13/03/2019, 12.15
CINA
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Xinjiang, i ‘centri di addestramento professionale’ (o campi di concentramento) saranno chiusi. Prima o poi

di Wang Zhicheng

Per la prima volta un responsabile governativo ammette che i campi sono “misure temporanee”. Ma i reclusi sarebbero “meno di un milione”. Attivista kazako arrestato nel suo Paese: sarà processato perché ha rivelato l’esistenza dei campi di concentramento.

Pechino (AsiaNews) – I “centri di addestramento professionale” dello Xinjiang, che molti Paesi definiscono invece “campi di concentramento” per la popolazione uigura, “spariranno gradualmente”. Lo ha detto Shohrat Zakir, presidente del governo dello Xinjiang ieri ad un incontro al margine dell’Assemblea nazionale del popolo, in svolgimento nella capitale.

Gruppi per i diritti umani e governi stranieri accusano da tempo la Cina di mantenere almeno un milione di uiguri in questi campi di concentramento, dove essi subiscono rieducazione, insieme a torture e privazioni, come testimoniato da vari fuoriusciti.

Finora Pechino si è sempre difesa dicendo che i centri servono per qualificare il lavoro e la vita degli uiguri e come “misura preventiva contro l’estremismo”.

È la prima volta che un responsabile governativo dice che i campi “di addestramento professionale” sono una “misura temporanea”.

La Cina ha ricevuto critiche dai Paesi islamici dell’Asia, fra cui Turchia, il Pakistan, l’Organizzazione della conferenza islamica, come pure da Stati Uniti e Paesi europei.

Zakir non ha comunicato alcun numero di reclusi, ma ha detto che essi sono “molto lontani dal milione”, sebbene ricercatori Onu confermino la cifra di un milione.

Fra i prigionieri vi sono anche musulmani e gruppi di persone dei Paesi vicini, fra cui kirghisi e kazaki. Alcuni di loro, poi lasciati liberi hanno denunciato che i reclusi vengono usato come manodopera a basso costo per produzioni da vendere all’estero.

Il grande potere commerciale cinese riesce a mettere in silenzio o alleggerire le critiche di diversi Paesi islamici, quali l’Arabia saudita e l’Iran, oltre a Paesi europei e dell’Asia centrale. In Kazakistan, Serikjan Bilash, attivista dell’ong AtaZhurt (“madrepatria”, in kazako), è stato arrestato il 9 marzo notte e ora è sotto inchiesta giudiziaria. È sospettato di “incitamento all’odio, alla discordia negli affari internazionali, razziali o religiosi”. Bilash è uno dei primi ad aver denunciato i campi di concentramento nello Xinjiang ed è divenuto il portavoce di tante persone nel Kazakistan che domandano alla Cina notizie su loro parenti o vicini internati nei campi.

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