08/03/2021, 11.47
VATICANO-IRAQ
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Il papa e le macerie ricostruite di Mosul parlano di speranza a tutto il mondo

di Bernardo Cervellera

Nel suo viaggio in Iraq, papa Francesco ha mostrato i germogli di rinascita, impensabili fino a qualche anno fa. La potenza della speranza, che spinge la popolazione a collaborare supera gli impacci dello Stato e della politica, ancora preda di divisioni. Il messaggio di speranza dell’Iraq si comunica al Myanmar, a Hong Kong, la Cambogia, tutto il Medio oriente, tanta parte dell’Africa. Ovunque si faccia del potere e del controllo il proprio idolo. Anche nel mondo colpito dal Covid e dalla crisi economica, la speranza viene dalla convivenza delle identità, dall’aiuto reciproco, dalla fede.

Roma (AsiaNews) – L’anziano papa Francesco che si inchina e chiede perdono a Dio per le violenze scatenate nella piazza delle quattro chiese a Mosul; la partecipazione corale di musulmani, cristiani, yazidi e sabei, vestiti a festa, loro, sopravvissuti allo sradicamento; le mura sbrecciate delle chiese in ricostruzione, di cui si benedice il monumento ai martiri e ai morti per la furia omicida di prezzolati sanguinari… Sono rimasto commosso nel vedere tutti questi germogli di rinascita in un Paese e soprattutto in un popolo che rischiava di disgregarsi e scomparire. L’Iraq, come l’Iran, influenzati dalla tradizione zoroastriana, festeggiano il nuovo anno alla primavera, il 21 marzo. Quest’anno, la primavera, il nuovo, è giunto qualche settimana prima, con il pontefice che ha rivelato agli occhi di tutto il mondo la risurrezione di un popolo che sembrava destinato ad essere inghiottito dal terrorismo, dall’emigrazione, dalla divisione.

Ho detto “popolo” e non “Stato”: lo Stato irakeno ha ancora tanti problemi di divisione, tante accuse reciproche, tanti equilibri da costruire, ma nel popolo si vede la speranza della coesistenza e del futuro. Giovani musulmani e cristiani che ricostruiscono moschee e chiese di Mosul è qualcosa che avviene da tempo. Il papa l’ha messo in luce mostrando la potenza della speranza che vince la sopraffazione; la resurrezione che vince la morte.

Quanto Francesco ci ha mostrato sa dell’incredibile. Anni fa (nel 2014), quando abbiamo lanciato la campagna “Adotta un cristiano di Mosul”, abbiamo incontrato persone disfatte, impoverite, affamate, assetate, senza un alloggio, disperate. Oggi invece le vediamo piene di ebbrezza per la ricostruzione che è iniziata e per la tenacia comune, più forte delle divisioni politiche che sanno ancora troppo di partitismo e corruzione.

Questa speranza che risorge dalle macerie non è solo per Mosul e l’Iraq. Ieri il papa ha detto: “Oggi, malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio, che la speranza è più forte della morte, che la pace è più forte della guerra. Questa convinzione parla con voce più eloquente di quella dell’odio e della violenza; e mai potrà essere soffocata nel sangue versato da coloro che pervertono il nome di Dio percorrendo strade di distruzione”.

Mentre seguivo la voce di papa Francesco, mi giungevano messaggi dal Myanmar, dove una giunta militare disperata sta cercando di fermare, anche uccidendo, il desiderio di libertà, di pace, di convivenza della popolazione. Nei giorni precedenti, a Hong Kong, si dibatteva il processo contro 47 personalità democratiche, che per il loro impegno sono oggi accusate dalla Cina di essere dei “sovversivi” e gettate in prigione come criminali.  A questa lista potremmo aggiungere la Thailandia, la Cambogia, tutto il Medio oriente, tanta parte dell’Africa: in tutti questi luoghi, gli Stati (o le oligarchie che li dominano) seguono i loro progetti di potere e violenza senza attenzione alle esigenze e richieste della popolazione. “Pervertire il nome di Dio” non si riferisce soltanto al terrorismo dell’Isis, ma a qualunque progetto che fa del potere e del controllo il proprio idolo.

Ieri a Qaraqosh, papa Francesco ha detto a un certo punto: “Ci sono momenti in cui la fede può vacillare, quando sembra che Dio non veda e non agisca. Questo per voi era vero nei giorni più bui della guerra, ed è vero anche in questi giorni di crisi sanitaria globale e di grande insicurezza. In questi momenti, ricordate che Gesù è al vostro fianco”. Il riferimento alla crisi generata dal Covid e alla sempre più evidente disperazione di tante persone colpite dalla malattia e dalla miseria, dice che la speranza delle rovine ricostruite di Mosul è un pegno anche per loro. Come per la popolazione in Iraq, quello che è importante è la convivenza delle identità, l’aiuto reciproco, insieme alla fede che nella storia, “l’ultima parola appartiene a Dio e al suo Figlio, vincitore del peccato e della morte”.

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