16/09/2022, 11.19
LIBANO
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Da Sabra e Shatila ai siriani, il dramma ‘infinito’ dei rifugiati in Libano

di Fady Noun

A 40 anni dal massacro nel campo profughi palestinese l’emergenza resta irrisolta. E si è aggravata nel tempo con la guerra in Siria. Centinaia di migliaia di bambini privati del diritto allo studio. Gli aiuti internazionali condizionati alla loro permanenza nel Paese dei cedri, che vede compromesso il fragile equilibrio etnico e confessionale. 

Beirut (AsiaNews) - Ogni anno in questo periodo, la stampa internazionale si sente in dovere di ricordarci uno degli episodi più codardi e vergognosi della guerra del Libano, quello del massacro di Sabra e Shatila (16-18 settembre 1982), nel bel mezzo dell’invasione israeliana. Arrivato a Beirut nell’ambito dell’operazione “Pace in Galilea”, l’esercito di Ariel Sharon, dopo aver espulso l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) sotto la supervisione internazionale, circonda i due campi mentre gruppi di miliziani - in larga maggioranza cristiani - vi penetrano ed eliminano uomini di valore che si trovano ancora all’interno, per poi rivolgersi contro la popolazione civile. Nel massacro hanno perso la vita fra le 800 e le 2mila persone. Due giorni prima, un’altra strage era avvenuta ad Achrafieh, nel cuore della Beirut cristiana, costata la vita a 33 persone tra cui il presidente libanese Bashir Gemayel, appena rieletto tre settimane prima.

Ben lungi dal cercare di giustificare un massacro con un altro, questa tragedia sottolinea l’atrocità di una guerra in corso dal 1975 per liberare il Libano dal peso di una popolazione di rifugiati cacciata dalla propria terra in seguito alla partizione della Palestina (risoluzione 181 dell’Onu, 29 novembre 1947), che la storia aveva trasformato in popolo di Fedayyìn. Un popolo spinto a credere, da una ventata di follia politica, che il Libano potesse servire come sostituto della Palestina, o come trampolino di lancio per riconquistare una patria perduta.

L’accerchiamento di Beirut-Ovest da parte dell’esercito israeliano e la mediazione dell’emissario Usa Philip Habib, mettono fine alla presenza di Yasser Arafat e dell’Olp nella capitale libanese. Il popolo palestinese, giunto a ondate dopo il 1949, torna a essere un popolo di “rifugiati”. E lo rimane sempre, almeno in Libano. Appesantiti da questo fardello, e vivendo nella paura permanente di una naturalizzazione dei palestinesi che sarebbe stata loro imposta, i libanesi si sono visti costretti - meno di 30 anni più tardi - ad accogliere un altro flusso di rifugiati, questa volta siriani, cacciati dal loro Paese in seguito a una intifada pacifica poi degenerata in violenza (2011).

Tra il 1947 e il 2011, due grandi flussi di popoli hanno quindi destabilizzato un minuscolo Paese di 10.452 km2. E messo in serio pericolo la sua giovane indipendenza (raggiunta nel 1943), basata su un delicato equilibrio confessionale tra le componenti cristiana e musulmana della sua popolazione.

Due prove che continuano

Queste due grandi prove continuano nel tempo, sia per il Paese ospitante che per le popolazioni accolte, e solo un miracolo storico potrà trarre in salvo il Libano dal dramma che sta vivendo. I palestinesi vivono nella miseria. Rappresentano il più grande insieme di popolazione apolide nel mondo (fra le 200 e le 400mila persone, secondo stime incerte e mutevoli); i suoi membri sono privi di diritti civili, con accesso limitato all’occupazione, in una nazione che si trova a poche centinaia di chilometri da una patria diventata inaccessibile. Un popolo di cui una parte è ammassata in campi malsani, privi di speranza e dove, in un ciclo infinito, un rifugiato dà alla luce un altro rifugiato, a fronte di un progressivo prosciugamento o con limitazioni arbitrarie degli aiuti internazionali (l’Unrwa, Agenzia Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, è stata privata di fondi dal presidente Donald Trump), per costringere il Libano a naturalizzarli, di fatto sancendo come passo compiuto e assodato la cacciata dalla loro patria. 

Un destino più o meno analogo sembra prospettarsi anche per la popolazione civile siriana, che si è riversata in Libano a partire dal 2011. Stimata oggi fra uno e 1,5 milioni, questa popolazione - parte della quale ha iniziato ad essere rimpatriata su iniziativa delle autorità libanesi - sembra indirizzata alla naturalizzazione, a discapito degli sforzi profusi dal governo. Per quanto indebolito e corrotto, l’esecutivo rifiuta infatti questo scenario e cerca con tutti i modi di incoraggiare i siriani a tornare nel loro Paese consapevole che la Siria, nel 2022, ha ritrovato gran parte della propria stabilità. Va tuttavia fatto notare che la comunità finanziaria internazionale, guidata dagli Stati Uniti, resta ostile alle politiche di rimpatrio e si rifiuta al contempo di ricostruire un Paese devastato dalla guerra, se prima non ha ottenuto concessioni politiche ed economiche dal regime [a Damasco]. Il che non è facile, mettendo sul piatto anche il fattore della presenza russa in Siria.

Del resto, vi è qualcosa di sospetto nel fatto che l’aiuto concesso dagli organi internazionali è condizionato alla loro presenza [dei rifugiati] in Libano, e finirebbe per essere sospeso seduta stante se ritornassero nelle loro case e terre.

L'istruzione negata

Uno studio delle Nazioni Unite del 2021 afferma che “il Libano accoglie 660mila bambini rifugiati siriani in età scolare [vi sono circa 40mila nascite ogni anno, ndr], ma il 30% di essi - ovvero 200mila bambini circa - non hanno mai frequentato la scuola”. Inoltre, “quasi il 60% non è andato a scuola negli ultimi anni […] e almeno il 90% dei rifugiati siriani in Libano vive oggi al di sotto della soglia della povertà estrema, rispetto al 55% nel 2019”. 

Di fronte a questa emergenza, il Libano ha cercato di comunicare con ogni mezzo alla comunità internazionale che il peso della presenza dei rifugiati siriani è divenuto ormai “insopportabile”. E che non vi è altra scelta che “fare di tutto per rimpatriarli”.

In conclusione, possiamo affermare che la guerra civile scatenata nel 1975 dalla presenza palestinese è stata alimentata da un fraintendimento e dall’assenza di dialogo tra libanesi, elementi attorno ai quali Damasco ha saputo manovrare con abilità. Tuttavia, oggi, la presenza siriana in Libano è vista con sospetto da molti libanesi che la considerano una semplice operazione che ha come obiettivo il ricollocamento di un popolo, e che è destinata a cambiare per sempre l’identità libanese. Preso nel tumulto geopolitico mondiale, il Paese dei cedri cerca quindi disperatamente di mantenere la testa fuori dall’acqua e galleggiare.

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