01/06/2022, 10.47
LIBANO
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Beirut, Nabih Berry per la settima volta alla guida del Parlamento

di Fady Noun

Il rappresentate sciita eletto al primo turno, con il numero minimo di voti necessari (65 su 128 in totale). I deputati indipendenti espressione della protesta non sono riusciti a impedire la nomina. All’interno dell’Assemblea emerge però un mutamento negli equilibri e nei rapporti di forza. Ora l’obiettivo è eleggere il presidente della Repubblica e il premier, evitando lo stallo istituzionale. 

Beirut (AsiaNews) - Ieri la “nuova protesta” ha incrociato brevemente le armi con il “vecchio Parlamento”, nella prima riunione della neoeletta assemblea frutto delle elezioni del 15 maggio. Una seduta durante la quale si sarebbe dovuto eleggere il nuovo presidente del legislativo, come previsto dalla Costituzione libanese. L’ingresso di 13 nuovi deputati espressione della rivolta popolare dell’ottobre 2019 non è avvenuto in fanfara, perché non ha ottenuto lo scopo di rovesciare dalla poltrona Nabih Berry, leader del partito sciita Amal. Tuttavia, i nuovi parlamentari sono comunque riusciti a imporre un “clima” di contestazione rispetto alle procedure usate dallo stesso Berry nel condurre le sedute, chiedendo e ottenendo che nel conteggio delle schede deliberatamente nulle, queste ultime venissero comunque lette e non classificate e archiviate come nulle in automatico. 

Questa nuova procedura nello scrutinare queste schede nulle è figlia dell’esigenza di giustizia. Un valore che dovrebbe permeare ogni passaggio istituzionale, dall’inchiesta sulla catastrofica doppia esplosione del 4 agosto 2020 al porto di Beirut ai manifestanti colpiti dalla polizia all’esterno del Parlamento, alcuni dei quali sono stati colpiti agli occhi e hanno perso la vista. 

Parlando in termini concreti, l’Assemblea libanese ha rieletto Berry per un settimo mandato consecutivo alla guida del Parlamento, grazie ai 65 voti ottenuti al primo scrutinio. Il risultato della votazione è stato il seguente: 65 voti per Berry, 23 schede bianche e 40 schede nulle. L’elezione di Berry ha confermato una delle peculiarità della vita parlamentare libanese dell’ultimo trentennio: la fine dell’egemonia, almeno sul piano virtuale, da parte del tandem sciita Hezbollah-Amal che, dal 1992, ha in mano la rappresentanza della comunità sciita.

Del resto Berry, 84 anni, era il solo candidato “fattibile” per ricoprire questa carica. È noto che minacce implicite o esplicite hanno portato diverse personalità sciite nel Paese a non candidarsi per le elezioni legislative del 15 maggio contro Hezbollah, o a rinunciarvi a seguito di intimidazioni. Al contempo vale ricordare che, secondo la prassi costituzionale libanese, il presidente della Camera appartiene alla comunità sciita, il capo dello Stato a quella cristiano maronita e il capo del governo a quella sunnita. 

Berry si è visto confermare nel suo ruolo anche se Hezbollah, e i suoi alleati, hanno perso la maggioranza alle elezioni legislative. L'elezione del capo di Amal deve essere accreditata a Hezbollah, che ha dimostrato di poter ancora manovrare per ottenere la maggioranza.

I deputati espressione delle proteste, così come l’opposizione parlamentare rappresentata dalle Forze libanesi e dai suoi alleati, sapevano di non poter rimuovere Berry dalla sua poltrona, ma hanno comunque cercato di impedirgli l’elezione al primo turno con maggioranza assoluta (65 voti su 128), come previsto dalla Costituzione. Dall’esito finale, è evidente che non sono riusciti a farlo e a centrare i loro obiettivi.

Rispetto ai risultati ottenuti in passato, però, Berry quest’anno ha goduto di una maggioranza risicata. Vale qui ricordare che alle elezioni del 2018 è stato eletto con 98 voti. Peraltro, questo declino non è dovuto alle forze della protesta, ma a un antagonismo sempre più pronunciato tra Berry e il deputato cristiano Gebran Bassil, leader del Movimento patriottico libero, alleato di Hezbollah. A causa della disputa tra questi ultimi e Berry, descritto come un “filibustiere” (baltagi) da Bassil, i deputati del Cpl hanno deposto scheda bianca alle urne (23 in totale).

Le 40 schede annullate in fase di conteggio rappresentano il voto dei membri della protesta che, in questo modo, hanno espresso la loro opposizione alla rielezione di Berry scrivendo slogan sulle schede elettorali.

Calcolato a voce, il punteggio finale è anche simbolo di una “maggioranza mobile” che dovrebbe segnare la vita di questa legislatura che ha appena assunto l’incarico. Analisti ed esperti ritengono che Berry presiederà un Parlamento che si presenta al momento assai frammentato. Ma è ancora troppo presto per capire se questa frammentazione porterà a un vicolo cieco, come peraltro teme David Hale, ex ambasciatore Usa in Libano ed ex sottosegretario di Stato per le questioni politiche, oggi passato nel settore privato.

Dopo la vittoriosa rielezione, Berry ha detto che intende ignorare mettendole da parte le “critiche” dei suoi avversari, assicurando di voler tendere la mano a tutti i deputati, in particolare a quelli delle “schede bianche” di Bassil. Perché l’obiettivo comune, ha aggiunto, è quello di favorire assieme la nomina di un primo ministro e l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica, evitando una qualsiasi forma di vacanza istituzionale.

In parallelo, l’Assemblea ha eletto anche un vice presidente nella persona dell’ex ministro Elias Bou Saab (il blocco che fa riferimento al presidente Aoun), anche lui avendo ottenuto 65 voti ma al secondo scrutinio. Entrambe le votazioni sono state completate con l’elezione di due segretari e tre relatori che formano l’Ufficio di presidenza del Parlamento. I funzionari eletti si sono poi recati al palazzo presidenziale, come richiesto dal protocollo

Prima della sessione parlamentare, i deputati indipendenti avevano raggiunto i parenti delle vittime dell’esplosione del porto di Beirut dell’agosto 2020, sulla cornice che si affaccia sull’oceano di rottami contorti. A seguire, essi hanno promosso una marcia simbolica verso il Parlamento, attraversando alcuni luoghi emblematici come piazza dei Martiri e Samir Kassir, il cuore pulsante della protesta.

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