03/06/2016, 13.45
INDIA
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India, 50mila musulmane sfidano il “divorzio breve” islamico

Il matrimonio religioso è regolato da una norma del 1937, approvata sotto il regime coloniale. La legge si applica in tema di matrimonio, divorzio, eredità, proprietà. Le donne sono discriminate e vittime di sfruttamento. La Costituzione indiana “invita” ad uniformare i codici civili, ma la legislazione spetta al Parlamento.

New Delhi (AsiaNews) – Circa 50mila donne musulmane hanno firmato una petizione per chiedere che la Corte suprema dell’India abolisca il sistema del “triplo Talaq”, il divorzio verbale islamico, e lo definisca “inconstituzionale”. Le donne lamentano l’esistenza di un sistema matrimoniale arcaico, che le lascia in balia dei capricci dei mariti. Questi spesso decidono di divorziare dalle mogli pronunciando semplicemente la parola “Talaq” per tre volte, e sono a tutti gli effetti liberi dai vincoli matrimoniali. Anche diversi studiosi hanno denunciato la pratica, che discrimina le donne e le espone a forme di sfruttamento.

La petizione è stata proposta dalla Bhartiya Muslim Mahila Andolan (Bmma), un’associazione di donne islamiche, ed è appoggiata dalla Commissione nazionale delle donne (Ncw). Le attiviste protestano contro la pratica del cosiddetto “divorzio istantaneo”, molto diffuso nella comunità islamica. Pronunciando la parola “talaq, talaq, talaq” (“ripudio, ripudio, ripudio”), gli uomini sciolgono il matrimonio.

L’India è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è ancora in vigore la legge islamica in tema di unioni. Persino il Pakistan e il Bangladesh, Paesi a maggioranza islamica, hanno abolito la norma. Il diritto matrimoniale islamico in India è regolato dal Muslim Personal Law (Shariat) Application Act 1937, una legge approvata sotto il dominio coloniale britannico. La legge islamica impone la sua applicazione in tema di matrimonio, divorzio, successione, eredità, proprietà personali delle donne.

Approvata con l’intento di garantire il rispetto della tradizione culturale islamica, con gli anni la legge ha consentito di “giustificare” pratiche discriminatorie. Le musulmane hanno denunciato un vero e proprio abuso del divorzio verbale, che spesso è attuato anche “a distanza” con l’invio di messaggi sul cellulare o per posta. È il caso di Afreen Rehman, 25 anni, ripudiata dal marito con una lettera spedita per posta prioritaria. O di tante altre donne, i cui racconti riempiono le pagine dei social network, tra cui si è diffusa la “fobia del divorzio tramite Whatsapp”.

L’aspetto del diritto matrimoniale in India è molto complesso e regolato da varie norme. La Costituzione indiana infatti prevede l’esistenza di codici civili diversi, in modo da tutelare al meglio le varie comunità religiose presenti nel Paese. L’articolo 44 della Costituzione è menzionato tra i “principi direttivi” (cioè linee guida, non norme obbligatorie) e invita all’attuazione di un codice civile uniforme, ma poi lascia ampia libertà di autodeterminazione tra le comunità.

Proprio la vaghezza dell’articolo è l’aspetto ora sfidato dalle donne, che chiedono maggiore dignità e il rispetto dei loro diritti. La materia è al vaglio dei giudici costituzionali con un’altra petizione, presentata da una donna abbandonata dal marito dopo il secondo figlio. La discussione è destinata a durare a lungo perché in quel caso i giudici, pur ritenendo il sistema islamico “discriminatorio”, hanno affermato che l’obbligo di legiferare spetta al Parlamento. La realizzazione dell’articolo 44 rientrava nel programma elettorale dell’attuale premier Narendra Modi, che aveva promesso azioni concrete se fosse stato eletto.

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