07/03/2026, 08.21
MONDO RUSSO
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L’Ortodossia russa come religione universale

di Stefano Caprio

Le condoglianze del patriarca Kirill per la morte della guida suprema iraniana Khamenei ucciso dai raid israelo-americani esprime anche un senso di superiorità dell'ortodossia russa nella difesa della vera fede. Come emerso anche nel discorso tenuto all'assemblea del clero della metropolia di Mosca, riunitasi nelle stesse ore. 

Il patriarca di Mosca Kirill ha inviato al presidente iraniano Masud Pezeshkyan le sue condoglianze per la morte dell’ayatollah Khamenei, da lui ritenuto “uomo forte di grande spiritualità”, unendosi alle accuse del presidente Vladimir Putin contro questo assassinio “contrario al diritto e alla morale” da parte degli americani. La Russia ha reagito alla guerra di Trump e Netanyahu con parole molto dure, ma molto formali, considerato il nuovo quadro dell’ordine mondiale in cui Mosca riveste un ruolo secondario dal punto di vista militare, politico ed economico, ma rivendica un primato “morale e spirituale”.

In questo senso la compassione patriarcale per la guida suprema degli sciiti persiani esprime anche un senso di superiorità, rafforzato dal confronto a livello mondiale con le altre Chiese e religioni. Khamenei rappresentava al massimo livello la “fede militante” di un grande popolo che da oltre cinquant’anni si pone come bastione della “difesa delle tradizioni” dalla degradazione morale dell’Occidente, la motivazione della rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini del 1979, di cui Khamenei era già uno dei principali partecipanti, per rovesciare una monarchia che aveva cercato di modernizzare la società iraniana nella “rivoluzione bianca” che imponeva alle donne di togliersi il velo e di iscriversi all’università.

Ora invece la massima figura ieratica dei “valori tradizionali” è proprio Kirill (Vladimir Gundjaev), salito al trono patriarcale oltre quindici anni fa, e che da allora ha già visto anche la morte di due papi di Roma, il tedesco Joseph Ratzinger, grande custode delle tradizioni, e il “fratello” argentino Jorge Mario Bergoglio, da lui abbracciato all’aeroporto dell’Avana nel 2016, sentendosi già a lui superiore nella difesa della vera fede. La barba bianca della religione universale non sarà più quella avvolta dal turbante nero sciita, per quanti eredi possano ancora salire sul palco delle guardie nazionali di Teheran, ma sarà quella riflessa dalla tiara dorata del patriarca ortodosso della Terza Roma universale, nelle liturgie solenni delle cattedrali intorno al Cremlino.

Pochi giorni fa Kirill ha presieduto nel tempio principale di Cristo Salvatore, ricostruito negli anni Novanta come simbolo della rinascita religiosa della Russia dopo la “rivoluzione rossa” che aveva imposto l’ateismo, l’assemblea di tutto il clero della metropolia di Mosca, da lui definita “la più grande struttura ecclesiastica” di tutto il mondo cristiano. Si tratta di una giurisdizione organizzata cinque anni fa, unendo l’eparchia di Mosca con quelle della provincia intorno alla capitale, fatta apposta per esaltare la grandezza del patriarcato nel contesto dell’incipiente “guerra santa” che doveva iniziare pochi mesi più tardi. Enumerando le cifre metropolitane, il patriarca ha ricordato le 1.228 parrocchie, 1.682 chiese, 318 cappelle, 23 monasteri e 9 abbazie, in cui svolgono il loro ministero 1.709 sacerdoti.

Con questi numeri la metropolia di Mosca supera in effetti anche la più grande struttura cattolica, l’arcidiocesi di Milano in Italia che mantiene da sempre in unità la grandezza delle varie zone di rito ambrosiano, con “solo” 1.107 parrocchie. In realtà si potrebbe discutere sull’estensione della provincia ecclesiastica milanese, che costituisce anche la metropolia lombarda e in cui servono più di duemila sacerdoti tra secolari e religiosi, o magari sulla frequenza dei fedeli alle celebrazioni liturgiche, dove a Milano si conta circa un milione su cinque, mentre a Mosca non si va oltre il mezzo milione su venti. Ma al patriarca non interessa peraltro il numero effettivo dei fedeli: per la religiosità ortodossa quello che conta è la dichiarazione di appartenenza, non la frequenza alla chiesa.

Quindi nella relazione al clero Kirill esalta “il nostro popolo che conserva devotamente la vera fede cristiana”, con continue inaugurazioni di nuove chiese grazie alla “misericordia divina nei nostri confronti, dopo i difficilissimi anni delle persecuzioni”, in mezzo alle quali egli stesso divenne vescovo all’età di 29 anni nel 1976, servendo fedelmente il regime ateista brezneviano. Ora invece in chiesa “vengono anche i giovani e le persone di mezz’età, non solo le donne anziane” come ai tempi sovietici, e quindi la Chiesa russa può lanciarsi in un “nuovo e grande ministero missionario” a livello universale. Il patriarca infatti sottolinea che “non possiamo e non dobbiamo nascondere la nostra fede o trascurarne la confessione aperta, in un mondo in cui continuano i tentativi di svalutare l'eredità cristiana”. Infatti “chi viaggia nei Paesi occidentali vede chiese magnifiche svuotarsi e chiudere, in un mondo in cui il sistema politico non ostacola la vita religiosa ed ecclesiale, ma le persone si vergognano di essere cristiane, a causa della devastazione spirituale e del disprezzo per tutto ciò che è connesso alla fede”.

La Chiesa russa deve essere il faro di una nuova evangelizzazione mondiale, per evitare che ovunque prevalga il nuovo secolarismo ateo, come ai tempi della Terza Roma medievale. Eppure Kirill non nega che questa superiorità religiosa non sia ancora abbastanza efficace in Russia, perché “non solo in Occidente, ma anche qui da noi ci sono persone che mettono in discussione la fede, l'esistenza stessa di Dio e il potere salvifico dei suoi comandamenti…. ci sono coloro che sono indifferenti alle questioni religiose, e a volte sono persino negativi su questi argomenti”. Egli non arriva a parlare di “apostasia” come sta avvenendo a livello della civiltà mondiale, perché “nel nostro Paese benedetto questo termine non è applicabile”, ma bisogna essere attenti alla condizione spirituale “non soltanto dei nostri fedeli, ma dell’intera società russa”.

Egli cita dunque il passo di Matteo 6,21, “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”, per criticare lo stile di vita che si basa soltanto sulle soddisfazioni materiali e sul benessere “come nel regno occidentale del consumismo”. La “tendenza al comfort” è particolarmente visibile a Mosca e nelle grandi città della Russia, un po’ meno nelle periferie e nelle campagne dell’impero, e anche per questo la Chiesa russa sostiene la campagna di “ripopolamento dei paesi e villaggi” in tutta la Federazione. Preoccupa soprattutto l’atteggiamento delle giovani generazioni in questo senso, perché “i giovani cedono più facilmente alle tentazioni della carne”.

Serve quindi “un maggiore impegno pastorale” da parte del clero nei confronti della gioventù, ricordando soprattutto che le generazioni attuali “sono figlie dell’epoca digitale, e dobbiamo capire il loro linguaggio e il loro modo di pensare”. Bisogna evitare in ogni modo di “adattarsi” a queste forme di comunicazione e di “perdita della propria identità”, ed evidenziare i fattori che più possono influire positivamente sulla mentalità e sulla “condizione dell’anima” dei giovani d’oggi. Non basta l’istruzione, che oggi avviene quasi interamente attraverso i computer, ma serve “più amore e compassione” per chi non è ancora maturo, anzi “per coloro che rischiano di rimanere bambini tutta la vita, con i limiti digitali alla psicologia umana”.

Per la sana crescita dei giovani ci vuole ovviamente una “famiglia cristiana forte”, senza la quale non vi potrà essere un “forte popolo cristiano”, in modo che “ciascuno possa diventare missionario, pedagogo e padre amoroso del proprio gregge”. Così le tante nuove chiese non saranno soltanto “dei centri architettonici dominanti, ma autentici centri di misericordia, illuminazione e vita spirituale”. Kirill cita degli interlocutori protestanti, che recentemente gli hanno detto che “la sola bellezza delle vostre chiese annuncia molto di più di quanto noi possiamo fare con le nostre prediche”, purché diventino “veri luoghi della famiglia cristiana”.

La Chiesa deve resistere alle nuove tentazioni dell’intelligenza artificiale, che “pretende di sostituire l’intelletto umano, la sua anima e la sua coscienza, la sua morale, diventando il pericolo maggiore per la civiltà contemporanea”. Il patriarca avverte che oggi “si sta cercando di modificare il codice genetico”, una delle minacce più ripetute dai russi durante il periodo del Covid, per “riprogrammare la persona umana”, come una volta poteva apparire solo “nelle più tremende fantasie”. Il compito della Chiesa è aiutare a far sì che la tecnologia rimanga al servizio dell’uomo, e non si trasformi in un “padrone spietato in grado di ridurre l’uomo ad un oggetto manipolabile, incapace di compiere scelte morali”. Questo riguarda non soltanto la difesa della sovranità “civile e morale” del popolo russo, ma dell’intero genere umano, e a questo si può reagire soltanto se ci si saprà difendere da “interessi estranei alla nostre sacre tradizioni”.

Per resistere alle minacce “pagane e psico-devianti”, in conclusione, il patriarca afferma che bisogna “continuare la guerra contro chi vuole distruggere la Patria”, incitando i giovani a “offrire la propria vita” per ritrovare le fondamenta spirituali contro ogni falsa dottrina e deviazione. I sacerdoti ortodossi russi devono considerare come prioritario il servizio di assistenza ai militari, che “offra sia la consolazione che il sostegno” al fronte e nelle condizioni sociali più diverse, per “comprendere le esperienze vissute alla luce della fede”. Il patriarca ricorda che “nel corso di tutta la storia russa la Chiesa ha pregato per i difensori della Patria, ispirando il loro sacrificio”, anche celebrando la liturgia nelle zone di combattimento. Ricordando che il presidente Putin ha dichiarato il 2026 come Anno dell’unità dei popoli della Russia, il patriarca Kirill volge lo sguardo su tutti i popoli della terra, che devono unirsi a quello russo per trovare la loro salvezza.

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