20/02/2026, 12.17
GAZA - STATI UNITI
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Board of Peace: primi passi tra tante contraddizioni. Sayegh: ‘Mancano i palestinesi’

di Dario Salvi

Ieri la riunione dell’organismo voluto dalla Casa Bianca. Lo stanziamento dei fondi, la Forza internazionale di stabilizzazione con soldati di Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kossovo e Albania, una polizia palestinese di pattuglia. A Rafah i primi progetti di ricostruzione, ma molti i nodi irrisolti. Analista palestinese: “Non è solo una questione umanitaria”. 

Milano (AsiaNews) - Il limite maggiore del “Board of Peace” per Gaza voluto dal presidente Usa Donald Trump, che ieri a Washington ha tenuto la prima riunione, è la mancanza “di una rappresentanza palestinese effettiva. Il popolo palestinese, e il governo palestinese, meritano un posto al tavolo” attraverso il quale “possano partecipare a colloqui su questioni politiche, e non solo su rifugiati e cibo” che sono temi importanti, ma che non bastano. Khalil Sayegh, analista politico ed esperto del conflitto israelo-palestinese, nato e vissuto a Gaza oggi di base negli Stati Uniti, presidente e co-fondatore di Agora Initiative per il dialogo e l’incontro, analizza l’incontro dell’organismo nato su iniziativa dell’inquilino della Casa Bianca. Una realtà che - al netto delle polemiche, delle contrapposizioni di parte e delle boutade del suo fondatore - sta cercando di delineare alcuni punti sui quali fondare il futuro della Striscia: a partire dalla forza internazionale di pace che comincia a prendere forma, un corpo di polizia palestinese con migliaia di richieste di arruolamento già sul tavolo e i primi progetti di ricostruzione (oltre la polemica sulla riviera per ricchi e turisti) partendo da Rafah.

Interpellato da AsiaNews, lo studioso originario della Striscia non risparmia critiche al “Board of Peace” perché non riduca “la questione palestinese a un problema di rifugiati, di aiuti umanitari e della cessazione della guerra a Gaza”. Il punto, prosegue, è che “non si fa alcun riferimento all’occupazione, né al nocciolo dell’intera questione, ovvero che il popolo palestinese lotta da decenni per ottenere la propria libertà, il proprio Stato, un territorio che sia proprio”. Al riguardo, egli concorda con quanto affermato di recente dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, secondo cui non si può parlare di ricostruzione senza coinvolgere i palestinesi secondo una “operazione colonialista” in cui “altri” decidono per loro. 

“Questo è il cuore del problema - afferma Khalil Sayegh - e il cardinale ha pienamente ragione, Da pastore conosce la gente più di chiunque altro. E dice il vero, perché è impossibile ottenere qualcosa senza coinvolgere direttamente palestinesi e israeliani”. Purtroppo, prosegue, “oggi in Israele abbiamo un governo che nega l’esistenza stessa del popolo palestinese, il loro diritto a esistere e restare su questa terra, e lavora per cancellarlo completamente” dalla mappa. In questa prospettiva, l’organismo del presidente Trump “sembra incontrare le aspirazioni israeliane a cancellare il popolo palestinese una volta per tutte”. 

Parlando della situazione nella Striscia, l’analista riferisce che “le uccisioni continuano” pur essendo “diminuire rispetto al periodo precedente il cessate il fuoco”. “La triste realtà - avverte - è che Israele continua ad avere il sopravvento e continua a uccidere. E non esiste alcun meccanismo per ritenere gli israeliani responsabili delle violazioni del cessate il fuoco. Dall’altro, tutti i piani per disarmare Hamas e costringerlo a consegnare le armi - sottolinea - sono sinora falliti”. Il movimento estremista “continua a esistere, è armato e non vediamo alcun futuro prevedibile in cui Hamas possa disarmarsi”. Ciononostante, conclude Sayegh, “dobbiamo continuare a discutere della fine dell’occupazione” dello Stato ebraico su “Gaza e la Cisgiordania” che sono “interconnesse. Non possiamo ignorare l’occupazione e fingere che l’unica questione sia quella umanitaria”.

Pur con tutte queste gravi contraddizioni, vi sono alcuni punti che sembrano essersi delineati nella prima giornata di incontri del “Board of Peace” di Trump. Un organismo composto da una ventina di Paesi membri, alcuni dei quali stretti alleati e sostenitori del presidente Usa come Argentina ed El Salvador, oltre ad attori regionali di primo piano come l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti (Eau). Al primo incontro di ieri era prevista la partecipazione dei rappresentanti di circa 40 Stati, alcuni dei quali come osservatori (vedi l’Italia) mentre la Santa Sede ha deciso di declinare l’invito. Per il futuro l’auspicio è di coinvolgere altre nazioni di primo piano come la Cina e la Russia “che dovrebbero esserci” come ha detto il Tycoon. 

Ieri sono stati raccolti i primi sette miliardi di dollari per l’opera di ricostruzione, con donazioni provenienti da Stati Uniti (che annunciano altri 10 miliardi a breve), Emirati, Arabia Saudita e Kuwait fra gli altri con un miliardo ciascuno. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) ha promesso di raccogliere altri due miliardi da investire per la ricostruzione, che dovrebbe partire da Rafah. Illustrando il piano abitativo Marc Rowan, membro del Board Executive, ha dettagliato il piano abitativo per Gaza, ha confermato che la ricostruzione partirà dalla città del sud, laddove nella prima fase saranno costruite 100mila case per 500mila residenti. Seguiranno poi altre 400mila case in altre zona della Striscia, con l’obiettivo primario di “ricostruire Rafah entro tre anni” e, a quel punto, l’enclave sarà “collegata al mondo attraverso una porta abramitica con Egitto, Israele, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e che si estenderà a India ed Europa”.

Rafah dovrebbe essere anche l’area in cui verrà stanziato il primo battaglione della nascitura Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) come ha spiegato nel suo intervento il gen. Jasper Jeffers, dello US Central Command. L’alto ufficiale, che assumerà la guida della forza, sottolinea che potrà disporre di almeno 20mila soldati divisi in cinque brigate, la prima delle quali nella città di frontiera del sud. Egli ha quindi confermato che l’Indonesia ha accettato di ricoprire la posizione di vice della forza, alla quale spetterà anche il pattugliamento delle frontiere, con Jakarta che si è impegnata a contribuire con il maggior numero di soldati, circa 8mila. Accanto a loro ci saranno anche militari di Marocco, Kazakistan, Albania e Kossovo. L'Isf dovrebbe però limitarsi al controllo delle frontiere e alla protezione dei convogli umanitari.

La responsabilità vera su sicurezza e controllo della Striscia dovrebbe essere affidata a una forza di polizia composta e affidata ai palestinesi, chiamati a pattugliare il territorio e a gestire l’ordine pubblico con un ruolo chiave coordinandosi con l'Isf. Ieri all’incontro del Board è intervenuto Ali Shaath, tecnocrate palestinese nominato alla guida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag) - l'organismo con funzioni di governo nel piano Trump - affiancato dall’ambasciatore Usa all’Onu, Mike Waltz, e dal diplomatico bulgaro di lungo corso Nickolay Mladenov, già inviato delle Nazioni Unite nella regione. Quest’ultimo è l’uomo incaricato di supervisionare la prevista smilitarizzazione di Gaza, la consegna delle armi di Hamas e lo stanziamento di una forza di polizia palestinese. “Stiamo operando in condizioni estremamente difficili” ha affermato Shaath. Tra le priorità il ripristino della sicurezza attraverso 5mila agenti di polizia civile professionisti addestrati, il rilancio dell’economia di Gaza e la creazione di posti di lavoro. ”Il reclutamento della polizia è già in corso - ha annunciato Mladenov - finora 2mila palestinesi hanno presentato domanda per entrare a far parte delle forze dell’ordine, che saranno addestrate in Egitto”. 

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