26/05/2026, 17.46
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Israele: le grandi manovre verso le elezioni del 'dopo 7 ottobre'

I partiti religiosi vogliono anticipare il voto al 15 settembre per andare alle urne prima dello Yom Kippur (e smarcati da Netanyahu). L'alleanza tra Bennett e Lapid non sfonda nei sondaggi, riaprendo nel fronte delle opposizioni i giochi per l'ex generale Eisenkot. Ma nessuno appare in grado di arrivare a una maggioranza di governo senza il sostegno di quei partiti arabi che a parole tutti escludono. 

Tel Aviv (AsiaNews) - L’altalena di notizie sui negoziati a distanza tra Stati Uniti e Iran si intreccia in Israele con la campagna elettorale ormai abbondantemente cominciata. La scadenza naturale della legislatura segnata dal 7 ottobre 2023 sarebbe il 27 ottobre 2026; la scorsa settimana, però, la Knesset ha votato praticamente all’unanimità in prima lettura una legge per lo scioglimento anticipato, che anticiperebbe il voto di qualche settimana. Servono ancora tre passaggi parlamentari perché questo scenario diventi realtà, ma sono soprattutto i partiti degli haredim - gli ebrei religiosi ultraortodossi - a premere perché si vada al voto il 15 settembre. Questo per due ragioni: da una parte lanciare un segnale di “indipendenza” rispetto a Netanyahu, dall’altra tenere fuori dalla campagna elettorale le festività religiose dello Yom Kippur e di Sukkot che quest’anno cadono nella seconda metà del mese di settembre.

Al di là delle schermaglie sulla data del voto, a far discutere in Israele è soprattutto lo scenario politico che si prospetta per l’esame delle urne che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre cercato di allontanare il più possibile. I sondaggi oggi sembrano prospettare una situazione di stallo molto simile a quella delle cinque tornate elettorali consecutive che Israele visse tra l’aprile 2019 e il novembre 2022 con governi privi di numeri in parlamento o comunque appesi a un voto e dunque destinati a non durare più di qualche mese.

Proprio per far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia, nell’autunno 2022, Benjamin Netanyahu aveva deciso di imbarcare nella sua coalizione anche Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i due ministri dei movimenti dell’ultradestra che quasi trent’anni prima Yitzhak Rabin aveva messo fuori legge. Oggi, però, anche con loro appare lontanissimo dal mettere insieme i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza.

Pure l’opposizione, però, appare lontanissima da questo obiettivo. Si è parlato molto del “ritorno” di Naftali Bennett, l’ex esponente della destra che ha sfidato Netanyahu divenendo l’unico a farlo uscire dalla stanza del primo ministro tra il 2021 e il 2022, guidando una coalizione eterogenea che comprendeva anche Ra’am, uno dei partiti arabi rappresentati alla Knesset. Ma oggi Bennett dichiara di non voler più ripetere quell’alleanza. E proprio per rafforzare la sua posizione il mese scorso ha dato vita a un nuovo partito - “Insieme” - in cui è confluito anche Yesh Atid, il partito dell’attuale leader dell’opposizione Yair Lapid.

Doveva essere la mossa per garantirsi la maggioranza relativa in parlamento superando il Likud e allo stesso tempo affermarsi come l’unica vera alternativa nel fronte anti-Netanyahu. Con il passare delle settimane, però, l’elettorato israeliano si sta mostrando estremamente tiepido: negli ultimi sondaggi “Insieme” è tornato dietro al Likud; e sembra raccogliere meno seggi rispetto a quelli che raccoglievano individualmente i partiti di Bennett e di Lapid.

Questo sta riaprendo i giochi in favore di Gadi Eisenkot, un ex generale molto popolare in Israele che dopo essersi separato politicamente dal suo collega Benny Gantz ha dato vita anche lui a un nuovo partito chiamato Yashar (letteralmente “retto”). Eisenkot è visto come il volto di quell’ala dell’esercito che più di una volta in questi anni ha contestato le scelte di Netanyahu sulla gestione della guerra a Gaza (conflitto in cui lui stesso ha perso un figlio). E in queste settimane ha avuto contatti con Avigdor Lieberman, il leader del partito dei russofoni - altra vecchia conoscenza della politica israeliana, schierato da tempo "da destra" contro Netanyahu. Un’alleanza elettorale tra Eisenkot e Lieberman probabilmente supererebbe non di poco per numero di seggi il partito di Bennett e Lapid. E potrebbe contare sul fatto che nei sondaggi sull’ipotetico primo ministro Eisenkot è molto più forte di Bennett. L’ex generale ha inoltre il vantaggio di essere meno inviso agli haredim rispetto all’ultra-laico Lapid: già in questi giorni avrebbe avuto un incontro con Moshe Gafni, uno dei parlamentari più in vista dei partiti religiosi ebraici.

Nel fronte anti-Netanyahu ma notevolmente distanziati come numero di potenziali seggi appaiono invece i Democratici, gli eredi dei Laburisti e del Meretz (il partito della sinistra pacifista). Anche loro sono guidati oggi da un ex generale, Yair Golan, e sono gli unici oggi a porre apertamente la questione della necessità di una riapertura del negoziato politico con i palestinesi.

Quanto ai partiti arabi, infine, molto dipenderà dall’esito della lunga trattativa per mettere insieme almeno in un cartello elettorale le quattro forze separate che compongono questo schieramento. Una frammentazione che - in un sistema elettorale proporzionale puro, ma con una soglia di sbarramento al 3,25% - danneggia la rappresentanza. Non a caso quando hanno trovato l’intesa per presentarsi insieme nel marzo 2020 hanno raggiunto la quota record di 15 seggi su 120 alla Knesset. Con la posta in gioco molto alta di queste elezioni e gli attacchi che da destra già stanno arrivando a questa parte significativa dell’elettorato israeliano, è probabile che la Lista unica alla fine si faccia. Molto però dipenderà poi dalle scelte che i singoli partiti che la compongono compiranno all’indomani delle elezioni.

 

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