11/05/2022, 10.21
TURCHIA
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Erdogan vuole rimpatriare un milione di siriani prima delle elezioni

di Marta Ottaviani

Il presidente turco ha annunciato la costruzione di 200mila case nel nord della Siria per chi sceglierà il ritorno volontario. Verrebbe alterato l'equilibrio demografico in una zona a maggioranza curda. Ma Ankara ha fretta: i 4 milioni di richiedenti asilo presenti oggi nel Paese pesano come un macigno sulla campagna per il voto del prossimo anno.  

Milano (AsiaNews) - La Turchia supera la quota dei 4 milioni di richiedenti asilo, l’anno prossimo si vota e il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, è alle prese con un problema che gli sta già costando molto e che potrebbe rivelarsi un boomerang ai fini elettorali.

Tre giorni fa, il numero uno di Ankara ha annunciato la costruzione di 200mila abitazioni nel Nord della Siria, per quei siriani che sceglieranno il ritorno volontario nel loro Paese. L’obiettivo - ambizioso - della Mezzaluna, è di rimpatriarne un milione, per iniziare. Una cifra importante, che andrebbe a cambiare gli equilibri delle terre nell’immediato oltre confine, nella zona a maggioranza curda, e offrirebbe alla Turchia la possibilità di accaparrarsi una fetta importante della ricostruzione del Paese.

“La Turchia va avanti nel suo obiettivo senza esitazioni - ha detto il capo dello Stato - in un periodo storico gravato da guerre, conflitti, crisi politiche ed economiche e rivolte sociali”. Fin qui i buoni propositi. I numeri, però, parlano chiaro. In Turchia al momento vivono 4.082.693 richiedenti asilo. Di questi 3.762.686 sono siriani. Il ministro degli Interni, Ismail Catakli, ha dichiarato che circa 122mila di questi ultimi al momento potrebbero non trovarsi più in Turchia, perché di loro si sono perse le tracce. Inoltre, ha aggiunto che quasi mezzo milione di siriani negli scorsi anni ha fatto ritorno in zone dove era stata garantita la sicurezza. Negli ultimi mesi, il Paese ha dovuto fare i conti anche con un flusso più sostenuto di persone che arrivavano dall’Afghanistan.

Ankara è determinata a favorire lo spostamento del maggior numero di siriani possibile entro l’inizio della campagna elettorale, che dovrebbe essere più o meno fra un anno. Da qui a farne muovere almeno un milione, però, ce ne vuole.

“La maggior parte dei siriani vorrebbe tornare nelle proprie case - ha spiegato ai media turchi Mazen Kseibi, attivista e membro dell’Associazione Siriana per la dignità del cittadino -. Se stiamo parlando di ritorno volontario va bene, ma devono essere garantite le condizioni”.

E le condizioni non ci sono ancora non solo per quanto riguarda la mancanza delle abitazioni, ma anche per tutto quanto concerne i cardini della vita civile: le infrastrutture di base, le scuole, i tribunali, nonché la garanzia della sicurezza. In oltre 10 anni dall’inizio dei flussi migratori, la Turchia ha rilasciato circa 200mila cittadinanze, a fronte di milioni di persone che chiedono il diritto di asilo e che adesso sono sotto la “temporanea protezione di Ankara”. Dove però la parola “temporaneo” copre un lasso di tempo ormai piuttosto dilatato, con conseguenze che sull’economia turca sono sempre più visibili. A fronte dei 14mila siriani che sono riusciti a rifarsi una vita e a impiantare il proprio business in Turchia con giro d’affari che, prima della pandemia, era di quasi 500 milioni di dollari, ci sono altri effetti che al popolo turco sono piaciuti decisamente meno.

Uno studio condotto dall’Università di Smirne, ha dimostrato che nel mercato di lavoro regolato ogni 100 siriani sul territorio significava meno 20 posti di lavoro per i turchi. Più difficili da tracciare gli effetti sul mercato del lavoro in nero, dove però gli effetti si sono fatti ancora più sentire. C’è poi da valutare l’impatto sulla sanità, sull’istruzione e più in generale sull’accesso a determinati servizi, che ha portato, con il tempo, a mutare in modo consistente la percezione del popolo turco.

Il presidente è braccato. Le sue dichiarazioni non sono passate inosservate e hanno raccolto critiche da ogni parte, anche dal suo alleato di convenienza, Devlet Bahceli, a capo del partito nazionalista MHP, che ha detto senza troppi giri di parole che i siriani se ne devono andare.

Il capo dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha parlato espressamente di fallimento del governo per quanto riguarda le politiche migratorie e come il prezzo più alto della guerra civile siriana, almeno a livello di migrazione sia stato pagato proprio dai turchi.

Accolti con grande enfasi, ora i migranti siriani, o meglio il loro rimpatrio, rischiano di diventare il vero motivo di scontro della prossima campagna elettorale.

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