19/06/2020, 14.38
IRAQ - TURCHIA
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Kurdistan, raid turchi contro il Pkk: colpito villaggio cristiano, morto un pastore curdo

Coinvolto anche il villaggio di Qashafar, a circa 27 km da Dohuk. Panico fra la popolazione locale. Nella zona vivono diverse famiglie fuggite da Mosul e dalla piana di Ninive con l’ascesa dell’Isis. Baghdad convoca l’ambasciatore turco e chiede di allentare la tensione. Secca la replica: “Combattere il Pkk ovunque si trovi”, anche in territorio irakeno.

Erbil (AsiaNews) - L’aviazione turca ha bombardato diverse aree del Kurdistan irakeno, fra cui il villaggio cristiano di Qashafar, a circa 27 km da Dohuk, scatenando il panico fra la popolazione locale. L’attacco è avvenuto verso le 5.30 del pomeriggio di ieri e, secondo fonti locali, sarebbero stati impegnati mezzi aerei Apache. Nella zona teatro del raid hanno trovato rifugio centinaia di famiglie cristiane fuggite da Mosul e dalla piana di Ninive nell’estate del 2014, in seguito all’avanzata delle milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis). A distanza di anni esse sono rimaste nella zona, in attesa che vengano ricostruite le loro case e garantito un ritorno sicuro nelle loro terre.

Le bombe turche cadute ieri avrebbero causato almeno una vittima: si tratta di un pastore curdo, ucciso dallo scoppio di un missile caduto nelle prime ore della mattinata nel distretto di Bradost.

In risposta, il governo irakeno ha convocato in un paio di occasioni l’ambasciatore turco a Baghdad Fatih Yildiz, ma l’escalation è proseguita senza sosta: dagli attacchi con i caccia in atto dal fine settimana scorso si è affiancata una vera e propria operazione di terra il 17 giugno, con alcuni reparti delle forze speciali penetrati in territorio irakeno nel contesto dell’operazione “Artigli della tigre”. Obiettivo dell’assalto alcuni (presunti) combattenti curdi del Pkk rifugiati in alcuni villaggi della provincia settentrionale di Duhok, nei pressi del confine fra Iraq, Turchia e Siria. 

La leadership turca sembra intenzionata a premere sull’acceleratore e proseguire con gli attacchi, come traspare dalla risposta minacciosa e di sfida aperta rivolta dall’ambasciatore Yildiz al ministero irakeno degli Esteri: se non siete capaci voi di prendere provvedimenti contro i ribelli, ha detto il diplomatico, sarà Ankara a continuare “a combattere il Pkk ovunque si trovi”, anche in territorio irakeno.

Preoccupata dall’escalation al confine settentrionale, Baghdad ha chiesto ad Ankara e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan di “mettere fine agli atti provocatori” e di “ritirare i soldati che si sono infiltrati sul territorio irakeno”. A scatenare l’offensiva turca sarebbero stati degli attacchi da parte dei miliziani curdi contro stazioni di polizia e basi militari oltreconfine. A questo si aggiungono le difficoltà interne di Erdogan a causa della crisi economica e dell’emergenza coronavirus, che spingono il presidente turco a puntare il dito contro un nemico esterno per rafforzare la stabilità. 

I raid aerei turchi contro basi del Pkk in Iraq non sono una novità ed episodi simili si sono registrati anche nel 2007 e nel 2018 sebbene l’operazione lanciata in questi giorni sia di una portata superiore a quelle precedenti. Al momento non si registrano risposte ufficiali - sul piano diplomatico o militare - da parte di Baghdad ed Erbil, anche se appare palese l’irritazione fra le alte sfere politiche e istituzionali irakene. Dalla Lega araba è invece arrivata una condanna di facciata dei bombardamenti “in violazione del diritto internazionale”, che però non dovrebbe sortire grandi conseguenze pratiche. 

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