30/04/2022, 09.00
MONDO RUSSO
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Il mito russo del populismo

di Stefano Caprio

Furono i membri dell’intelligentsija ottocentesca a dargli origine con l'invito ad “andare al popolo” dopo l’abolizione della servitù della gleba. Ma oggi la dittatura dell’ "uomo semplice" sta distruggendo la Russia più ancora della martoriata Ucraina, molto più di quanto abbia fatto in settant’anni l’ateismo militante sovietico.

Dopo due mesi abbondanti di guerra senza tregua, nemmeno per le funzioni di Pasqua, si avvicinano le date “sacre” di maggio in cui la Russia vorrebbe tanto celebrare la Vittoria, annientando il cosiddetto “ucronazismo”, il neo-nazismo ucraino maledetto da Putin, in memoria del solenne ingresso a Berlino delle armate sovietico del maresciallo Georgij Žukov, che il patriarca Kirill paragonò a San Giorgio che uccide il drago, simbolo di Mosca città-madre di tutte le Russie.

La tanto sospirata vittoria sugli invasori occidentali, corruttori dello spirito puro dei russi, sembra peraltro ancora molto in dubbio, al di là della faticosa conquista delle coste del Mar Nero e delle minacce di lanciare “bombe mai viste” direttamente contro l’Europa e l’America. Difficilmente riuscirà la “de-nazificazione”, cioè la sostituzione di tutta la classe dirigente ucraina a partire dal “tossicodipendente” Zelenskyj e la cancellazione dello stesso titolo nazionale di “Ucraina” per tornare a quello di “piccola Russia”. Altrettanto improbabile la “de-militarizzazione”, visto il numero esorbitante di armi di ogni genere fornite agli ucraini da tutti i Paesi occidentali, al netto di qualche timido scrupolo di coscienza e di qualche angosciato richiamo di papa Francesco a non esagerare. Soprattutto, pare impossibile la totale “purificazione” del popolo fedele, sempre più esasperato dalla guerra patriottica.

Alla vigilia del Primo Maggio, il classico slogan “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” è ora sostituito da quello “Russi di tutto il Mondo, unitevi!”, secondo le prospettive nebulose e mitologiche dell’idea del Russkij Mir, che chiama tutti a stringersi intorno all’unica vera Chiesa dei “giusti valori morali”. È la proclamazione apocalittica del dogma del populismo, un termine tornato in voga nell’ultimo decennio, che ebbe proprio in Russia la sua origine. Furono i membri dell’intelligentsija ottocentesca che invitavano ad “andare al popolo” dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1861, per educare i contadini a vivere come uomini liberi, da cui appunto la definizione di “populismo” come missione delle classi superiori verso la “gente semplice” descritta da decenni di racconti e romanzi di Gogol’ e Dostoevskij, l’autore di “Povera gente”.

Nel racconto dostoevskiano un maturo impiegatuccio pietroburghese, Makar, apre il suo cuore alla giovane Varvara, in un dialogo epistolare tra diverse generazioni e aspirazioni sociali, e a un certo punto le spiega che “la povera gente è fatta così per natura; ha i suoi capricci. Questo io l’avevo già provato. Il povero, vedete, è meticoloso, suscettibile; vede le cose a modo suo, si guarda attorno pieno d’apprensione, sbircia chiunque gli passa vicino, cerca di cogliere ogni parola... Che laggiù non parlino proprio di lui? Certamente dicono: ma perché è così male in arnese? E che pensa? E che sente? Lo voltano di qua e di là; com’è fatto da questo lato, com’è fatto da quest’altro? E tutti sanno, Varvara, che un pover’uomo è peggio di uno strofinaccio e non può pretendere nessunissimo riguardo da chicchessia, nonostante quello che si sbracciano a stampare nei libri. Hanno un bel fare certi scribacchini: il pover’uomo di domani sarà sempre lo stesso pover’uomo di oggi!”. E dire che Dostoevskij non conosceva il mondo dei social network odierni.

Lo scetticismo di Makar è oggi la descrizione perfetta dello stato d’animo dei russi, che sono costretti, volenti o nolenti, a sostenere la guerra patriottica contro il mondo intero, ma si fanno ben poche illusioni sul futuro che li aspetta. Come ha osservato in questi giorni il filosofo russo Vadim Kalinin, “stiamo osservando il crollo di un mito importantissimo per tutta la storia contemporanea, quello dell’uomo semplice meraviglioso”. È proprio su questa idea roussoviana del “buon selvaggio” che si costruiscono le immagini del “popolo” che porta sulle sue spalle i valori della cultura nazionale, dell’identità religiosa e morale, che alcuni illuminati s’incaricano di correggere di tanto in tanto, e a volte di restaurare con azioni di forza.
Secondo Kalinin, “il regime putiniano ha cercato di edificare il paradiso dell’uomo semplice, con l’assistenza della Chiesa ortodossa. Hanno dato all’uomo russo tutto quello di cui aveva bisogno, una moda conservatrice e contro ogni stravaganza, bevande alcoliche gustose e a buon mercato, hanno permesso la violenza domestica [decretandone in effetti la non punibilità, su suggerimento del patriarca] e l’aggressione alle minoranze sessuali. La rinascita religiosa è stata codificata in una religiosità elementare e superficiale, sostenendo il tutto con una cultura televisiva preistorica, che non lascia spazio al dubbio e all’immaginazione”.

I luoghi di produzione della cultura creativa e alternativa sono stati tutti silenziati e rimossi, come del resto è avvenuto in tante circostanze del passato: Puškin fu tenuto al confino, Dostoevskij si fece dieci anni di lager, Tolstoj fu scomunicato dalla Chiesa ortodossa. All’uomo russo “semplice” si è cercato di garantire una vita agiata e senza scossoni, assai più confortevole di quella del proletariato dei tempi sovietici, che al massimo poteva contare sul salame duro come il marmo, la vodka scadente e un appartamento di trenta metri quadri. È quello che Kalinin chiama “un esperimento sociale di massa, che al posto della dittatura dei lavoratori proclama la dittatura degli uomini semplici” di cui lo stesso presidente vuole essere l’immagine, anche nel linguaggio di strada e nelle grottesche rivisitazioni della storia che propone ormai da un ventennio per giustificare la crescente aggressività, sfociata nell’invasione ucraina.

Sono proprio questi “uomini semplici” che hanno sfogato la loro rabbia nei massacri di Buča e di Mariupol, e proprio nei confronti della popolazione inerme, urlando al mondo occidentale “chi vi ha permesso di vivere nel lusso e nella degradazione?”. Quest’uomo che deve portare al mondo i “valori morali” mostra il suo volto mostruoso, con tutte le possibili varianti della menzogna, della crudeltà e dell’assoluta mancanza di controllo. La dittatura dell’uomo semplice sta distruggendo la Russia più ancora della martoriata Ucraina, ben più di quanto abbia fatto in settant’anni l’ateismo militante sovietico. Per togliere la cancel-culture, hanno cancellato la cultura russa.

La massa della popolazione in Russia assiste inerme e sgomenta a questo spettacolo, senza avere né la voglia né la possibilità di reagire, con lo spirito rassegnato di un popolo che ha visto tante volte l’auto-distruzione come esito delle pretese di dominio universale. Così è stato per l’Unione Sovietica, per la Russia degli zar, per la corte pietroburghese delle zarine e dei loro amanti, per la follia della Terza Roma di Ivan il terribile, risalendo fino alla mitologica Rus’, consegnata senza opporsi all’invasione asiatica per le divisioni al suo interno.

Gli economisti pronosticano un lungo inverno di crisi profonda, in cui l’Ucraina, se sopravviverà, potrà ricostruire la sua economia in un quinquennio con gli aiuti occidentali, mentre la Russia avrà bisogno come minimo di dieci anni, avendo distrutto tutto quanto costruito nell’ultimo trentennio: se in Unione Sovietica si producevano le Volga e le Žiguli, ora senza le ditte occidentali anche le automobili saranno difficili da costruire. Il regime putiniano presenta ora la crisi come un “sacrificio necessario” per la purificazione dell’economia e della vita sociale da ogni influsso esterno, ma la prospettiva è quella di un’assoluta dipendenza dai giganti asiatici, e la rinuncia a ogni ruolo di protagonismo a livello mondiale.

Come si può spiegare questo populismo masochistico, che ha se non altro il merito di mettere il mondo intero sull’avviso delle possibili conseguenze della fiducia assegnata ai profeti della moralità, diffusi in tanti Paesi d’Oriente e d’Occidente? Di nuovo possiamo rivolgerci a un vero profeta, il Dostoevskij che nel romanzo “L’Idiota” (scritto nel 1869) fa pronunciare un accorato discorso al simbolo per eccellenza dell’uomo “puro”, il principe Myškin:

“Per resistere all’Occidente, dobbiamo opporre ai valori occidentali una cosa che l’Occidente non ha mai conosciuto: la purezza del nostro Cristo. Dobbiamo opporci all’influenza dei gesuiti, evitando di cadere nelle loro trappole e cercando di portare da loro quella che è la civiltà russa. E smettiamola di dire che la loro predicazione è elegante e originale, come qualcuno ha fatto poco fa…
Noi russi, non appena scopriamo una cosa, non aspettiamo un solo momento e, immediatamente, corriamo come pazzi verso i suoi limiti estremi… Ecco, per esempio, voi vi stupite di Pavliščev e attribuite il caso alla sua pazzia o alla sua bontà; ma la cosa non sta così. La passionalità russa non stupisce solo noi, ma l’Europa intera. Da noi basta farsi cattolico per diventare immediatamente gesuita; basta farsi ateo per esigere l’immediata estirpazione della fede in Dio con la violenza, cioè con la spada. E perché succede questo? Non lo sapete? Perché il russo, in queste idee, è capace di trovare la patria che sulla sua terra non ha mai potuto apprezzare, per questo se ne impossessa così volentieri.

E noi, non solo diventiamo atei, ma crediamo nell’ateismo come se fosse una nuova fede, senza renderci conto che questa fede è la fede nel nulla. Questa è la nostra ansia, questo è il nostro malessere. Chi non ha una terra sotto i piedi non ha Dio!

Mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.

Dostoevskij previde il nichilismo, l’ateismo, la rivoluzione, la guerra universale, cercando di mostrare attraverso il male la speranza nel vero Dio. La follia dell’Idiota russo è un monito per tutti i popoli, per cercare il vero volto di Dio, il vero volto di sé stessi.

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