15/02/2007, 00.00
GIAPPONE – NORDCOREA
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L’accordo per il nucleare di Pyongyang mette Tokyo tra l’incudine e il martello

di Pino Cazzaniga
Atteggiamento ambivalente del primo ministro Abe, stretto tra la questione dei giapponesi rapiti dai nordcoreani e la partecipazone al “gruppo dei sei”.

Tokyo (AsiaNews) – Nella generale soddisfazione che ha accolto l’annuncio che la Corea del Nord sospenderà il programma nucleare militare e tornerà ad accettare le ispezioni internazionali, spicca l’atteggiamento a dir poco ambivalente del Giappone. È che il primo ministro Shinzo Abe si trova tra l’incudine dell’irrisolto problema dei suoi compatrioti rapiti dai nord coreani, cui tiene il suo elettorato, e il martello della scelta di uscire dal gruppo dei sei Paesi (Stati Uniti, Cina, Russia, Corea del sud, Corea del Nord e Giappone) che ha portato avanti la trattativa sul nucleare di Pyongyang.

Il dilemma di Abe spiega l’apparente contrasto tra la sua affermazione: “noi non possiamo contribuire nell’aiuto economico. Ho preso questa decisione” e la contemporanea dichiarazione del suo ministro degli esteri Aso Taro, che i colloqui “hanno ottenuto un grosso risultato. Era una lavoro difficile e noi siamo stati uniti fino alla fine”.

In effetti, quando alle 3 di notte del 13 febbraio Christophor Hill, capo della delegazione degli Stati Uniti alla “conferenza dei sei” era rientrato nell’atrio del suo hotel a Pechino, aveva l’aria stanca ma il viso sorridente. Alle domande dei giornalisti ha risposto “Abbiamo ottenuto un risultato eccellente. È stata una giornata lunga che è costata molti sforzi da parte di molti”. L’ultima seduta dei colloqui, iniziati l’8 febbraio, era durata sedici ore.

In forza di quell’accordo il governo di Pyongyang si impegna a chiudere il reattore nucleare al plutonio di Yongbyon sotto controllo degli ispettori della AIEA (agenzia internazionale per l’energia atomica) entro sei mesi per poi procedere al totale smantellamento di ogni stabilimento nucleare per scopi militari. In cambio gli Stati Uniti, la Cina, la Corea del sud e la Russia si impegnano a offrire alla Corea del nord un milione di tonnellate di petrolio: 50.000 a chiusura avvenuta del reattore di Yongbyon e il resto durante i lavori di smantellamento di tutti gli stabilimenti del genere.

L’accordo ha del prodigioso perchè è stato realizzato a soli quattro mesi dal primo esperimento nucleare della Corea del nord (9 ottobre) che rendeva totalmente nullo l’accordo di principio firmato al termine dei colloqui del settembre 2005: con esso il governo di Pyongyang si impegnava a iniziare il processo di denuclearizzazione!

Subito, su iniziativa del Giappone e degli Stati Uniti, il Consiglio di sicurezza aveva ordinato sanzioni economiche nei confronti della Corea del Nord. Tuttavia contemporaneamente i governi membri della “conferenza a sei” davano vita a un’intensa attività diplomatica per riportare la ribelle nazione eremitica al tavolo dei negoziati. Il merito del successo insperato va soprattutto alla Cina, che sponsorizza i“colloqui a sei” dal 2003, e agli Stati Uniti che hanno dato prova di ben calibrata flessibilità, senza cedere al ricatto di Pyongyang.

Presentando ai media il documento concordato, il delegato cinese, Wu Dawei, ha  confermato il giudizio positivo di Hill: “Il risultato delle discussioni di questi giorni segna un importante e sostanziale passo avanti” disse. “Quanto è stato concordato risulterà benefico non solo per la pace, la stabilità e lo sviluppo della penisola coreana ma anche per il miglioramento delle relazioni tra le nazioni interessate e per la costruzione di un’ Asia nord-orientale armoniosa”. A parte sfumature psicologiche, il giudizio positivo è stato condiviso anche dagli altri delegati.

Contraddizioni giapponesi a parte.

È che Abe non può permettersi né di alienarsi il suo elettorato, né di uscire dal gruppo dei sei. 

Da una parte c’è il problema dei numerosi cittadini giapponesi che negli anni 70’ e ’80 sono stati rapiti dagli agenti del regime nordcoreano. Nel 2002, in occasione della visita a Pyongyang dell’allora primo ministro giapponese Junichiro Koizumi, il leader nord-coreano Kim Jong-il ha riconosciuto il fatto e ha permesso ad alcuni di ritornare in patria. Ma degli altri, che la polizia giapponese ritiene siano tuttora nella Corea del nord, non si sa niente. Fin da allora Abe si è impegnato a fondo per la soluzione di questo problema. Da qui il suo atteggiamento di non compromesso. Ripetutamente Abe ha detto che “il Giappone non darà alcuna assistenza se non ci sarà alcun progresso nella questione dei rapimenti”

D’altro canto, senza l’assenso della delegazione giapponese difficilmente l’accordo si sarebbe potuto raggiungere. Per superare l’ostacolo, il capo della delegazione, Kenichiro Sasae, ha fatto ricorso a un’espressione sibillina parlando di “cooperazione indiretta”. Cosa significhi di preciso nessuno lo sa. Rispondendo a un’interpellanza parlamentare Abe ha detto che “attraverso canali diplomatici il Giappone ha ottenuto il consenso di non offrire materiale energetico alla Corea del nord”

L’atteggiamento di Tokyo ha avuto qualche ripercussione anche a Seoul.

La notizia dei risultati positivi del meeting di Pechino è stato accolto dal governo della Corea del sud e da buona parte della popolazione con sollievo, perchè ancora una volta è scongiurata l’avventura di una guerra e ancor più perchè si possono riprendere le relazioni inter-coreane interrotte dal luglio scorso.

Tuttavia non manca l’ansietà per la consapevolezza dell’enorme onere finanziario che l’accordo mette sulle spalle della Corea del sud anche a causa dell’atteggiamento passivo del Giappone

 

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