02/02/2012, 00.00
INDONESIA
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Ateo su Facebook, indonesiano rischia il carcere e scatena una rivolta islamista

di Mathias Hariyadi
Alexander Aan, 30 anni, dipendente della pubblica amministrazione, ha dichiarato di non credere in Dio sul popolare social network. Scoperto dai colleghi, ha scatenato la protesta dei fondamentalisti e rischiato una condanna a cinque anni. L'ateismo, nell'arcipelago, è equiparato al comunismo e quindi fuorilegge. "Pentito", tornerà all'islam.
Jakarta (AsiaNews) - l'Indonesia non è un Paese per "atei", soprattutto se si dichiara in pubblico - in questo caso con un post su Facebook - di non credere in Dio. Alexander Aan, 30 anni, è finito in prigione, ha scatenato un'ondata di sollevazione popolare persino fra i colleghi e ha rischiato di perdere il lavoro. Fonti della polizia raccontano che davanti all'ipotesi di trascorrere cinque anni in prigione - o peggio, essere incriminato per blasfemia - egli ha "denunciato" le idee del passato e, assicurando di essere pentito, si è detto pronto a riabbracciare l'islam. Resta il fatto che, a dispetto di quanto garantito nella Costituzione indonesiana e nei Pancasila, i principi fondatori dello Stato, in materia di coscienza e libertà religiosa i diritti personali restano - in molti casi - disattesi o principi di facciata.

La vicenda di Alexander, impiegato in un ufficio contabile nella pubblica amministrazione di Dharmasraya, reggenza della provincia di West Sumatra, ha avuto ampio risalto sui media indonesiani e una vasta eco in seno alla società civile. Di recente il funzionario - Pns, Pegawai Negeri Sipil in lingua locale - ha scritto sul popolare social network di non credere all'esistenza di Dio; in un primo tempo ha utilizzato il profilo personale, poi ha creato una pagina dedicata a una comunità virtuale chiamata Minang's Atheist Group per rilanciare le proprie convinzioni. Nonostante il tentativo di "copertura" e l'anonimato della rete, i colleghi sono riusciti a risalire alla sua vera identità e, messo alle strette, lo hanno attaccato accusandolo di blasfemia.

Minang è un soprannome popolare in Indonesia per definire sia i gruppi etnici nativi, che la loro cultura assai diffusa nel West Sumatra, dove la maggioranza della popolazione è di fede musulmana. Decine di persone hanno attaccato Alexander Aan e lo hanno consegnato alle forze di polizia, che hanno emesso un provvedimento di fermo con l'accusa di "propagandare l'ateismo". Nell'arcipelago il non credere in Dio equivale a definirsi "comunista" e il comunismo è da sempre considerato una "minaccia" per la sicurezza e la stabilità nazionale.

Negli anni '60 del secolo scorso il Partito comunista indonesiano (Pki) avrebbe ordito un colpo di Stato, poi fallito, contro l'ex presidente Sukarno, in cui sono morti sette alti ufficiali dell'esercito. Per questo il successore, presidente e generale Suharto ha dichiarato fuorilegge il movimento e lanciato una campagna sanguinaria, che ha portato al massacro di moltissimi membri e funzionari del partito.

Ecco perché l'affermazione di Alexander ha scatenato una doppia reazione: i musulmani fondamentalisti - tra cui il Consiglio degli ulema indonesiani (Mui) - hanno visto un'offesa all'islam, cui si è unita una "minaccia comunista" per la sicurezza nazionale. E a nulla è servita una campagna su Facebook a sostegno della vittima (nella foto). La polizia lo ha inoltre accusato di falso in atto pubblico perché, al momento dell'assunzione nell'ufficio amministrativo, si era detto credente e musulmano. Rischiando una pena fino a cinque anni e l'accusa di blasfemia, raccontano fonti vicine alle forze dell'ordine, l'uomo ha "denunciato" il proprio comportamento e, dettosi "pentito", ha promesso che riabbraccerà la fede islamica.
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