26/05/2026, 13.30
CINA
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'Che cosa teme una società che vieta l'ingresso in chiesa ai minori?'

di un sacerdote dalla Cina

La lettera di un sacerdote che vive nella Repubblica popolare cinese sui "regolamenti amministrativi" che impediscono a chi ha meno di 18 anni di partecipare alle attività religiose. "La Costituzione in Cina afferma il diritto alla libertà religiosa per i cittadini, senza specificare che siano maggiorenni. Oggi però i minori possono entrare da soli in un centro commerciale ma non in una chiesa. Mentre discutiamo di depressione adolescenziale, bullismo e vuoto di valori". 

Milano (AsiaNews) - “L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace”. Con questa intenzione Leone XIV - domenica scorsa al Regina Caeli - invitava a vivere la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, nella festa di Maria Ausiliatrice venerata nel santuario di Sheshan. Tra le fatiche che i cattolici cinesi si trovano a vivere in questo cammino c’è anche l’applicazione sempre più stretta del divieto imposto dalle autorità alla partecipazione dei minori alle attività religiose. Una restrizione applicata a tutte le fedi e presentata come una “procedura amministrativa di tutela”, che di fatto rappresenta invece una grave violazione della libertà religiosa e un ostacolo evidente alla testimonianza cristiana. Su questo tema pubblichiamo qui sotto una riflessione scritta da un sacerdote che vive nella Repubblica popolare cinese e giunta ad AsiaNews.

C’è una cosa che non sono mai riuscito a capire. Oggi un minorenne può entrare nei centri commerciali, può guardare brevi video fino a notte fonda, può entrare in contatto con ogni genere di informazione caotica su internet; perfino molti luoghi di intrattenimento, in realtà, nessuno riesce davvero a impedirgli di frequentarli. Eppure - quando un bambino vuole entrare in chiesa, viene fermato sulla porta da una frase: “Ingresso vietato ai minorenni”. Vorrei davvero fare una domanda: un bambino che siede tranquillamente in chiesa, chi mai potrebbe minacciare?

Molti definiscono questa cosa una “normale misura gestionale”. Ma il problema è proprio questo: la gestione non può trasformarsi nella privazione di diritti fondamentali. Un bambino magari accompagna soltanto i genitori alla messa; magari vuole solo ascoltare gli inni sacri; magari vuole solo dare un’occhiata alla Bibbia; magari vuole semplicemente sedersi in silenzio in chiesa per un po’. Che cosa c’è di così pericoloso?

Ciò che merita davvero vigilanza non è mai il fatto che i bambini entrino in contatto con la fede.
Ciò che merita davvero vigilanza è che una società inizi ad avere paura che i bambini entrino in contatto con il vero, il bene e il bello.

Per il momento non parliamo di religione, ma soltanto di legge.
Secondo l’articolo 36 della Costituzione della Repubblica popolare cinese: i cittadini godono della libertà di credo religioso. Si noti bene: la legge dice “cittadini”. Non dice: “cittadini maggiori di 18 anni”.

Inoltre, un minorenne è prima di tutto un “cittadino”, e solo dopo un “minorenne”. Anche loro, secondo la legge, godono ugualmente della dignità personale, della crescita spirituale, dell’accesso alla cultura e dei diritti fondamentali.

Se a un bambino non è nemmeno permesso entrare in un luogo religioso, allora ditemi: chi rispetterà il suo mondo spirituale?

Oggi moltissime persone discutono ogni giorno di: depressione adolescenziale, ansia, bullismo scolastico, vuoto spirituale, confusione dei valori.

Ma dall’altra parte, quei luoghi che originariamente potrebbero aiutare le persone a calmarsi, a imparare l’amore e il perdono, a imparare il rispetto per la vita, a imparare la moderazione e la bontà - le chiese - in certi luoghi vengono direttamente chiusi davanti ai bambini.

Non è questa una contraddizione?

Da una parte ci preoccupiamo: “I bambini non hanno forza spirituale”. Dall’altra però diciamo loro:
“Non potete entrare in contatto con il mondo spirituale”.

Una società davvero matura e sicura di sé non avrà mai paura che i giovani riflettano su domande come perché si vive? Che cos’è la verità? Che cosa sono il bene e il male? Che cosa si chiama coscienza?

Perché tutte le grandi civiltà comprendono: il vero futuro di una nazione non dipende solo dai grattacieli, non dipende solo dall’economia, ma dipende ancora di più dal fatto che la nuova generazione abbia oppure no un’anima, abbia oppure no il senso del sacro, abbia oppure no un senso dei valori.

Se una società permette ai bambini di sprofondare nel consumismo, permette ai bambini di sprofondare nell’intrattenimento, ma ha paura soltanto che i bambini entrino in contatto con la fede e con il significato, allora il vero problema probabilmente non sono più i “bambini”.

Naturalmente comprendiamo le preoccupazioni gestionali della realtà. Non imporre attività religiose, non fare indottrinamento estremo, non sfruttare i minorenni: tutto questo dovrebbe essere preso seriamente.

Ma “evitare l’imposizione” e “vietare l’ingresso in chiesa” sono due cose completamente diverse.

Non si può, per paura dell’“indottrinamento”, privare insieme anche della possibilità che i bambini entrino in contatto con la fede, conoscano la cultura religiosa e accompagnino i genitori nel culto.

Il vero grado di civiltà di una società non si vede da quanti grattacieli possiede.
Si vede piuttosto da questo: quando un bambino inizia a cercare un significato, questa società è disposta ad aprirgli una porta oppure si affretta a chiuderla?

Perché ciò che è davvero pericoloso non è mai che i bambini entrino in chiesa. Ciò che è davvero pericoloso è un’epoca che inizia sistematicamente a tagliare ai bambini le possibilità di entrare in contatto con il vero, il bene e il bello.

Se un giorno perfino un bambino che siede tranquillamente in chiesa dovesse suscitare “inquietudine”, allora ciò su cui dovremmo davvero riflettere forse non sarebbero più i bambini, ma questa stessa epoca.

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