiamato il “l’amministratore delegato di Shaolin”, ha trasformato il monastero in un’impresa globale: negli ultimi 23anni, il complesso buddista ha registrato 666 marchi. 

Shi ha investito i proventi delle attività commerciali in proprietà immobiliari all’estero e in Cina; per tale condotta si è attirato le critiche dei puristi. Nel 2017,  le autorità dell’Henan hanno dichiarato falsi alcuni capi d’accusa mossi nei suoi confronti. Oltre che per aver commercializzato un luogo sacro e per il suo stile di vita dispendioso, un gruppo di monaci ha accusato Shi di avergli estorto dei soldi, finiti poi alle proprie amanti, con cui avrebbe avuto anche dei figli.

Prima della pandemia di coronavirus, il tempio attirava 1,5 milioni di turisti l’anno. Secondo il China Business Journal, nel 2017 esso aveva incassi per un valore di circa 37,5 milioni di euro. Il complesso, che è patrimonio mondiale dell’Unesco, guadagna soldi anche dai film che a volte vengono girati al suo interno, e da corsi ed esibizioni di kung fu che si svolgono in tutto il mondo.

Per la Semir, la denuncia dei monaci Shaolin rappresenta un duro colpo. A causa della pandemia, la compagnia dello Zhejiang ha chiuso un decimo dei suoi 7.500 negozi, e nei primi sei mesi dell’anno ha registrato un crollo dei profitti del 97% rispetto allo stesso periodo del 2019.

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