21/02/2026, 08.45
MONDO RUSSO
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Due anni senza Naval’nyj

di Stefano Caprio

I dettagli emersi dalle analisi dei laboratori di cinque Stati sul veleno che lo ha portato alla morte nel lager di Kharp nel febbraio 2024 rimarcano il vuoto lasciato dall'uomo che ha incarnato per un decennio il dissenso popolare e giovanile nei confronti di Putin. Una personalità carismatica e contraddittoria che aveva portato nella vita quotidiana della Russia tante diverse fonti d’ispirazione.

Il 16 febbraio 2024 Aleksej Naval’nyj moriva nel lager di Kharp nell’estremo nord della Russia, dopo una passeggiata nel gelo invernale, e – come hanno chiarito i laboratori di cinque diversi Stati – per colpa di un avvelenamento provocato dal siero di una rana equatoriale, preparato apposta per lui, visto che era riuscito a sopravvivere al Novičok preferito dai servizi russi, che gli era stato somministrato quattro anni prima. Dopo essere miracolosamente tornato in vita grazie alle cure in un ospedale tedesco, Aleksej ha deciso di tornare in Russia, certo di morire per proclamare la sua fede nella libertà e nell’amore reciproco, che aveva scoperto leggendo il Vangelo e tanti altri libri di spiritualità e filosofia della speranza.

Aveva 48 anni al momento della morte, e da oltre un decennio Naval’nyj rappresentava il dissenso popolare e giovanile alla dittatura di Vladimir Putin, che aveva talmente paura di lui da ricercare nelle paludi del Sudamerica il veleno definitivo. Era apparso pubblicamente a fine novembre del 2011, una settimana prima delle elezioni alla Duma di Stato, organizzando proteste di massa sulla piazza Bolotnaja di fronte al Cremlino insieme a un milione di persone. Il suo movimento denunciava la corruzione dei potenti e del “partito dei ladri e degli imbroglioni”, simile ad altri gruppi e partiti populisti sorti in vari Paesi dell’Europa e del mondo, sul declinare della fase “globalista” del capitalismo estremo.

La sua personalità carismatica e contraddittoria aveva portato nella vita quotidiana della Russia tante diverse fonti d’ispirazione. Egli era capace di criticare sé stesso e cambiare idea su molte questioni, senza chiudersi nelle ideologie e negli artifici dei “valori”, tradizionali o innovatori che dir si voglia. Aveva un irresistibile senso dell’umorismo, che lo faceva diventare simpatico e amichevole perfino alle guardie carcerarie che lo hanno avvelenato, e disperdeva la cappa di risentimento e disprezzo della vita che domina la Russia dall’ascesa al potere del tetro “mago del Cremlino” Vladimir Putin, l’erede del Kgb sovietico impegnato a distruggere l’ordine mondiale pur di impedire agli altri popoli di godersi la vita.

Naval’nyj rappresentava anche il senso genuino della rinascita religiosa della Russia dopo settant’anni di ateismo, senza farsi rinchiudere dai canoni della Chiesa ortodossa asservita al regime, ma vivendo l’esperienza della ricerca del significato delle cose e condividendo queste sensazioni con chi gli era accanto, e chiunque volesse davvero scoprire “la felicità del presente e del futuro”, il modo con cui egli definiva il destino della Russia. Egli stesso ricordava che “da bambini ci si picchiava a sangue quando le strade erano piene di gopniki”, i teppisti che giravano per vantarsi della loro forza fisica, di cui Putin era un tipico rappresentante, ma “riuscivano a picchiarmi solo quelli delle classi superiori”. Amava la caccia, ma era un “cacciatore teorico” che in tutta la vita aveva ucciso solo un fagiano di monte e una beccaccia, e il suo esercizio preferito era la “caccia sedentaria”, rimanendo ore accanto al fieno ad attendere il volo di un fagiano.

La caccia sanguinaria, invece, “in Russia è diventata la principale caratteristica del potere”, come egli ricordava nelle interviste alla rivista Esquire, la prima che aveva pubblicato il suo volto in copertina. Egli criticava il regime anche in famiglia, e sua figlia Daria gridava continuamente a scuola che “Putin è un mascalzone”, suscitando le proteste della moglie Julia che spiegava alla bambina che “tuo padre non è Robin Hood”. Aleksej aveva sposato Julia nel 2000, l’anno in cui Putin era diventato presidente, e descriveva il loro rapporto dicendole che “io non posso stare sdraiato sul divano a mangiucchiare qualcosa, se tu non mi guardi”. Per capire la politica americana guardava alla televisione gli episodi dei Simpson insieme a Daria e all’altro figlio Zakhar.

Pur essendo un eroe popolare della rivincita contro la corruzione, Naval’nyj affermava di essere “un uomo come tutti gli altri, centomila volte ho dato la mazzetta ai vigili per evitare la multa”, la principale regola del codice stradale della Russia sovietica e post-sovietica. Tranne poi capire a un certo punto che “non bisogna continuare a pagare, ma si deve cercare di infrangere meno regole”. Egli quindi affermava che “per la lotta alla corruzione sono necessarie due condizioni fondamentali, la concorrenza politica e la libertà di espressione”, che in Russia erano state annullate, e ha cercato fino all’ultimo di incitare alla scelta di alternative politiche con il “voto intelligente”, votando per vari partiti anche se non permettevano di crearsi il proprio, pur di non votare per la Russia Unita di Putin.

Quando Naval’nyj ha iniziato a radunare le folle, egli stesso osservava che “oggi la Russia è più ricca e libera di quanto sia mai stata nella sua storia, e l’enorme quantità di denaro che gira per il Paese ci dà la possibilità di operare cambiamenti grandiosi per vivere sempre meglio, ma sembra proprio che non si voglia usarla per questo scopo”. Infatti “lo Stato da noi si è trasformato in una mafia, proprio nel senso italiano della parola, quando tutti sono dipendenti l’uno dall’altro… la differenza è che a Mosca non c’è un locale dove tutti si possono radunare”. Per questo riteneva inevitabile una rivoluzione, ma “i cambiamenti non avvengono con azioni organizzate artificialmente, sono episodi imprevedibili di persone qualsiasi che smuovono l’intera popolazione”. I cambiamenti possono avvenire solo quando le persone sono insoddisfatte, e “oggi in Russia ci sono tanti scontenti”.

Egli affermava che avrebbe perdonato Putin “se fosse diventato il Lee Kuan Yew russo”, il dittatore di Singapore che “ha scacciato tutti i malviventi con la sua politica totalitaria”, ma Putin non è in grado “nemmeno di diventare il Lukašenko russo”. Egli voleva sapere “quanto sinceramente Putin crede in tutto quello che afferma e impone, quanto crede che il suo sistema potrà reggere all’infinito”, una domanda quanto mai attuale dopo quattro anni di guerra in Ucraina, con un sistema economico sempre più traballante provocato da quelli che egli chiamava “i patrioti corrotti”.

Se gli avessero dato un minuto sul Primo Canale della televisione, “non credo che riuscirei a comunicare al popolo la verità, io non dispongo per niente di questa proprietà metafisica della parola, ma almeno cercherei di spiegare qual è la più grande menzogna”, cioè il fatto che pur essendo la Russia la principale esportatrice di petrolio, “tutti i soldi vengono rubati dalle persone che stanno intorno a Putin”, dicendo i loro nomi e cognomi. E avrebbe invitato tutti a prendere posizioni attive in politica e a non limitarsi a “fare offerte di beneficenza per aiutare i bambini in difficoltà, cerchiamo di aiutare tutti, non solo la piccola Anja”.

Naval’nyj ricordava i dissidenti sovietici, “uomini coraggiosi e audaci”, in particolare Anatolij Marčenko, morto in lager a 49 anni nel 1986, proprio come sarebbe accaduto a lui stesso quasi quarant’anni dopo, definito “un titano dello spirito”. Lui invece si definiva “un poveretto di Marino”, il quartiere di Mosca dove abitava e nel cui cimitero oggi è sepolto, “uno a cui piace andare in giro con il cappotto e le scarpe da ginnastica”. A livello ideologico egli affermava che “io sono un kantiano, anche se suona un po’ patetico, ma non riesco a pensare niente di meglio: agisci in modo che il massimo che riesci a fare possa diventare una regola per il comportamento di tutti”. Egli cercava di ritirarsi e riposare dalle tante tensioni andandosene in posti isolati, ma “dopo un paio di giorni comincio a sentire la mancanza delle altre persone”.

Naval’nyj era battezzato e si riteneva un autentico cristiano ortodosso, ma “io sono un tipico ortodosso sovietico, mi faccio il segno della croce davanti alla chiesa, ma in chiesa non ci entro”. Affermava di aver cominciato a capire la religione dopo aver letto il romanzo Moskva-Petuški, l’opera post-modernista di Venedikt Erofeev degli anni Settanta che racconta di un viaggio dalla capitale alla meta utopica della provincia, e “ho scoperto che ogni due frasi del libro c’era una citazione biblica”. Quindi la fede si acquisisce “non tanto partecipando ai riti dell’Ortodossia, e se non sai niente della tradizione cristiana non riuscirai a capire niente della cultura”, invitando a leggere di più e a coltivare “la ricerca del vero, del bello e del buono”. Anche rispetto all’islam, egli affermava che “quando vedi i tappeti stesi fino all’orizzonte nei pressi di una moschea, questo non significa che gli uomini sono religiosi, è solo un modo di riunirsi e sentirsi un unico noi”.

Affermava di “adorare il junk-food, da McDonald’s o da Rostic’s, anche se cerco di non ingrassare” e di ricordare molto bene “la mia prima shawarma, era enorme, me l’avevano preparata gli studenti libanesi dell’università per l’Amicizia dei Popoli dove studiavo, e l’ho mangiata così tante volte che tutti voi insieme non ce la potete fare”. Una leggenda affermava che era bravissimo a preparare la torta di mele, ma “l’ho fatta una volta sola, di solito non mi interessa mangiare quello che cucino io”. Ci ha lasciato un amico, un uomo vero, con cui vorremmo andare a mangiare un panino, e parlare del futuro della Russia e del mondo intero.

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