01/06/2017, 12.55
SIRIA
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Caritas Siria: mutilati, disabili permanenti e paralitici, la faccia nascosta del conflitto

di Sandra Awad*

Dal 2011 la guerra nel Paese ha causato oltre 300mila feriti, molti dei quali hanno riportato danni permanenti. Disabili e mutilatinnecessitano di cure di lungo periodo, ma scarseggiano le strutture. Ospedali costretti a dimettere i pazienti per rispondere alle emergenze. La storia di Georgette, colpita da un cecchino tornando da un battesimo. “Senza Cristo sarei crollata molto tempo fa”.

 

Damasco (AsiaNews) - Secondo l’organizzazione umanitaria Handicap International sono oltre 300mila le persone in Siria ferite a vario titolo nel contesto del conflitto [in atto dal marzo 2011] e bisognose di cure. Molte di queste hanno subito danni permanenti e disabilità di lungo corso che si ripercuoteranno sul resto della loro vita, stravolgendone la qualità. 

Molti siriani - ad oggi non si hanno cifre precise al riguardo - feriti in questi anni di guerra hanno subito infermità permanenti, alle quali non si è in grado di rispondere con cure mediche adeguate e un necessario percorso riabilitativo. Con sei anni di conflitto alle spalle, gli ospedali del Paese scarseggiano in apparecchiature mediche, mancano i farmaci di base e dottori specializzati per le varie patologie. Molte di queste strutture in difficoltà si sono viste costrette a dimettere troppo presto i pazienti, per far fronte alle nuove - e continue - emergenze in arrivo. 

Alcune fonti, non confermate, parlano di diverse migliaia di persone paralizzate o mutilate, anche se il numero esatto di gente con disabilità permanenti resta sconosciuto. Lo scorso anno la Caritas, attraverso i progetti avviati a Damasco, ha aiutato oltre 115 persone affette da disabilità, fornendo loro sedie a rotelle, forniture mediche, operazioni chirurgiche e medicine. Solo lo scorso anno l’ente caritativo cristiano ha sostenuto 213 famiglie nella capitale con portatori di handicap al loro interno, garantendo cibo, generi di prima necessità e anche l’istruzione di base. Sono una delle nostre “priorità”, conferma Caritas Siria. 

Questa è l’altra faccia della guerra, che i media purtroppo tendono a tenere nascosta perché non fa notizia. Una faccia che assume i contorni e la fisionomia di Georgette, che combatte ogni giorno la sua battaglia contro le lacrime, la disperazione, gridando a gran voce: “Cerco di essere forte, ma credo di avere tutto il diritto di essere debole alle volte… ne ho tutto il diritto…”. 

Ecco, di seguito, la sua storia:

“Sandra, quando hai sete o fame, puoi andare in cucina e bere acqua o mangiare qualcosa. Io, invece, non posso fare nulla di tutto questo. Devo aspettare che qualcuno mi porti cibo o acqua. Ogni volta che devo chiedere aiuto per qualcosa, avverto un senso profondo di umiliazione. Ogni volta mi sforzo per cercare di farlo da sola, ma finisco per chiedere aiuto; chiedo a qualcuno di portarmi del cibo, di pulirmi il corpo o di medicarmi le ferite […] Certo, è anche vero che le mie due figlie si prendono cura di me a fondo, ma sento il cuore spezzarsi ogni volta che sono costretta a chiedere loro di fare qualcosa per me…”.

Georgette, una donna sulla quarantina, piange a dirotto mentre racconta al nostro team Caritas la sua storia.

“Mi trovavo all’interno dell’autobus - racconta - assieme alle mie bambine, di ritorno dal nostro villaggio di origine, dopo aver partecipato al battesimo di un parente. Eravamo sulla strada che porta a Damasco, quando l’autista ha improvvisamente imboccato Harasta Road, che sapevamo essere una strada assai pericolosa. Non avrebbe dovuto farlo. Con un tono di voce freddo si è rivolto verso i passeggeri dicendo di fare attenzione e di chiudere i finestrini, perché nell’area erano presenti numerosi cecchini. Quando ho sentito queste parole ho chiesto alle mie due figlie di 5 e 11 anni [all’epoca dei fatti] di ripararsi sotto i sedili. Mi sono piegata su di loro per proteggerle, quando ho sentito qualcosa penetrare all’interno del mio corpo. Era un proiettile esploso da un cecchino, che ha colpito prima la mia mano, poi è penetrata nel petto frantumandosi all’interno del mio corpo e danneggiando la colonna vertebrale. Oggi sono paralizzata. Dal petto alla punta dei piedi, ormai non riesco a sentire più nulla…”.

Le mani di Georgette, che indicano le parti ormai paralizzate del suo corpo, tremavano senza sosta. Questo incidente, che risale ormai al 2012 [nel primo periodo del sanguinoso conflitto siriano], è ancora vivo nella memoria della donna ed è tuttora fonte di paura e dolore, come se fosse successo solo ieri.

Da allora, Georgette ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico dietro l’altro, a causa delle varie complicazioni sopravvenute in seguito alla pallottola esplosiva penetrata nel suo corpo; e i cui frammenti hanno finito per diffondersi e penetrare in profondità non solo nel suo corpo, ma anche nella sua vita e in quella dei suoi familiari.

“Invece di portarmi all’ospedale - ricorda la donna - l’autista del taxi ha abbandonato me e le mie figlie al primo checkpoint incontrato lungo il tragitto. I soldati hanno fermato una vettura, e mi hanno condotto in un ospedale pubblico. Le mie figlie erano davvero giovani all’epoca, non riuscivano a capire appieno ciò che stava accadendo. Hanno usato il mio telefono cellulare, per chiamare il loro padre a Damasco, dicendogli che ero stata uccisa e che non sapevano dire dove si trovassero in quel momento. Mio marito è impazzito, e ha iniziato a correre per le strade, fino a che è giunto alla stazione degli autobus. Lì ha iniziato a domandare in giro agli autisti dei pullman e ai passeggeri se qualcuno avesse avuto notizie di noi”.

Mentre parla, Georgette inizia di nuovo a piangere, i suoi begli occhi verdi si inumidiscono di pesanti lacrime, che iniziano a solcarle il volto bagnando non solo il suo viso, ma anche i nostri cuori. Un velo di tristezza cala su noi tutti.

Qualche minuto più tardi riprende il racconto: “Quattro ore più tardi - ricorda - mio marito ha raggiunto l’ospedale. Egli ha trovato le due figlie da sole, in una grande sala di attesa, che si stringevano l’una con l’altra per farsi forza, tremanti come foglie, in un pianto dirotto. È subito corso verso di loro e ha iniziato a piangere con loro…”.

A questo punto della storia, Georgette soffre e ride al tempo stesso, come se stesse sperimentando un’altra guerra all’interno del suo corpo tormentato, che nella fede cristiana e nel confronto dei familiari riesce a trovare un po’ di sollievo.

“Mio marito era solito chiamarmi ‘la mia ape’ perché ero sempre in movimento. Ora - aggiunge - trascorro tutto il mio tempo seduta su questa sedia speciale, senza poter fare nulla, se non chiedere aiuto per fare qualsiasi cosa. Cerco per quanto possibile di scherzare e ridere come ho sempre fatto prima. È per le mie figlie che cerco di essere forte. Negli ultimi cinque anni, ciascuna di loro due è cresciuta di 10 anni rispetto alla loro età reale, trascorrendo la gran parte del loro tempo al mio servizio. Nel frattempo, anche a causa della guerra, mio marito ha perso la piccola azienda di cui era proprietario, e insieme a lei tutto il suo lavoro di una vita; il conflitto ci ha prosciugato tutte le risorse economiche di cui disponevamo, e ora egli è senza lavoro. Cerco di essere forte per tutti loro, ma qualche volta mi sembra di crollare. Credo di avere tutto il diritto di essere debole alle volte… ne ho tutto il diritto…”.

Infine, un ultimo pensiero lo rivolge a Dio e alla guerra: “Prego sempre il Signore - conclude - che metta fine a questo conflitto, perché se continua molte altre persone finiranno per essere colpite e ferite, come lo sono stata io. Credetemi, è una situazione insopportabile e senza la preghiera continua e la mia fede profonda in Cristo, sarei crollata molto tempo fa”.

* Responsabile della Comunicazione Caritas Siria, 38 anni, sposata e madre di due figli, vive ogni giorno il dramma della guerra.

 

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