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  • » 24/12/2010, 00.00

    INDONESIA

    Vescovi indonesiani: gli islamici radicali stanno colonizzando il Paese

    Mathias Hariyadi

    Il vescovo di Padang mette in guardia contro la diffusione dell’ideologia islamica radicale, in modo sistematico e organizzato. Sotto accusa le autorità politiche, incapaci di frenare le violenze. Intanto la polizia dovrà vigilare per timore di violenze anticristiane per il Natale.

    Jakarta (AsiaNews) – Mons. Mathinus D Situmorang, presidente della Conferenza dei Vescovi indonesiani, ha messo in guardia i leader politici contro il grave pericolo per la convivenza sociale causato dalle crescenti azioni violente dei gruppi fondamentalisti islamici. Il vescovo di Padang (Sumatra occidentale), in occasione di una riunione dell’Associazione Studenti Cattolici Universitari Indonesiani, ha criticato “uno Stato senza potere” che non sa fermare le decine di incursioni attuate dai gruppi estremisti contro chiese e cristiani.

    “Nel passato – ha detto il vescovo – l’Indonesia è stata occupata e colonizzata da poteri stranieri. La situazione di oggi non è molto differente, poiché siamo dominati da questi cittadini indonesiani”.

    Di recente decine di seguaci dell’Islamic Defender Front (Fpi) hanno assalito, occupato e sbarrato 2 locali di culto a Rancaekek, Reggenza di Bandung, provincia di Java occidentale. Il vescovo ha spiegato come l’intolleranza religiosa si stia propagando e cresca anche tra la gente comune. Ha detto che questi fondamentalisti non avevano pretesti legali per la loro azione, a parte la circostanza che questi luoghi di culto non avevano il permesso edilizio.

    La situazione peggiora perché le forze di sicurezza non intervengono contro gli islamici, per ragioni che non si spiegano. “Lo spirito dell’intolleranza – ha proseguito – trova terreno fertile per interessi politici”.

    A Parung, Reggenza di Bogor, le autorità locali hanno emanato un divieto ufficiale alla chiesa parrocchiale San Giovanni Battista di svolgere le celebrazioni per il Natale. “Se alcune comunità cristiane in Indonesia tengono le celebrazioni rituali sulla strada o all’aperto, questo deve avvenire solo per motivi di emergenza. Altro è che un’autorizzazione per costruire una chiesa non possa essere ottenuto da anni”. “Se il governo e le autorità locali sono bloccati da ogni gruppo islamico estremista, la situazione peggiorerà e la sovranità dello Stato sarà con probabilità ‘ceduta’ a gruppi illegali che compiranno azioni contrarie alla legge”.

    Alla fine, i circa 3mila cattolici della parrocchia S. Giovanni Battista potranno celebrare il Natale presso le suore locali.

    Il ministro della Difesa Purnomo Yusgiantoro, cattolico, ha negato le accuse e ha affermato che ogni attività violenta sarà punita.

    Ma mons. Situmorang ha insistito nella critica contro “uno Stato senza potere” e incapace ad affrontare il problema. “Noi – ha affermato – siamo orgogliosi di appartenere a una società multiculturale, dove lo spirito di intolleranza tra seguaci di fedi diverse sia ridotto”.

    Oggi, già ore prima dei riti natalizi, nel Paese sono in corso misure di sicurezza, con migliaia di poliziotti dislocati vicino alle chiese. Nella sola Jakarta sono stati schierati almeno 8mila poliziotti, a Bali la polizia presidia ogni zona strategica comprese le chiese.

    Uno studio dell’Istituto Setara per la Democrazia e la Pace avverte che, sebbene le azioni violente siano state compiute soprattutto dal famigerato Fpi, molta gente è preoccupata per le azioni meno clamorose realizzate da altri gruppi islamici radicali. In specie questi gruppi ricevono sempre più sostegno da cittadini e iniziano ad attirare gruppi liberali e clerici moderati.

    Si parla persino di esponenti radicali “infiltrati” nel Consiglio degli Ulema Indonesiano (Mui), principale associazione dei chierici islamici del Paese, cui è riconosciuta una grande influenza morale e anche politica.

    Secondo Setara, tra i gruppi violenti ci sono, oltre al Fpi, anche l’Islamic Reform Movement (Garis) e l’Islamic People’s Forum (Fui). Il rapporto dice che “nel 2005, il capo Fui Al Khaththath… è entrato nel gruppo dirigente del MUI”. Durante il comitato direttivo del 2005, Al Khaththath è stato tra quelli che “ha chiesto con forza che il Mui emanasse un editto per proibire la pratica dell’Islam liberale”.

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