Il potenziale dell'Asia centrale e l'interesse degli Stati Uniti
Mai quanto oggi gli americani si sforzano di dimostrare ai centrasiatici quanto la collaborazione reciproca può compensare l’inevitabile irritazione di Russia e Cina. L’impostazione dell’attuale amministrazione Trump sta mettendo da parte le questioni ideologiche, per concentrarsi sui vantaggi economici, trovando una sintonia molto maggiore con i “satrapi” storici della regione.
Biškek (AsiaNes) - Al forum economico B5+1 che si è tenuto a Biškek in Kirghizistan nei giorni scorsi è intervenuto anche il presidente del comitato statale del Tagikistan per gli investimenti, Sulton Rakhimzoda, per mettere in evidenza il grande potenziale economico e per gli investimenti di tutta l’Asia centrale, sottolineando l’interesse all’ampliamento della collaborazione con gli Stati Uniti, che era il tema principale dell’intero convegno. Ad esso hanno partecipato numerosi rappresentanti degli organi statali, del mondo degli affari e di organizzazioni internazionali della regione e degli Usa.
Nel suo intervento Rakhimzoda ha insistito sulla ricchezza di risorse naturali e di infrastrutture cruciali che si riferiscono all’intera regione più che ai singoli Stati, e proprio il formato Asia centrale-Usa è “la dimensione ideale per una cooperazione intensa e fruttuosa, anche a livello amministrativo, nel complesso agroalimentare e nell’industria”. Il potenziale più significativo è quello umano, “giovane e in dinamica evoluzione”, che va aiutato a svilupparsi con lo scambio di informazioni con i partner internazionali, a cominciare da quelli americani e le sue grandi compagnie di commercio e servizi.
L’attivazione di relazioni sempre più strette con gli americani, gli europei e gli occidentali in generale può mettere tutta l’Asia centrale di fronte a scelte molto complicate, col rischio di suscitare la contrarietà di Russia e Cina, oppure di deludere le ambizioni di Trump e rimanere quindi dipendenti da Mosca e Pechino. È quanto ritiene l’esperto del Carnegie Center, Temur Umarov, nell’analizzare gli esiti del summit di Biškek, che ha confermato un trend in atto ormai da mesi, con gli incontri di Donald Trump con i presidenti di Uzbekistan e Kazakistan e gli accordi da miliardi di dollari che cominciano ad attivarsi sempre più seriamente.
Mai come oggi gli americani si sono sforzati di dimostrare ai centrasiatici quanto la collaborazione reciproca può compensare l’inevitabile irritazione dei due grandi vicini eurasiatici, e si tratta quindi di verificare quanto il nuovo approccio può essere efficace o invece fallire di fronte a una realtà difficile da modificare, “come si è visto nei tentativi di Trump di fermare la guerra russo-ucraina”, osserva Umarov. Del resto, i russi e i cinesi hanno sempre considerato gli americani come i veri concorrenti in tutto lo spazio post-sovietico, molto più che non gli europei, i turchi o gli indiani.
I leader dell’Asia centrale si sono sempre dimostrati sensibili alle sollecitazioni da parte americana, anche in argomenti molto lontani dalla realtà di questi Paesi, come l’attenzione ai “valori democratici”. L’impostazione dell’attuale amministrazione Trump sta quindi mettendo da parte le questioni ideologiche, per concentrarsi sui reciproci vantaggi economici, trovando subito una sintonia molto maggiore con i “satrapi” storici dell’Asia centrale. Secondo Umarov, “ormai nulla può distogliere i presidenti della regione dallo sguardo puntato sulla Casa Bianca, né la nebulosa conoscenza di queste terre da parte del presidente americano, né l’introduzione di ulteriori dazi”, che attualmente prevedono il 25% per il Kazakistan e il 10% per gli altri quattro Paesi, “mettendo pubblicamente da parte Soros, le associazioni non governative e la lotta ai cambiamenti climatici”.
Pur prendendo le distanze dalla precedente amministrazione Biden, le proposte attuali degli americani peraltro non si discostano molto da quelle già in atto negli anni precedenti con gli Stati dell’Asia centrale, a cominciare dall’interesse per le terre rare. Ora tutto si gioca sulla realizzazione effettiva dei tanti progetti, mentre i presidenti locali fanno a gara a chi riesce a lodare più efficacemente il collega di Washington, e finora è chiaramente in testa il kazaco Tokaev, che ha definito Trump “un grande leader e un vero uomo di Stato, inviato dal cielo per ripristinare il buon senso e le tradizioni che tutti condividiamo, sia nella politica interna degli Stati Uniti, sia nelle relazioni con i Paesi esteri come il nostro”, con la benedizione implicita di Putin e Xi Jinping, che sanno di rimanere al potere ben più di qualunque presidente americano.
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