Alta Corte di Dhaka vieta di rivelare il sesso del feto. Medico cattolico: verdetto ‘storico’
I giudici definiscono la divulgazione del sesso del nascituro una pratica discriminatoria e dannosa, oltre che incostituzionale. La sentenza si inserisce in un contesto dove resta diffusa la piaga dell'aborto selettivo che porta alla soprressione delle bambine. Nel Paese, nonostante formalmente siano consentiti solo per salvare la vita della madre, i praticano 1,58 milioni di aborti l'anno mettendo a rischio anche la salute di tante madri.
Dhaka (AsiaNews) - Con una sentenza storica, l’Alta Corte del Bangladesh ha vietato la determinazione e la divulgazione del sesso di un nascituro, definendo tale pratica discriminatoria, dannosa per le donne e una violazione dei diritti costituzionali. Il verdetto integrale, emesso da una giuria composta dai giudici Naima Haider e Qazi Zeenat Haque, è stato pubblicato ieri 11 maggio. Esso dichiara che identificare e rivelare il sesso di un feto favorisce la discriminazione contro le bambine, contribuisce all’infanticidio femminile e mina l’equilibrio sociale.
Secondo il tribunale, tale pratica contraddice le garanzie costituzionali di dignità, uguaglianza e diritto alla vita. Inoltre, viola gli impegni internazionali del Bangladesh in materia di diritti umani volti a proteggere le donne e a promuovere l’uguaglianza di genere. I giudici hanno osservato che per anni il Paese è risultato privo di meccanismi efficaci di controllo, monitoraggio e responsabilità per frenare tali pratiche.
“L’emanazione di linee guida da sola non è sufficiente” afferma la sentenza, sottolineando che l’attuazione, la sorveglianza digitale e una rigorosa supervisione sono essenziali per fermare quella che ha definito un’“attività immorale”. Facendo riferimento agli articoli 18, 27, 28, 31 e 32 della Costituzione, i giudici hanno affermato che la determinazione del sesso fetale promuove la discriminazione delle bambine ed è in contrasto coi principi fondamentali dello Stato. Al contempo hanno citato i quadri internazionali in materia di diritti umani, che obbligano i governi a salvaguardare i diritti delle donne.
La Corte ha ricordato come diversi Paesi, tra cui la vicina India, hanno imposto rigidi controlli sulla divulgazione del sesso del feto. Da qui il monito alle autorità di Dhaka perché adottino misure altrettanto efficaci. La direttiva è stata emessa sotto forma di “mandato di esecuzione continuativo”, che consente alla Corte di monitorarne l’attuazione.
I medici cattolici hanno accolto con favore la decisione, definendola un passo importante verso la protezione della vita del nascituro e l’affermazione della dignità umana. Edward Pallab Rozario, dottore e presidente dell’Associazione dei medici cattolici del Bangladesh, ha definito “storico” il verdetto. “Vietando - ha dichiarato ad AsiaNews - la determinazione e la divulgazione del sesso del feto, si potranno salvare le vite di molti bambini”. “È importante - prosegue - che le persone in tutto il Paese, comprese quelle delle zone remote, comprendano e rispettino questa decisione”. Infine, il medico ha ricordato come ogni bambino abbia un diritto alla vita: “Viene al mondo per volontà di Dio e non dovrebbe - conclude - essere ucciso in nessuna circostanza. Purtroppo, alcuni genitori, spesso sotto la pressione della famiglia, interrompono la gravidanza. Questo deve cambiare”.
La sentenza si inserisce in un contesto più ampio di sfide relative alla salute riproduttiva in Bangladesh. Il governo ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) nel 1979. In base alle politiche vigenti, le procedure possono essere eseguite da paramedici qualificati entro 10 settimane dal mancato ciclo mestruale e da medici entro le 12 settimane. Il ministero della Sanità ha inoltre emanato linee guida sull’Ivg e sull’assistenza post-aborto. Nonostante queste disposizioni, gli aborti in condizioni di insicurezza continuano a rappresentare una grave preoccupazione.
Secondo i dati dell’Istituto Guttmacher, con sede negli Stati Uniti, relativi al periodo 2015-2019, il Bangladesh ha registrato una media di 5,33 milioni di gravidanze all’anno, di cui circa 2,63 milioni indesiderate. Ciò ha comportato circa 1,58 milioni di aborti ogni anno. Il costo umano delle pratiche di aborto non sicuro è illustrato dalla morte di Julekha Begum di Kalapara, nel distretto di Patuakhali. Madre di tre figli, era rimasta nuovamente incinta e, accompagnata dal marito, aveva chiesto un parere medico. Ingannata da un intermediario, era stata portata in una clinica privata dove è morta per un’emorragia durante l’aborto. Suo marito ha successivamente intentato una causa per negligenza, nell’ambito di una tragedia specchio dei pericoli che corrono le donne che si rivolgono a strutture non regolamentate.
Sebbene manchino dati nazionali affidabili, secondo i funzionari gli aborti in strutture inadeguate contribuiscono in modo significativo alla mortalità materna. Fahmida Sultana del Dipartimento di pianificazione familiare ha osservato che molte procedure avvengono al di fuori dei servizi sanitari formali, spesso eseguite da operatori non qualificati. Secondo la legge del Bangladesh, l’aborto è consentito solo per salvare la vita della madre, eppure le lacune nella pianificazione familiare e le pressioni sociali continuano a favorire pratiche insicure.
11/07/2017 14:05
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