17/09/2022, 08.24
MONDO RUSSO
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La fine di un'era

di Stefano Caprio

La morte di Gorbacev e della regina Elisabetta, il papa in Asia Centrale, la guerra in Caucaso e la controffensiva ucraina, il viaggio di Xi Jinping: tutti eventi che evocano la fine di una stagione, per lasciare spazio a un mondo ancora tutto da descrivere.

Negli ultimi giorni si sono succeduti una serie di eventi, alcuni di grande risonanza internazionale, altri più locali o secondari, ma tutti attraversati da un filo conduttore molto rilevante, perché contribuiscono a formare l’impressione che stia davvero finendo un’era storica, per lasciare spazio a un mondo ancora tutto da descrivere. Difficile ora applicare definizioni esaurienti e condivise sul passaggio che stiamo vivendo, del resto gli storici sanno bene che ogni definizione è puramente formale e didattica, e raramente corrisponde alla realtà dei fatti: il Medioevo, il Rinascimento, l’Illuminismo, il Secolo Breve e così via, sono tutti titoli da manuale di liceo. Il mondo degli esseri umani è assai più complesso e variegato.

La morte di Gorbacev e della regina

Nel giro di una settimana sono venuti a mancare due tra i capi di Stato più simbolici del Novecento, che hanno rappresentato i due imperi d’Oriente e d’Occidente, quello eurasiatico-collettivista e quello atlantico-liberale, riassumendo in sé speranze e contraddizioni di entrambi gli schieramenti che hanno orientato le coscienze delle generazioni fino a quelle di oggi in uno schema binario. Destra e sinistra, comunismo e capitalismo, cristianesimo e ateismo, dittatura e democrazia, riforme e immobilismo e tante altre categorie semplicistiche hanno permesso di vivere in modo comprensibile, operando scelte di campo consequenziali e predefinite, senza l’angoscia di non avere una propria identità specifica e una comunità di appartenenza, come invece si sta verificando per chi è nato nel XXI secolo.

La regina Elisabetta si trovò a gestire una situazione familiare delicata, quella del matrimonio del figlio, l’attuale re Carlo III, con la “principessa del popolo” Diana Spencer, che durò dal 1981 al 1996, con la clamorosa morte dell’anno successivo della donna che aveva in qualche modo segnato la fine della natura sacrale della monarchia britannica. Non erano certo mancati nel passato regale gli scandali di famiglia e di corte, ma riguardavano gli equilibri interni della sacra casta del potere. La vicenda di Carlo e Diana ha invece inaugurato l’appropriazione pubblica delle vicende di casa Windsor, annullando il baratro tra il trono e il popolo, la “disintermediazione” ormai consueta nella vita di chiunque, che permette con un clic di sentirsi alla pari con qualunque monarca o stella del firmamento.

Elisabetta aveva in qualche modo gestito quel passaggio, impegnando la sua figura iconica per tenere viva la memoria di un mondo ormai dissolto, e che dopodomani verrà definitivamente sepolto. Gorbacev salì al potere nel 1985, affiancandosi nell’immaginario collettivo a Diana e all’altro grande interprete della fine di quel mondo, il santo papa Giovanni Paolo II. L’apertura informativa della glasnost, che sollevava la cortina di ferro sul mondo sovietico, fu la sua unica vera riforma, visto il totale fallimento economico-politico della perestrojka. Anche il papa polacco fece cadere molte barriere che ancora mantenevano la figura del pontefice romano in un irraggiungibile empireo, diventando il primo vero “papa mediatico”, raccogliendo l’ispirazione di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, l’apertura al mondo della Chiesa cattolica, oggi esaltata in modo irreversibile dal suo successore argentino.

Il viaggio di Papa Francesco in Asia

Se Wojtyla veniva “da un Paese lontano”, Bergoglio è giunto in Vaticano “dalla fine del mondo”, primo papa non europeo e non mediterraneo, la grande rivoluzione del cattolicesimo contemporaneo. E il decennio in corso del pontificato di Francesco rivolge sempre più la Chiesa “in uscita” verso le periferie del mondo, liberandosi dal peso della compromissione terrena e portando alle estreme conseguenze la fine del suo potere temporale, avvenuta formalmente soltanto un secolo e mezzo fa. Un tempo importante, ma non ancora decisivo per la storia universale. Il viaggio in Kazakistan è stato senz’altro tra i più simbolici di questo passaggio epocale, riflettendo e ridefinendo la fase conclusiva del trionfante papato wojtyliano, che aveva visitato i Paesi ex-sovietici più legati alla Russia per dimostrare la vittoria della fede sull’ateismo, dopo aver dovuto rinunciare a mettere piede nelle roccaforti di Mosca e Minsk.

Tra il 2000 e il 2001 Giovanni Paolo II era andato in Georgia, Ucraina, Armenia e Kazakistan, proprio le terre oggi rivendicate dal neo-imperialismo putiniano per difendersi dalla “invasione dell’Occidente”, di cui il papa polacco era la guida carismatica. Papa Bergoglio è apparso tutt’altro che un “invasore”, trascinandosi per i palazzi ultramoderni di Astana come lo stesso Wojtyla aveva fatto vent’anni fa, entrambi affaticati dall’età e dai malanni fisici della fase finale dei rispettivi pontificati, accentuando quindi l’effetto “dissolvenza” di questi passaggi storici. Non più dominio della religione, ma dialogo con i popoli e le culture, nell’Asia in cui i cristiani non hanno mai dettato legge. Non più guerra dell’Occidente contro i diavoli ateisti e poi quelli fondamentalisti, come nel 2001 di Giovanni Paolo, ma invocazione di pace per l’Ucraina e il mondo intero nella nuova guerra mondiale “a pezzi ormai saldati” del 2022 di Francesco.

Tra trionfalismi e richieste di perdono, rilancio della missione e aperture ecumeniche, dalla preghiera di Assisi del 1986 al Congresso di Nur-Sultan del 2022, le figure dei due papi più mediatici della storia sembrano accostarsi molto più di quanto racconti una vulgata “novecentesca”, che contrappone il tradizionalista al progressista. Eppure un altro fattore si interseca in questa doppia profezia eurasiatica: il papa polacco visse allora la sofferenza della chiusura al dialogo della Chiesa più importante e influente dopo Roma, il patriarcato di Mosca, e l’argentino, che aveva riallacciato con esso il rapporto, ha dovuto constatare con sgomento il riemergere della “Ortodossia militante” con toni degni delle Crociate, anch’egli deluso dall’impossibilità di recarsi a Mosca e abbracciare nuovamente il suo “hermano” Kirill, come ai tempi dell’illusione cubana.

Il Congresso kazaco dei leader religiosi ha presentato un ulteriore paradosso: al gelo e all’ostilità dei rappresentanti di Mosca, con l’assenza del patriarca e la ritualità sovietica della delegazione guidata dal metropolita Antonij, ha fatto da contrappeso la grande affabilità e lo spirito fraterno dei rappresentanti dell’Islam, con cui Francesco sta ottenendo grandi risultati nel dialogo interreligioso. Sembra quindi finita la grande guerra con il terrorismo islamico, lasciando il posto a quella dell’imperialismo ortodosso. Un aneddoto che sottolinea la dimensione grottesca della situazione che si è creata, è stata la domanda del ministro degli esteri kazaco, durante gli incontri preparatori per il viaggio di Francesco: “il papa celebrerà la Messa in piazza in rito cristiano, o in rito musulmano?”.

La guerra nel Caucaso e la controffensiva Ucraina

Nei giorni della presenza papale in Kazakistan, due eventi bellici hanno suscitato a loro volta reazioni confuse ed emozioni contrapposte. L’eterno conflitto tra azeri e armeni per la zona montuosa del Nagorno Karabakh è ripreso violentemente, proprio quando sembrava fosse vicino un accordo di pace definitivo. Allo stesso tempo, l’esercito ucraino ha ingannato in modo sorprendente l’invasore russo attaccandolo dove non si aspettava, e riconquistando in pochi giorni buona parte delle terre occupate in sei mesi.

Il Caucaso è terra simbolica di confine tra Europa e Asia, come del resto anche le parti dell’Ucraina contese intorno al mar Nero. In più azeri e armeni rappresentano il conflitto tra cristiani e musulmani fin dai secoli antichi, ma oggi rappresentano anche parti contrapposte inverse: Erevan è filo-russa, mentre Baku è la principale alternativa alle forniture di gas russo in Europa. Così come è difficile valutare la rivincita ucraina, che sembrava impossibile e inadeguata, mentre i più attendevano solo la resa di Kiev per poter celebrare nuovamente la pace mondiale, e ora invece si teme per il futuro della Russia, in quanto il crollo e la scomparsa di Putin aprirebbe scenari imprevedibili e forse ancora più catastrofici di quelli attuali.

Il viaggio di XI Jinping

In questo contesto, il presidente cinese ha effettuato il suo primo viaggio all’estero dopo il biennio del Covid, mettendo piede a Nur-Sultan proprio mentre il papa celebrava (in latino) la Messa dei cattolici dell’Asia centrale. XI Jinping si è poi trionfalmente recato a Samarcanda, attribuendo grande enfasi all’incontro della Cooperazione di Shangai, una delle tante sigle asiatiche che finora avevano prodotto ben pochi effetti sulla geopolitica e sull’economia mondiale. Ora la Cina sembra volersi prendere l’eredità imperiale a cui l’America sta rinunciando, soprattutto dopo il ritiro dall’Afghanistan di un anno fa, e che la Russia non riesce a riaffermare, come era evidente dalla mesta espressione di Putin nelle foto di rito col grande fratello cinese.

Sarà la Cina a dominare il mondo nella prossima era? Riuscirà l’Europa a riaffermare la propria centralità storica, mentre i partiti conservatori sembrano salire al potere dalla Scandinavia al Mediteranneo? Molte altre domande sorgono, e proprio mentre la capitale kazaca sembrava il centro del mondo, a Bruxelles la presidente Ursula von der Leyen condannava nuovamente la guerra in Ucraina, “una guerra contro la nostra energia, le nostre economie, i nostri valori”. Una guerra da combattere con le armi della fede, come predica papa Francesco, per diventare “messaggeri di pace”.

 

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