20/03/2026, 13.33
THAILANDIA
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Bangkok, Anutin riconfermato premier. Ritorno alla stabilità dopo 20 anni?

di Steve Suwannarat

La rielezione del primo ministro uscente segna un fatto inedito nella politica thailandese degli ultimi due decenni, dominati da governi fragili e interventi dei militari. Il Bhumjaithai ha conquistato la maggioranza con una coalizione ampia, penalizzando i movimenti progressisti e le istanze delle giovani generazioni. Sullo sfondo restano le tensioni con la Cambogia e il rischio di stagnazione economica.

Bangkok (AsiaNews) - Con la conferma nel ruolo di premier di Anutin Charnvirakul, avvenuta ieri, la Thailandia ha stabilito un nuovo record di stabilità. Per la prima volta un capo di governo è stato riconfermato subito per un secondo mandato, dopo che gli ultimi vent’anni erano stati segnati da un susseguirsi di elezioni con governi civili spesso limitati o dissolti dalle pressioni dei militari e delle élite, in un contesto di crescente instabilità sociale ed economica.

Questo nuovo incarico potrebbe essere letto come un segnale di avvio verso una possibile stabilizzazione del sistema politico, in difficoltà dal golpe del settembre 2006. Tuttavia, tale prospettiva rischia di realizzarsi a scapito dei movimenti progressisti, in gran parte sostenuti dalle nuove generazioni, che – pur “contenuti” da leggi restrittive e talvolta sciolti per via giudiziaria – avevano ottenuto la vittoria nelle precedenti elezioni del 2023. Non è stato così però nell’ultima tornata dell’8 febbraio, in cui il Partito del popolo, loro principale rappresentante, si è classificato secondo.

Il partito di Anutin, il Bhumjaithai, ha conquistato 191 seggi sui 500 della Camera dei rappresentanti, contro i 120 del Partito del popolo, riuscendo poi a formare una coalizione di maggioranza composta da 16 partiti, per un totale di 292 seggi.

Significativo anche l’accordo raggiunto con il Pheu Thai, che con il Bhumjaithai aveva condiviso un breve periodo di governo tra settembre 2023 e giugno 2025, prima di essere nuovamente estromesso dal potere attraverso manovre legali. In quella fase, Newin Chidchob aveva assunto la guida di un governo provvisorio in vista delle elezioni. Il Pheu Thai, partito dalle radici proletarie e contadine, continua a fare riferimento, seppur oggi in maniera debole, alla figura di Thaksin Shinawatra. Quest’ultimo, imprenditore divenuto premier nei primi anni Duemila, fu inizialmente affiancato dallo stesso Anutin, ma entrò poi in aperto conflitto con la monarchia e i militari, fino al golpe del 2006 e alla scelta dell’esilio due anni dopo.

Newin Chidchob ha ereditato dalla propria famiglia la guida del Bhumjaithai, fondato nel 2008 nella provincia di Suphanburi e cresciuto progressivamente a livello nazionale, anche intercettando parte dell’elettorato popolare tradizionalmente vicino al Pheu Thai.

Il Bhumjaithai ha costruito la propria identità politica attorno a un forte richiamo al nazionalismo e ai valori della fede buddhista e della monarchia, principi che in Thailandia difficilmente vengono messi in discussione. Su questa base, il partito ha presentato il proprio programma come una scelta quasi “naturale” per la difesa dell’identità e dell’integrità territoriale del Paese. Un tema particolarmente sensibile in una fase in cui, da quasi un anno, è aperto un contenzioso con la Cambogia, che ha già portato a scontri armati lungo alcune aree di confine.

Nel contesto di grande variabilità della politica thailandese – spesso dominata da personalità eccentriche, clientelismo e denaro, più che da ideologie e programmi –, il successo di un altro imprenditore-politico navigato e spregiudicato che ha saputo indirizzare a suo favore diversi gruppi della società a scapito dei partiti tradizionali e di quelli progressisti, sembra un segnale di stabilità.  

Resta tuttavia da verificare se il nuovo premier riuscirà a far uscire il Paese da una fase segnata da stagnazione, scetticismo e ambiguità, restituendo al contempo a Bangkok un ruolo più definito nello scenario strategico internazionale, nel delicato equilibrio tra Stati Uniti e Cina. Sul piano regionale, sarà cruciale anche la gestione delle tensioni con la Cambogia, eventualmente attraverso una mediazione internazionale per arrivare a una definizione condivisa dei confini ereditati dal periodo coloniale.

Se il sostegno dei settori filo-monarchici e conservatori appare scontato, meno prevedibile è quello dei vertici militari. Le priorità del Paese impongono scelte difficili, anche controcorrente, soprattutto sul piano sociale ed economico. Si profila così un confronto tra visioni contrapposte: da un lato istanze elitarie e nazionaliste, dall’altro spinte verso apertura, sviluppo e democratizzazione. A dimostrazione della fragilità del sistema, resta il dato che nessun primo ministro designato democraticamente è riuscito a portare a termine il proprio mandato dopo il 2005.

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