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28/08/2025, 11.15
LANTERNE ROSSE
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Amnesty: a tre anni dal rapporto Onu la repressione va avanti immutata nello Xinjiang

Pechino continua a violare i diritti e ad abusare degli uiguri e di altre minoranze musulmane nella regione occidentale. Famiglie delle vittime messe a tacere e minacciate. I racconti di quanti aspettano il ritorno di un familiare dai centri di detenzione. Brooks: “Distrutte vite, famiglie separate e comunità smantellate dalla continua crudeltà delle autorità cinesi”.

Pechino (AsiaNews) - A tre anni dal rapporto delle Nazioni Unite sui crimini contro l’umanità commessi da Pechino nello Xinjiang ai danni della minoranza musulmana uiguri, non risultano ancora assunzioni di responsabilità o iniziative per punire i responsabili e prevenire ulteriori violazioni e abusi. È la denuncia lanciata oggi dagli attivisti di Amnesty International, secondo i quali la Cina ha deliberatamente ignorato le raccomandazioni fornite dall’Onu. Al tempo stesso, prosegue l’ong, emergono “nuove testimonianze” in base alle quali risulta che le minoranze etniche musulmane nell’area soffrono ancora di “repressione” e le famiglie di detenuti “continuano a cercare” invano “verità, giustizia e libertà per tutti coloro che soffrono nella regione uigura”.

Vite distrutte, famiglie separate

Tuttavia, la comunità internazionale e l’Onu non hanno ancora agito sulla base di queste conclusioni. Il governo cinese continua inoltre a intimidire e mettere a tacere le famiglie delle vittime e a mantenere leggi e politiche repressive. “Tre anni dopo - sottolinea Sarah Brooks, direttrice di Amnesty International per il Paese - che il rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che la Cina è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, è vergognoso che la comunità internazionale non sia ancora intervenuta”. “Sono state distrutte vite, famiglie separate e comunità smantellate - prosegue l’esperta - dalla continua crudeltà delle autorità cinesi. Oggi le famiglie dei detenuti continuano a chiedere verità, giustizia e libertà per tutte le persone che soffrono nella regione uigura. È trascorso un altro anno senza che sia accaduto nulla. La comunità internazionale deve ascoltare le richieste delle persone sopravvissute e agire”.

Nella denuncia di AI è richiamato il rapporto pubblicato il 31 agosto 2022 dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani e relativo alle violazioni - compresa la tortura - commesse da Pechino nella regione autonoma occidentale dello Xinjiang ai danni della minoranza musulmana. Dal 2017 sono emerse documentazioni e testimonianze relative alla repressione di un popolo in nome della lotta al terrorismo islamico (nel mirino anche kazaki e altre minoranze). Fra le pratiche usate anche il ricorso a trattamenti medici forzati e condizioni critiche di detenzione. Accuse respinte dai vertici cinesi, per i quali lo studio dettagliato di 46 pagine a firma di Michelle Bachelet mirava solo a “diffamare e calunniare” il Paese “interferendo nei suoi affari interni” mediante “presunzione di colpa, disinformazione e bugie” fabbricate da “forze anti-cinesi”.

In precedenza, nel 2021 la stessa Amnesty International aveva promosso una petizione globale, sottoscritta da oltre 323mila persone in 184 paesi e territori, in cui chiedeva il rilascio delle centinaia di migliaia di uomini e donne appartenenti alla minoranza musulmana. Persone detenute in maniera arbitraria e sottoposte a internamento di massa, tortura e persecuzione nella regione uigura, invocando al contempo l’assunzione di responsabilità per gli abusi commessi. Da gennaio ad agosto 2025 l’ong internazionale ha contattato famiglie e fonti di 126 persone coinvolte nella campagna #FreeXinjiangDetainees, ricevendo una serie di risposte che illustrano le violazioni in corso e il loro impatto continuo sulla vita delle famiglie.

I racconti delle vittime

La denuncia di AI contiene anche testimonianze e racconti di prima mano delle persecuzioni tuttora in atto: Patime [il nome è di fantasia per evitare ritorsioni, come tutti quelli contenuti nel rapporto, ndr]*, che ha perso un parente in detenzione mentre un altro è ancora detenuto, ha dichiarato che la speranza di un’azione è ormai svanita: “L’attenzione globale, che aveva raggiunto il suo apice in occasione del rapporto, è svanita e la Cina non ha subito conseguenze significative”. Riguardo al parente ancora in prigione, Patime ha aggiunto: “Non abbiamo più avuto alcun contatto con lui dal giugno 2018. Neanche una telefonata, una lettera o un messaggio…Questo silenzio non è solo doloroso: sta avendo un impatto devastante sulla nostra salute fisica e mentale. Vivere in questa incertezza è una forma di tortura”.

Mamatjan Juma, il cui fratello Ahmetjan è ancora in prigione, ha detto che la mancanza di notizie rende la vita quotidiana difficile: “È come vivere con una ferita che non guarisce mai, perché non so se sia al sicuro, in salute o ancora vivo. Altre persone intervistate hanno riferito di avere contatti limitati con i propri familiari, descrivendo una sorveglianza costante da parte delle autorità cinesi. Murekkem Mahmud, che vive in Turchia, ha raccontato che le comunicazioni con i suoi genitori  sono sempre monitorate: “Le visite familiari oggi ci sono, ma sempre sotto sorveglianza, un modo per negare i crimini e ingannare il mondo… Dopo dieci anni di separazione, voglio solo essere di nuovo con la mia famiglia…Voglio che questa incertezza finisca”.

Nefise Oğuz, il cui zio Alim è ancora in prigione, ha dichiarato: “Ogni giorno di ritardo è un altro giorno di sofferenza per persone innocenti… Voglio azioni concrete dalla comunità internazionale, non solo parole”. Medine Nazimi, la cui sorella Mevlüde è ancora privata della libertà, ha espresso la sua frustrazione per la mancanza di progressi negli ultimi tre anni. Raggiunta da Amnesty ha sottolineato che “la comunità internazionale, compresi governi, società civile e cittadini comuni, deve smettere di trattare i crimini della Cina come una questione nazionale. Ciò che accade agli uiguri non è un affare interno, è una crisi dei diritti umani e un crimine contro l’umanità”.

Raccomandazioni

A conclusione del rapporto, gli esperti di AI rivolgono alcune raccomandazioni da attuare per cercare di affrontare questa crisi devastante di diritti e libertà. In primis si rivolge all’Alto commissario Onu per i diritti umani perché fornisca un “aggiornamento pubblico” sul rapporto e solleciti ancora una volta gli stati membri “a condannare le gravi violazioni dei diritti umani” commesse dalla Cina nello Xinjiang. Al tempo stesso si ribadisce “l’importanza fondamentale” di istituire un “meccanismo investigativo internazionale e indipendente” per garantire “l’accertamento delle responsabilità”. Gli stati membri delle Nazioni Unite devono poi sostenere l’accesso effettivo alla giustizia e a rimedi concreti, comprese riparazioni per le vittime e le persone sopravvissute, in particolare per coloro che si trovano nelle loro giurisdizioni nazionali, nonché adottare misure adeguate volte a prevenire ulteriori violazioni dei diritti umani.

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