15/02/2024, 10.41
LIBANO
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Beirut: il ritorno di Saad Hariri e le ombre di Gaza sul Libano

di Fady Noun

Dopo due anni di esilio volontario ieri l’ex premier ha presenziato alle celebrazioni per il 19no anniversario dall’assassinio del padre Rafic. Analisti e osservatori puntano sulla ricandidatura alle elezioni del 2026, ma lo scenario regionale presenta nuove tensioni e sfide. Un riavvicinamento con i sauditi e i rapporti con il blocco cristiano i fattori decisivi.

Beirut (AsiaNews) - Nel novero delle celebrazioni per il 19mo anniversario dall’assassinio di Rafic Hariri, tuttora impunito, si moltiplicano gli appelli al figlio Saad, suo erede politico, per un ritorno nella vita attiva del Paese in una fase di profonda crisi. Il leader sunnita ed ex primo ministro, simbolo di moderazione e apertura con profondi legami con Riyadh, sembra orientato a raccogliere gli inviti: egli ha infatti iniziato a mobilitare la piazza in vista delle politiche del 2026 e ha approfittato della giornata di ieri per lanciare la propria campagna elettorale in previsione del voto. 

Rientrato in Libano per questa commemorazione a due anni di distanza dal suo esilio volontario negli Emirati Arabi Uniti (Eau) e dal congelamento delle attività della sua fazione, il Movimento del futuro, Saad Hariri andrà di nuovo in cerca di fortuna? Indubbiamente egli parte con alcuni vantaggi non indifferenti. A partire dal suo capitale in termini di popolarità, che deve prima di tutto a suo padre, che sembra essere rimasto intatto. Del resto, la gran parte del mondo sunnita è ancora legato al mito di Rafic Hariri, mentre all’interno di questo schieramento le elezioni del 2022 non sono riuscite a imporre un leader sunnita sostitutivo e altrettanto autorevole. La comunità è frammentata e deve subire in silenzio l’egemonia di Hezbollah, in nome dell’unità nazionale e della pace civile, con lo sguardo che non è più orientato a Damasco ma resta ancora alla ricerca di una identità.

Sotto la pioggia battente Saad Hariri affiancato dalla zia, l’ex parlamentare Bahia Hariri, e dal marito, ha recitato la “Fatiha” sulla tomba del padre, per poi concedersi una breve passeggiata fra la gente. Intorno alla moschea, una grande folla ha offerto all’erede politico di Rafic un momento di festa. A dispetto della rinnovata popolarità, nubi fosche sembravano addensarsi sul volto, e sul futuro, del leader sunnita. “Ogni cosa a suo tempo, non vi abbandono, difendete la patria e difendete i vostri diritti, dimostrando loro che siete una forza da non sottovalutare, e che il Paese non può funzionare senza di voi”, ha detto ai microfoni nel breve intervento rivolto alla folla, prima di risalire in auto. Poco dopo, all’ingresso della sua casa nel centro di Beirut, egli ha ripetuto questi vaghi slogan. Saad Hariri ha poi insistito sul fatto che suo padre è stato ucciso perché “simbolo di moderazione e apertura”, unica allusione pubblica al crimine impunito attribuito nel 2020 dal Tribunale internazionale per il Libano a “presunti membri” di Hezbollah. Tuttavia in privato, i suoi collaboratori testimoniano che questa è una ferita che resta tuttora aperta.

“Ogni cosa a suo tempo, il mio ritorno non è la priorità in questo momento… “ è stata la risposta invariabile di Saad Hariri a tutti coloro che lo hanno incalzato con domande sul suo desiderio di tornare sulla scena politica. Una dichiarazione che politici e analisti hanno riformulato, interpretandola, in questo modo: “Sto solo aspettando il momento giusto”. Un tempo che il mondo politico libanese ha fissato nell’appuntamento elettorale previsto nella primavera del 2026, data in cui scade il mandato dell’attuale Camera dei deputati che lo aveva nominato primo ministro. Incarico poi reso impossibile dalle condizioni irricevibili poste dalla fazione che fa riferimento all’ex presidente della Repubblica Michel Aoun [la cui poltrona resta vacante a oltre un anno dal termine del mandato] e che lo hanno costretto a rimettere il mandato per la formazione del governo.

Tuttavia, a parte settarismo e appartenenza comunitaria che continuano a caratterizzare e dominare la vita politica del Paese dei cedri, all’esterno il panorama politico nella regione è cambiato notevolmente dalla decisione di Hariri di ritirarsi temporaneamente dalla politica attiva. L’ex premier deve ora fare i conti con la guerra Hamas-Israele e con la riconfigurazione delle alleanze in Medio oriente. Un conflitto che in queste ore ha fatto registrare una ulteriore escalation a nord, col lancio di missili di Hezbollah verso Israele che ha causato la morte di una soldatessa. E la risposta immediata dell’esercito con la stella di David che ha avviato una serie di pesanti bombardamenti che hanno ucciso almeno 13 libanesi, in larga parte civili compresi donne e bambini.

Hariri deve anche tenere conto del riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran sotto l’egida della Cina, e di uno strano modus vivendi tra Stati Uniti e Repubblica islamica che ha preso forma nelle ultime settimane con appelli simultanei di Washington e Teheran “all’appeasement” nella regione. Egli deve poi considerare il congelamento del cammino di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele, un processo che Riyadh sta ora subordinando a una soluzione della questione palestinese. Senza contare che questa condizione coincide con una serie di scadenze cruciali, a partire dalle elezioni presidenziali americane di novembre.

Inoltre, l’ex premier - qualunque sia la natura della sua disputa con il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman (Mbs) - sa di non poter governare senza il sostegno di Riyadh che, insieme all’Egitto, incarna lo spessore religioso, umano ed economico del mondo sunnita. Sono quindi i segnali di un riavvicinamento tra Hariri e i sauditi - così come con i blocchi cristiani - che gli osservatori stanno ora guardando per essere sicuri del suo ritorno in politica.

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