10/04/2026, 13.37
INDIAN MANDALA
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India, la terra nelle mani di pochi

Un nuovo studio del World Inequality Lab evidenzia che il 10% più ricco delle famiglie possiede il 44% dell’intera superficie fondiaria dell’India. Inoltre le recenti modifiche legislative in Gujarat hanno riaccceso il dibattito sul controllo delle proprietà immobiliari nelle aree considerate sensibili alle tensioni religiose, con timori di possibili ulteriori effetti di esclusione sociale.

New Delhi (AsiaNews) - Le terre dell’India sono sempre più concentrate nelle mani di una ristretta élite, mentre quasi la metà della popolazione rurale resta senza proprietà. Lo afferma un recente studio del World Inequality Lab, mettendo in evidenza l’importanza del dibattito su chi possiede la terra. E chi ne viene progressivamente escluso.

Il 25 marzo, l’assemblea legislativa dello Stato indiano del Gujarat, governato dallo stesso partito al potere a livello nazionale, il Bharatiya Janata Party (BJP) ha modificato il “Disturbed Areas Act”, che regola la compravendita di immobili in aree sensibili dal punto di vista delle tensioni religiose. Gli emendamenti attribuiscono ai funzionari distrettuali il potere di prendere possesso di immobili situati in aree ora classificate come “designate” e cioè che potrebbero diventare problematiche, anche se al momento non lo sono. 

Secondo il governo, la legge serve a prevenire trasferimenti “involontari” di proprietà, ma molti sostengono che questa normativa finirà per favorire la ghettizzazione delle minoranze, in particolare della comunità musulmana. A settembre, una ragazza di 15 anni si è tolta la vita dopo che l’acquisto di una casa da parte della sua famiglia aveva scatenato mesi di molestie, violenze e intimidazioni. I vicini li avevano minacciati di azioni legali proprio ai sensi del Disturbed Areas Act, lasciando intendere che il loro acquisto potesse essere invalidato.

Ma mentre in Gujarat si combattono battaglie legislative, lo studio del WIL, intitolato “Land Inequality in India: Nature, History, and Markets”, offre uno sguardo sul nazionale basandosi su dati provenienti da 270mila villaggi. I risultati indicano che il 10% più ricco delle famiglie possiede il 44% dell’intera superficie fondiaria dell’India; l’1% più ricco da solo controlla il 18% delle terre; al contrario, il 46% delle famiglie rurali non possiede alcun terreno. In alcuni casi estremi, un singolo grande proprietario arriva a detenere oltre il 50% della terra di un intero villaggio. 

Lo studio individua quattro fattori principali che alimentano questo squilibrio. Il primo è il paradosso della terra fertile: nelle regioni con irrigazione regolare e clima stabile, la maggiore produttività rende la terra più preziosa, spingendo i proprietari più ricchi ad accumularne sempre di più. Lo studio ha rilevato che i villaggi all’interno delle “aree servite” dall’irrigazione governativa hanno visto un aumento della disuguaglianza fondiaria di quasi un punto percentuale, poiché i grandi proprietari terrieri hanno accumulato in modo sproporzionato i benefici, mentre i piccoli agricoltori sono stati estromessi.

Il secondo fattore deriva dell’eredità coloniale. Le regioni che in passato erano sotto il sistema “zamindari”, introdotto dai britannici - e in base al quale la riscossione delle tasse era condotta dai proprietari terrieri in qualità di intermediari rafforzandone il potere sui contadini -, registrano livelli di disuguaglianza superiori di 3-4 punti percentuali rispetto ad altre aree. Gli ex Stati principeschi, governati indirettamente da sovrani locali, tendono ad avere una disuguaglianza inferiore e meno famiglie senza terra

Il terzo elemento riguarda la “trappola del mercato”. La modernizzazione non è sempre un fattore di equilibrio. I villaggi vicini a città, grandi autostrade o stazioni ferroviarie mostrano una disuguaglianza più elevata. Con il miglioramento delle infrastrutture, infatti, i prezzi dei terreni salgono vertiginosamente, rendendoli un bersaglio redditizio da parte di chi dispone già di grandi capitali.

Infine, pesa la gerarchia sociale e di casta. Le regioni con una maggiore presenza di comunità appartenenti alle Scheduled Castes, le classi svantaggiate ufficialmente riconosciute dal governo indoiano, mostrano livelli più elevati di disuguaglianza, dovuti soprattutto a una storica esclusione dall’accesso alla terra.

Questa concentrazione non danneggia solo l’economia, ma anche il benessere collettivo. Lo studio evidenzia che nei villaggi dominati da un singolo grande proprietario (che possiede più del 30% della terra), la fornitura di beni pubblici è carente. Ad esempio, un villaggio dominato da un solo latifondista ha il 10% di probabilità in meno di avere una scuola primaria governativa. Questo suggerisce che, mentre un certo livello di élite locale può talvolta fare pressione per ottenere risorse statali, un singolo proprietario dominante (spesso assenteista) ha meno interesse nel benessere collettivo del villaggio.

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