24/06/2026, 14.40
GIAPPONE
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I giapponesi che puliscono gli stadi: tradizione culturale ma anche nazionalismo

Mentre la FIFA e i social celebrano i tifosi giapponesi che raccolgono i rifiuti dopo le partite dei Mondiali, in Giappone il gesto sta dividendo l'opinione pubblica. Con critiche sulla scelta di utilizzare lo slogan "Japan Pride" e le donne giapponesi che scrivono di non vedore gli stessi comportamenti da parte degli uomini in casa. 

Tokyo (AsiaNews) - Le immagini dei tifosi giapponesi che puliscono lo stadio ai mondiali di calcio hanno fatto il giro del mondo. Anche la FIFA, la Federazione internazionale di calcio, ha commentato: “Rispetto” postando su X un video dei fan giapponesi. Eppure quelle stesse immagini in Giappone sono state accolte in una maniera un po' diversa. 

I sacchi blu utilizzati dai fan giapponesi non sono stati concepiti per raccogliere la spazzatura. Fin dai primi anni ‘90, i tifosi portano agli stadi sacchi di plastica colorata da sventolare, una tecnica chiamata fukuro-ouen (“tifo con i sacchi”, appunto). Fu durante la Coppa del Mondo del 1998, la prima per il Giappone, che i fan giapponesi utilizzarono per la prima volta i sacchi anche per raccogliere i rifiuti prima di lasciare lo stadio, un gesto che non si è mai interrotto in tutte le edizioni successive dei Mondiali 

Le implicazioni politiche

Per i match di quest’anno sono stati preparati in anticipo 15mila sacchi con stampato sopra la parole “Japan Pride”. Anche se sulle borse non appare nessun logo visibile, i forum giapponesi sostengono che la fornitura è legata a APA Hotel, partner ufficiale dell’Associazione di football giapponese (JFA). La questione ha dato adito a diverse polemiche, poco discusse sui media internazionali. “Japan Pride” infatti non è solo uno slogan, ma è anche il titolo di un libro controverso. Il fondatore di APA Group si chiama Toshio Motoya. Noto anche con lo pseudonimo letterario Seiji Fuji, Motoya è una delle figure di spicco della destra nazionalista giapponese, molto vicino all’ala più conservatrice del Partito liberaldemocratico al governo.

Nel 2017, Motoya pubblicò un libro intitolato “The Real History of Japan: Japan Pride”. Sia questo libro sia il precedente (“Theoretical Modern History II: The Real History of Japan”) sono stati distribuiti gratuitamente nelle stanze di tutti gli hotel APA, con copie anche in inglese. I contenuti hanno generato nel corso degli anni diversi scandali a causa del negazionismo di Motoya dei crimini di guerra compiuti dal Giappone durante la Seconda guerra mondiale. Motoya descrive la “cosiddetta storia del Massacro di Nanchino”, in Cina, come “fabbricata”, sostenendo che l’esercito giapponese si limitò a “giustiziare soldati in borghese che si erano infiltrati tra i civili”. 

Il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, istituito dopo il conflitto, stimò che oltre 200mila vennero uccise nell’arco di sei settimane durante l’occupazione di Nanchino nel dicembre 1937. Le stime degli storici variano (le più conservative, sostenute da alcuni accademici giapponesi non negazionisti, parlano di circa 40mila vittime; la maggioranza degli storici internazionali accetta cifre tra le 100mila e le 200mila), ma la negazione totale dell’evento, come quella di Motoya, è considerata dalla storiografia accademica mondiale priva di basi documentali. Motoya ha anche dichiarato pubblicamente di aver “parlato con personalità importanti di 81 Paesi” e che “nessuna di esse crede a cose come il Massacro di Nanchino”. 

Motoya nega anche che le donne coreane e di altri Paesi asiatici siano state costrette a prestare servizio come schiave sessuali nelle case di piacere militari dell’esercito imperiale giapponese, definendo queste storie “inventate per disonorare il Giappone”. La riduzione in schiavitù sessuale delle ianfu (chiamate ancora oggi “donne di conforto”) è invece documentata da fonti storiche, diari militari giapponesi, testimonianze delle superstiti e sentenze internazionali.

Ciclicamente queste polemiche creano tensioni tra i Paesi dell’Asia orientale, soprattutto in occasione dei grandi eventi sportivi. Nel gennaio 2017 un viaggiatore americano pubblicò su Weibo un video che mostrava il libro di Motoya nelle stanze di un hotel APA a Sapporo. Il video raggiunse 77 milioni di visualizzazioni in due giorni e la Cina chiese un boicottaggio della catena. Durante i Giochi asiatici invernali del 2017 in Hokkaido, Cina e Corea del Sud ritirarono i loro atleti dagli hotel APA. Nel 2020, alle Olimpiadi di Tokyo, Motoya dichiarò apertamente che non aveva “alcuna intenzione” di rimuovere i libri: “Dovrei rimuoverli solo perché sono le Olimpiadi? È davvero stupido”, disse in conferenza stampa.

L’elemento che ha scatenato la discussione ai Mondiali 2026 è la coincidenza, che ha appunto alimentato diverse speculazioni online, tra il titolo del libro revisionista (“Japan Pride”) e lo slogan stampato sulle borse fornite dalla catena ai supporter giapponesi. Un commento molto condiviso su Reddit, ha sintetizzato così (seppur in maniera impropria per il paragone storico): “Se una squadra nazionale europea distribuisse ai propri tifosi sacchi della spazzatura con scritto ‘Our Pride’, forniti da un hotel il cui fondatore nega l’Olocausto e ha scritto un libro con lo stesso titolo, sarebbe considerato uno scandalo internazionale immediato. In Giappone si chiama sponsorizzazione sportiva”.

Una lunga tradizione culturale

D’altra parte molti fan giapponesi sono probabilmente ignari del significato dello slogan sui propri sacchetti, e il gesto di pulire gli stadi ha anche un significato e una tradizione più profonda. In Giappone, la grande maggioranza delle scuole pubbliche non ha addetti alle pulizie. Sono i bambini, a partire dai sei o sette anni, a pulire ogni giorno le aule, i corridoi, i bagni, le scale. L’attività prende il nome di souji no jikan - “il tempo della pulizia” - e fa parte di quello che il ministero dell'Istruzione giapponese definisce tokkatsu, ovvero le “attività speciali”, che servono per la formazione del carattere, del senso civico e della responsabilità collettiva. Pulire gli stadi a fine partita è quindi visto come un naturale comportamento di base che viene insegnato a scuola. Il termine che i giapponesi usano più frequentemente per descrivere questo comportamento è atarimae - che significa “ovvio”, “naturale”, “come deve essere”. Per un tifoso giapponese, raccogliere i propri rifiuti prima di uscire è semplicemente quello che si fa.

I sociologi ritengono che venga messo in atto anche un altro meccanismo. Secondo il noto filosofo e sociologo Ōsawa Masachi, i giapponesi tendono a essere relativamente indifferenti alla “giustizia su scala macro”, come i grandi problemi del mondo, il cambiamento climatico, le guerre lontane, ma sono straordinariamente sensibili al meiwaku, ovvero al “disturbo” che si può arrecare alle persone fisicamente presenti nello stesso spazio. “In Giappone”, ha spiegato in un’intervista ripresa da AFP, “anche se solo una persona comincia a raccogliere i rifiuti, le altre attorno a lei sentono che semplicemente non possono non unirsi. Perché se non lo fanno, le persone con cui sono penseranno che sono maleducate”. Questo meccanismo viene spesso descritto con l’espressione kuuki wo yomu - “leggere l'aria” - che indica la capacità, quasi un obbligo sociale, di percepire le aspettative implicite del gruppo e adeguarvicisi. Questo non significa che il gesto sia privo di autenticità. 

Per altri esperti c’è anche una dimensione storica. Il sociologo Randeep Rakwal dell’Università di Tsukuba traccia una linea che risale alle Olimpiadi di Tokyo del 1964: il Giappone postbellico, ansioso di presentarsi al mondo come nazione moderna e democratica, lanciò allora una campagna nazionale di igiene pubblica imposta dall’alto, che contribuì a codificare la pulizia come elemento dell’identità nazionale, un valore non celebrato, esibito, orgogliosamente rivendicato come tratto caratterizzante della cultura giapponese.

Uchi e Soto

C’è un concetto della cultura giapponese che aiuta a capire ancora meglio il fenomeno: la distinzione tra Uchi (interno, “noi”, lo spazio familiare e protetto) e Soto (esterno, “gli altri”, lo spazio estraneo). In Giappone, questa distinzione non è soltanto geografica o relazionale: è una delle strutture fondamentali attraverso cui viene organizzata l’esperienza sociale. Nel contesto domestico, l’Uchi è la famiglia; nel contesto lavorativo, è l’azienda; nel contesto sportivo, è la squadra. 

Di conseguenza lo stadio statunitense in cui si è svolta la partita è temporaneamente riclassificato come Uchi dai supporter giapponesi. E in uno spazio che si percepisce come “proprio”, non si lascia la spazzatura per terra. Lo si tiene pulito esattamente come si terrebbe pulita casa. Riprendendo le teorie dell’antropologa Mary Douglas, autrice del grande classico “Purezza e pericolo”, la pulizia degli stadi non è solo cortesia verso gli altri, ma un atto di affermazione identitaria, di presidio del confine tra il “noi” e il “resto”.

Anche in Giappone i confini di Uchi e Soto sono fluidi, soggetti a negoziazione continua. Ciò che li determina, molto spesso, è lo sguardo, il fatto di essere osservati. Un concetto che i sociologi descrivono come Seken no me: “gli occhi del mondo sociale”. Quando c'è uno sguardo esterno che guarda e giudica, la pressione a comportarsi secondo i codici dell’Uchi si fa più intensa.

Un gesto alimentato dall’esotismo occidentale

C’è anche un altro livello di lettura, e ha a che fare con l’esotismo con cui l’Occidente descrive questi episodi che mostrano la cultura giapponese o in generale delle nazioni dell’Asia orientale. Secondo altre tesi apparse online pochi giorni dopo le ultime partite di calcio, la pulizia degli stadi, che era un’abitudine culturale spontanea, oggi si è trasformata in uno strumento consapevole di auto-rappresentazione nazionale. Non è che i tifosi fingano di pulire, puliscono davvero. Ma l’atto è diventato sempre più parte del modo con cui il Giappone si presenta al mondo come una nazione superiore per disciplina, educazione civica e cortesia, soprattutto in un momento storico come quello attuale. Il saggista Kubota Masaki, sulla rivista Diamond Online, ha formulato questa critica in modo ancora più diretto nel 2022: “Quando il Giappone ricorre ad argomenti morali e spirituali per affermare la propria superiorità, di solito è perché è debole su altri fronti”. La pulizia degli stadi diventa, in questa lettura, un sostituto simbolico per altri tipi di potere - economico, tecnologico, diplomatico - che il Giappone non possiede o non esercita con la stessa visibilità.

A questa dimensione interna si aggiunge quella esterna: il ruolo che i media occidentali giocano nell’amplificare e mitizzare il gesto. A ogni Mondiale o Olimpiade, la copertura mediatica è la stessa e produce una narrazione, secondo i commentatori online, che serve anche a un bisogno occidentale: quello di avere un “altro” idealizzato attraverso cui criticare la propria società. Il Giappone consuma questi elogi come conferma della propria originalità e superiorità culturale, usando questa immagine - nota in giapponese come tatemae, la “facciata” che si mostra al mondo per autorappresentarsi.

Le critiche in patria

E proprio questo meccanismo dello sguardo altrui ha dato adito ad altre critiche in Giappone. Alcune utenti donne giapponesi sui social hanno fatto notare che i grandi eventi in patria - le manifestazioni di Shibuya durante Halloween, i festival estivi con i fuochi d’artificio lungo il fiume Sumida - lasciano spesso le strade coperte di rifiuti per ore. Le statistiche del distretto di Shibuya, a Tokyo, mostrano che almeno il 48% dei rifiuti abbandonati nella zona turistica proviene da residenti giapponesi, non da visitatori stranieri. 

Lo stesso Ōsawa ha in parte confermato questa interpretazione: il meccanismo del kuuki wo yomu è intrinsecamente dipendente dalla presenza di un gruppo di riferimento che osserva. La motivazione primaria nel raccogliere i rifiuti allo stadio non è, secondo lui, la pulizia in sé, ma l’evitare di essere visti come “fastidiosi” (meiwaku) dal proprio gruppo. Il che implica che, quando quel gruppo non c’è, il comportamento cambia.

Il ct della nazionale di calcio, Hajime Moriyasu, ha respinto le critiche e dichiarato orgogliosamente che “questa è una parte della cultura giapponese di cui possiamo essere fieri nel mondo”, mentre molti commentatori sottolineano che la tradizione si è mantenuta per quasi trent’anni, anche in condizioni molto diverse, si vinca, si perda.

La critica più tagliente in questo senso l’aveva formulata già durante i mondiali del 2022 in Qatar l’ex presidente dell’azienda Daio Paper, Ikawa Mototaka, un'altra figura controversa in Giappone, che aveva utilizzato un’espressione molto dura nel descrivere il comportamento: “mentalità da schiavi felici di essere lodati dagli stranieri”. Una frase che riflette la frustrazione di dipendere dal riconoscimento esterno, di fare a tutti i costi una bella figura agli occhi del resto del mondo.

Anche da parte delle donne giapponesi

Le critiche non sono finite qui. Un nuovo dibattito nei giorni scorsi si è aperto grazie a un post su X diventato virale, che parodiava i celebri manifesti di sensibilizzazione della metropolitana di Tokyo - immagini stilizzate di buone maniere civiche  - con una variante satirica: a sinistra, un fan che raccoglie orgoglioso i rifiuti allo stadio; a destra, lo stesso uomo seduto sul divano di casa, smartphone in mano, mentre sullo sfondo la moglie lava i piatti con accanto un cesto traboccante di panni da stirare. Sotto, una scritta: “Per favore, fatelo anche a casa”. Il post ha ottenuto 59mila mi piace e 13mila condivisioni. Un post correlato ha superato 1,9 milioni di visualizzazioni. E diverse donne hanno sottolineato come gli uomini giapponesi siano quelli che dedicano meno tempo al lavoro domestico.

Secondo il database OCSE sull’uso del tempo (aggiornato al 2021 per i dati giapponesi), gli uomini giapponesi dedicano in media 41 minuti al giorno al lavoro non retribuito, il dato più basso tra tutti i Paesi monitorati, mentre le donne giapponesi ne dedicano in media 224 minuti, ovvero 5,5 volte di più, il divario più grande registrato in tutti i Paesi OCSE. Per dare una misura concreta: in Svezia, Danimarca e Norvegia (i Paesi con il divario più basso) la differenza tra uomini e donne nel lavoro domestico è inferiore a un’ora al giorno. In Giappone è di quasi tre ore.

La differenza si amplifica ancora di più in presenza di figli piccoli. Nelle famiglie con entrambi i genitori che lavorano e un bambino sotto i sei anni, le madri giapponesi arrivano a 7 ore e 28 minuti al giorno di lavoro di cura e faccende domestiche. I padri, nella stessa situazione: 1 ora e 54 minuti. Il Cabinet Office giapponese ha persino tentato di quantificare economicamente questa asimmetria: il lavoro non retribuito delle donne vale circa 111 trilioni di yen, l’equivalente di 760 miliardi di dollari, quasi un quinto del PIL nazionale. Quello degli uomini si ferma a 32 trilioni di yen, meno di un terzo.

Questi dati illustrano il paradosso che il post di Tamada aveva colto con efficacia visiva: i giapponesi che il mondo ammira per la cura degli spazi condivisi appartengono prevalentemente a una categoria - gli uomini adulti - che in patria contribuisce in misura minima alla cura dello spazio più intimo, quello della propria abitazione.

Va detto anche che la questione è più complessa di come le reazioni sui social abbiano mostrato. Sempre i dati OCSE mostrano anche che i lavoratori maschi giapponesi dedicano in media 452 minuti al giorno al lavoro retribuito, il dato più alto tra tutti i Paesi OCSE, quasi un’ora e mezza più della media. Le lunghissime ore lavorative che la cultura aziendale giapponese impone agli uomini (descritta con il termine karoshi, letteralmente “morte per eccesso di lavoro”) lasciano concretamente poco tempo per il lavoro domestico. 

Una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista “Gender, Work & Organization” ha tracciato la traiettoria storica dal 1991 al 2016: nonostante l’espansione delle politiche che cercano di trovare un bilanciamento tra la vita lavorativa e quella personale, l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, le divisioni in ambito domestico sono rimasti sostanzialmente inalterati. Esiste anche un termine specifico per descrivere il comportamento maschile di chi si rifiuta di contribuire alle faccende domestiche: furariimen (l’uomo che vaga), che indica i mariti che prolungano deliberatamente il tragitto casa-lavoro, o rimangono fuori fino a tardi, per evitare di dover fare i piatti.

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