Il ‘Vecchio Anno Nuovo’ di una Russia ‘congelata nella guerra’
Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire”. Impossibile credere a indagini sociologiche con dati statistici sempre meno accessibili. La frattura fra maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista, ma prevale la visione per cui “tutto rimarrà come oggi”. La prospettiva apocalittica di Kirill e la lotta al ‘demone’ Bartolomeo.
Il 14 gennaio la Russia ha festeggiato lo Staryj Novyj God, il “Vecchio Anno Nuovo” del Capodanno secondo il calendario giuliano, raddoppiando così le occasioni per dimenticare il passato e prevedere il futuro, oppure - secondo lo spirito russo al contrario - per dimenticare il futuro ritornando al passato. Sotto le grandiose nevicate di questi giorni, che hanno seppellito soprattutto Mosca sotto una coltre impenetrabile di gelo liquido, in modo da non vedere quanto accade nei tanti Paesi del mondo sconvolti da sommosse e invasioni, i russi attendono la solenne conclusione del periodo degli Svjatki, le feste in maschera da Natale al Battesimo di Gesù del 19 gennaio, quando le maschere si levano per immergersi nella croce delle acque aperte nel ghiaccio dei fiumi e dei laghi, per scacciare i demoni che insidiano il futuro.
La doppia euforia del nuovo anno moltiplica le possibilità di esprimere i propri sogni e desideri, e i sociologi e analisti russi si scatenano nelle inchieste e sondaggi, per capire quale immagine si forma nel popolo guardando al corso degli eventi. La sensazione più diffusa che se ne ricava è che attualmente in Russia non esiste in realtà alcuna vera “immagine del futuro”, in quanto ormai da quattro anni in seguito all’invasione dell’Ucraina non si riesce a capire quali siano le vere intenzioni dei capi politici e religiosi, concentrati soltanto sulla distruzione del presente in nome di mitologie del passato.
Il corso della guerra russa oscilla tra la completa distruzione del malefico Occidente e l’occupazione militare di qualche chilometro di campagna nell’Ucraina devastata, tra la “guerra santa” e la “operazione militare speciale”. L’economia del Paese viene magnificata come fiorente e innovativa, ma i cittadini sono costretti a stringere sempre di più la cinghia e sborsare tutti i rubli rimasti per le tasse sempre più alte, a sostegno delle spese militari. E se anche si riuscisse quest’anno a concludere la santa operazione speciale, non si capisce che cosa potrà succedere dopo la tanto agognata Vittoria di Pirro-Putin.
L’impressione, da quanto affermano i semplici cittadini e gli stessi dirigenti della casta al potere, è che se si fermeranno le azioni militari la Russia rimarrà congelata, come in questi giorni di neve e vodka tra i capodanni e le sacre immersioni sotto-zero. Si rinchiuderà nella nuova realtà di una struttura demografica forzatamente alterata, di un'economia orientata agli standard bellici e di una legge dura e repressiva, e come se non bastasse, abbaglierà i Paesi vicini con ghirlande di “valori tradizionali” e testate nucleari. Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire” in realtà difficilmente potrà andare avanti con particolare vigore. Allo stesso modo non è detto che i russi, anche quelli che per un motivo o per l’altro, per fanatismo o per soldi si sono dedicati alla guerra contro i cugini della porta accanto, vogliano davvero trascorrere l’intera vita in uniforme color kaki.
L’unico dato su cui concordano tutti gli esperti e analisti è che è impossibile credere alle indagini sociologiche nella Russia di oggi, anche se in casi rari esse coincidano con dati statistici sempre meno accessibili dalle agenzie ufficiali, o con le considerazioni di prima mano dei ricercatori. I redattori di Novaja Gazeta hanno quindi deciso di evitare le previsioni sull’anno nuovo o sul prossimo decennio, chiedendo agli intervistati come immaginano la Russia tra cinquant’anni, quando certamente non ci saranno più i capi attuali e il mondo potrebbe essere radicalmente diverso in generale.
I risultati di questo “sondaggio estremo” non aggiungono sensazioni particolarmente favorevoli, rimanendo proiettati sulle immagini retoriche della “grande Russia guidata da una mano forte di un autocrate e popolata da famiglie numerose”.Tutt’intorno ci sono i robot dipinti come le ceramiche russe Gžel e una rete artificiale sovrana, addestrata sui testi di Dostoevskij, Dugin e del Domostroj medievale, il “codice di comportamento morale” dei tempi della Terza Roma, un futuro in cui risplende il passato più oscuro. Secondo i risultati pubblicati dal sito, il 56% della popolazione pensa che la Russia si estenderà sempre di più a livello territoriale, il 53% che aumenterà di molto il numero dei suoi abitanti, il 59% che la sua autorità nel mondo sarà sempre più forte, e ben il 73% è sicuro che ci sarà un’enorme crescita tecnologica. Anche se in realtà un segnale di preoccupazione viene indicato dal 23% degli intervistati, che ritiene che la Russia del futuro avrà una popolazione molto più ridotta di quella attuale.
Le proporzioni tra una maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista si ritrovano anche a riguardo del tenore di vita della Russia futura, che per il 49% sarà più elevato, per il 25% non andrà oltre l’attuale e il 14% che immagina un continuo impoverimento. Tra i più scettici vi sono gli imprenditori, massacrati dalle politiche militari di questi anni.La domanda più complicata posta dai sondaggisti riguarda le libertà civili e politiche della Russia tra mezzo secolo, a cui oltre il 20% ha dichiarato di “non sapere che cosa rispondere”. Di quelli che hanno risposto, il 34% ritiene che ci saranno maggiori libertà, la stessa percentuale afferma che saranno uguali a quelle odierne, e il 12% che ce ne saranno ancora di meno. I più ottimisti sono i giovani negli anni dello studio, e i più pessimisti - guarda caso - sono gli imprenditori.
Nel complesso, tra le varie tendenze prevale quella che ritiene che “tutto rimarrà come oggi”, lo Stato proseguirà nella sua linea bellico-repressiva e la popolazione continuerà a sottomettersi e adattarsi. Sarebbe strano, del resto, se ci fosse oggi una convinzione diffusa che ci possano essere cambiamenti radicali sul breve e sul lungo periodo: l’impressione è che la Russia non presenterà il suo nuovo volto entro la fine di questo secolo, e il “congelamento” sarà il tipico inverno infinito prima di eventuali improvvisi “disgeli” e brevissime primavere.
Il fatto che la maggioranza dei russi non veda un luminoso futuro del Paese, peraltro, non significa che ciò che si immagina coincida con quanto si desidera. Negli ultimi anni, e come eredità di tradizioni secolari, i russi hanno imparato a mantenere dentro di sé i propri desideri più autentici, o ad esprimerli con grande circospezione; l’ultimo a parlare esplicitamente della “felice Russia del futuro” è stato Aleksej Naval’nyj, annichilito nel gelo del lager quasi due anni fa, il 16 febbraio 2024.
La speranza nel futuro è in effetti un argomento primario delle concezioni religiose, e molte delle previsioni sono condizionate dalle minacce della Chiesa ortodossa di finire all’inferno, accompagnati dal “diavolo in persona” individuato da dichiarazioni di ortodossi russi in questi giorni nel patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). La prospettiva apocalittica predicata dal suo grande avversario, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), accompagna ogni visione del presente e del futuro fin da prima dell’avvento dello zar Putin, come ha sottolineato la specialista di questioni religiose Vita Tatarenko, consigliera della presidenza ucraina. Ella ricorda che la propaganda della “guerra santa” era già in atto negli anni Novanta, anche se in modalità soft e implicita, ma già orientata sulla futura aggressione.
Una delle previsioni più drammatiche per il futuro della Russia riguarda infatti lo scontro delle due Chiese ortodosse in Ucraina, quella filo-moscovita Upz e quella autocefala Pzu. La prima dovrebbe essere eliminata per legge, ma nonostante il passaggio di circa 1.500 comunità a quella avversaria, essa mantiene una proporzione del doppio della seconda, e nel confronto si evidenzia la dimensione simbolica dello scontro di civiltà e scenari del futuro. L’Ucraina ha tardato a rispondere non tanto sul campo nel 2022, quanto sugli altari nel 1992, quando il suo metropolita Filaret (Denisenko) si illuse di chiudere la questione auto-proclamandosi patriarca di Kiev, titolo che conserva come “onorario” nel suo palazzo di sovietica memoria all’età di 97 anni, esempio supremo di un passato di contraddizioni che non vuole scomparire.
La “de-nazificazione” ideologica dell’Ucraina, giustificazione ufficiale della guerra, è un derivato della “de-ortodossizzazione” decisa insieme al patriarca di Costantinopoli oggi demonizzato, e le visioni del futuro non possono prescindere dalla visione religiosa che alimenta le previsioni e le speranze con motivazioni “superiori”. Quale Ortodossia, quale Cristianesimo ci sarà tra cinquant’anni in Russia, in Ucraina, in Europa e nel mondo intero? Questa domanda non rientra nei sondaggi dei vari specialisti e agenzie, ma riguarda veramente la consistenza e l’identità dei popoli del futuro.
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08/11/2025 08:55




