05/01/2007, 00.00
COREA DEL SUD – COREA DEL NORD
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Diecimila fazzoletti gialli per ricordare i familiari rapiti dalla Corea del Nord

I parenti dei sud coreani rapiti da Pyongyang appendono fazzoletti gialli agli alberi presso il confine, come segno di memoria e speranza. Storia di Choi, pescatore sud coreano rapito da 31 anni.

Seoul (AsiaNews/Agenzie) – Diecimila fazzoletti gialli appesi agli alberi per dire che non dimenticano i loro cari rapiti dalla Corea del Nord e ne attendono il ritorno. E’ l’iniziativa lanciata ieri dalla ong sud coreana Famiglie dei rapiti e dei detenuti nella Corea del Nord. Così, i familiari degli scomparsi hanno legato i primi fazzoletti ai pini presso il padiglione di Imjingak (Paju), vicino al confine tra le Coree. Il parco e gli edifici furono costruiti per consolare i nord coreani che non sono potuti tornare a casa dopo l’armistizio del 1953.

 

Choe Wu-young, presidente della ong, ricorda che “sono 20 anni che mio padre è stato rapito dalla Corea del Nord. Non ho mai perso la speranza che mio padre, che ricordo ancora come un quarantenne, ritorni a casa”. L’iniziativa era già stata lanciata nel 2005 con oltre 400 fazzoletti appesi, ma gli alberi sono stati poi tagliati per allargare una strada.

 

Secondo il ministro sud coreano per l’Unificazione, la Corea del Nord non ha mai restituito 548 soldati fatti prigionieri durante la Guerra del 1950-1953 e almeno 485 sud coreani sono stati rapiti dal Nord dopo la fine della Guerra. Pyongyang dice che i sud coreani sono rimasti “volontariamente”, ma diverso è il racconto di 38 prigionieri riusciti a fuggire e tornare a casa.

 

Spera di tornare a casa anche Choi Uk-il, 67 anni, rapito nell’agosto 1975 come altri 32 pescatori, nel mare Orientale presso il confine tra le due Coree e ora fuggito in Cina. Un altro pescatore è fuggito e tornato a casa un anno fa. Choi per 20 anni non ha avuto notizia della moglie e dei quattro figli. Nel 1978 è riuscito a mandare loro lettere di nascosto, grazie al gruppo sud coreano Representative of the Abducted Family Union.

 

Choi Sung-young, leader del gruppo, racconta che, per aiutarlo a fuggire, il gruppo gli ha procurato un lavoro presso la città di Hyesan, vicino al confine. La notte del 25 dicembre alcuni cinesi lo hanno guidato oltre il confine. Ora è nascosto, aiutato da membri del gruppo, perché la Cina restituisce a Pyongyang i fuggitivi, che sono incarcerati e torturati. Si ritiene che decine di migliaia di nord coreani siano fuggiti in Cina e stiano nascosti. A dicembre il Comitato Usa per i diritti umani nella Corea del Nord ha detto che il rimpatrio operato dalla Cina viola le convenzioni sui rifugiati.

 

Il 31 dicembre Choi ha incontrato la moglie nella città cinese di Yenji. La moglie ha rivolto una richiesta al governo perché aiuti il marito a tornare. A un giornalista che lo raggiunge, Choi esprime un solo desiderio: “Voglio tornare a casa appena possibile e vivere con la mia famiglia”.

 

Seoul persegue una politica di riavvicinamento a Pyongyang e non fa commenti ufficiali sul problema. In 50 anni solo circa 10mila nord coreani sono fuggiti nel Sud e gli attivisti dicono che le ambasciate di Seoul in Stati terzi talvolta scoraggiano chi lo chiede. Invece Tokyo chiede la restituzione dei cittadini rapiti negli anni ’70 e ’80 per insegnare alle spie nord coreane il linguaggio e le abitudini del Giappone. A dicembre a Tokyo si sono incontrati i familiari dei rapiti di Corea del Sud, Giappone e Thailandia, per chiedere insieme il rimpatrio dei loro cari. (PB)

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