21/06/2022, 13.00
GIAPPONE
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Donna singalese morta in centro migranti: magistrati giapponesi non indagheranno

di Guido Alberto Casanova

Respinto il ricorso della famiglia di Wishma Sandamali, morta l'anno scorso mentre era detenuta per visto scaduto nonostante test medici dimostrassero gravi condizioni di salute. Il distretto di Nagoya sostiene di non essere in grado di stabilire se i funzionari abbiano agito con negligenza. La famiglia ha annunciato ricorso su una vicenda simbolo sui problemi delle leggi sull'immigrazione in Giappone.

Tokyo (AsiaNews) - La scomparsa di Wishma Sandamali l'anno scorso è avvenuta in modo tragico, lontano dai riflettori. Da metà gennaio 2021 la giovane singalese, che si trovava in un centro di detenzione dell’agenzia per l’immigrazione in Giappone, lamentava forti dolori che ne hanno poi causato la morte il 6 marzo. Da quel giorno la famiglia di Sandamali, immigrata dallo Sri Lanka, non ha fatto che chiedere giustizia ma qualche giorno fa le loro speranze sono state deluse quando i magistrati hanno respinto le accuse dei famigliari.

Wishma Sandamali era arrivata in Giappone nel 2017 con un visto di studio ma nell’agosto del 2020 era stata portata nel centro di detenzione situato a Nagoya per non aver lasciato il Paese allo scadere del visto. A inizio 2021, Sandamali aveva iniziato a mostrare i sintomi di un peggioramento del suo stato di salute e alcuni test medici condotti a metà febbraio evidenziavano le gravi condizioni in cui si trovava la donna.

La famiglia Sandamali ha sempre ritenuto che questa morte sia un omicidio in quanto dovuta all’inazione delle autorità del centro, nonostante le richieste di aiuto della detenuta. Lo scorso novembre la sorella minore aveva presentato una denuncia penale contro 13 funzionari legati alla detenzione di Wishma, accusandoli di negligenza intenzionale e di non averle voluto fornire le cure appropriate. “Non importava loro se fosse morta”, ha dichiarato.

Il 16 giugno, tuttavia, i magistrati del distretto di Nagoya hanno provveduto a informare la famiglia che non procederanno con le accuse perché non in grado di determinare se i funzionari del centro di detenzione abbiano fornito o meno cure appropriate. Dopo aver condotto un’indagine sui documenti del centro e aver ascoltato alcune testimonianze, i magistrati hanno risolto di non poter giudicare la colpevolezza dei funzionari. Per questo caso la procura, secondo le fonti citate dall’Asahi Shimbun, si sarebbe anche consultata con una corte gerarchicamente superiore. La famiglia tuttavia non si è data per sconfitta e ha detto che intende chiedere la revisione della decisione alla commissione che sovrintende l’operato della magistratura.

Il caso della trentatreenne singalese ha fatto molto rumore in Giappone, accendendo il dibattito sugli abusi a cui sono sottoposti gli stranieri nei centri di detenzione e su come riformare le leggi sull’immigrazione giapponesi. La proposta di riforma era stata proposta sull’onda emotiva della notizia, senza però avere seguito.

Nell’ultimo decennio, la grave crisi demografica che affligge il Giappone ha obbligato Tokyo ad aprire le porte all’immigrazione. Oggi nel Paese abitano e lavorano circa 1,7 milioni di cittadini stranieri, un numero due volte e mezzo superiore a quello registrato solo un decennio fa. Con una demografia in declino, però, il Giappone avrà bisogno quadruplicare quel numero: alcune stime riportano che entro il 2040 il Paese avrà bisogno di circa 6,7 milioni di lavoratori immigrati.

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