19/11/2022, 09.00
MONDO RUSSO
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La guerra delle etnie o dei sistemi

di Stefano Caprio

Gli ucraini non devono cercare la “vendetta sui russi”, ma il trionfo della via democratica della società, ispirando non l’esportazione forzata del proprio sistema, ma un vero confronto di civiltà, che nel nostro tempo sta venendo a mancare sempre di più.

Un’affermazione di Abbas Galljamov, politologo ed ex-speechwriter del presidente Putin prima delle guerre dell’ultimo decennio, in un articolo su The Moscow Times, appare particolarmente illuminante. Egli sostiene che “se si continuerà a lungo a commentare le vittorie e le sconfitte in termini etnici, questo prima o poi genererà un nuovo risentimento dell’umiliazione nazionale, creando le premesse per ulteriori guerre”.

Prendendo atto del clima di depressione a Mosca per i cedimenti della Russia nella guerra in Ucraina, per nulla attenuato dalle rabbiose ed isteriche vendette missilistiche che non portano ad alcun risultato sul campo, Galljamov consiglia invece di “trasformare la sconfitta in un’adeguata emozione di opposizione, affinchè sotto le macerie lasciate dalla fallimentare propaganda del Cremlino, essa non si trasformi nel bisogno di vendetta; è necessario spiegare e ribadire che non si tratta di una sconfitta dei russi ad opera degli ucraini, ma una sconfitta dell’autoritarismo nel confronto con la democrazia”.

Le affermazioni del politologo hanno scontentato gli ascoltatori di entrambi i Paesi, negando la sostanza delle motivazioni belliche, alimentate dal reciproco eccesso di nazionalismo. Alla retorica della “riunificazione dell’unico popolo russo”, che da Mosca viene ribadita anche dai pulpiti ecclesiastici, gli ucraini stessi contrappongono l’orgoglio della loro identità nazionale come una netta distinzione dall’etnia russa, e il confronto finisce per scivolare nella “pretesa di superiorità” di un popolo sull’altro.

Questo fu esattamente il limite della vittoria dei francesi e degli inglesi nella prima guerra mondiale, scaturito dalle contraddizioni del confronto tra Triplice Intesa e Triplice Alleanza d’inizio secolo, che si manifestarono nel senso di superiorità e di colpa etnica da una parte e dall’altra. Fu questa in buona parte la ragione dell’eccesso di rivendicazione nazionale della propria unicità e purezza, che portarono alla formazione del fascismo mussoliniano e del nazismo hitleriano, e infine alla seconda guerra mondiale. Se oggi si condanna la Russia come nazione e come popolo, e non il suo sistema politico che si è reso colpevole dell’aggressione, la guerra non finirà con gli accordi di pace, ma si moltiplicherà in pretese sempre più confuse tra i tanti frammenti etnici e politici dell’ex-impero sovietico.

La pretesa della de-nazificazione, tanto sbandierata dai russi all’inizio dell’invasione di febbraio, potrebbe portare addirittura alla ri-nazificazione non solo della Russia o dell’Ucraina, ma dell’Europa e della comunità internazionale. La peggiore vittoria immaginabile di Putin non si limiterebbe quindi a contestare la globalizzazione in nome del sovranismo, ma imporrebbe un diabolico scontro di identità etniche, culturali e religiose, una spirale senza fine di ragioni distruttive per la convivenza tra i popoli.

“Le democrazie non si assaltano reciprocamente”, ricorda Galljamov, e gli ucraini non devono cercare la “vendetta sui russi”, ma il trionfo della via democratica della società, ispirando non l’esportazione forzata del proprio sistema, ma un vero confronto di civiltà, che nel nostro tempo sta venendo a mancare sempre di più. Se nel XX secolo la lotta era tra socialismo e liberalismo, comunismo e capitalismo, oggi parliamo di europei contro i russi, americani contro i cinesi, popoli contro altri popoli ad ogni latitudine.

Non vi è dubbio che la Russia di Putin abbia aperto i giochi dello scontro etnico ed “etico”, prendendo l’avvio dalla dichiarazione della fine della democrazia liberale come “dittatura delle minoranze” e soffocamento dei “valori tradizionali”. In questo la Russia si pone nella scia di una lunga consuetudine all’esaltazione della propria “missione originaria” fin dai tempi medievali della sua formazione, con un susseguirsi di teorie di superiorità infarcite di motivazioni ideologiche, religiose, culturali e letterarie, a volte decisamente grottesche e totalmente al di fuori della realtà. Dal sogno cinquecentesco della “Terza Roma” che difende la vera fede contro ogni eresia, invasione e immoralità, si è passati all’ebbrezza dell’impero pietroburghese, che nel Settecento intendeva riassumere in sé sia l’Oriente sia l’Occidente. Gli zar ottocenteschi, esaltati dalla vittoria su Napoleone e contro l’invasione dell’Europa intera, alimentarono le teorie slavofile della “unità e comunione integrale” dei popoli e delle culture, che i russi avrebbero dovuto realizzare su scala mondiale.

Il grande slavofilo Dostoevskij sognava la conquista di Istanbul e Gerusalemme, affermando ai piedi del monumento a Puškin, poco prima di morire nel 1881, che “tutto ciò che è veramente russo è universalmente umano” (vsečelovečeskoe), e il suo giovane amico, il filosofo Vladimir Solov’ev, tentò di proporre un grandioso disegno di ricomposizione di tutte le anime, che espose nella visione della Russia e la Chiesa universale, in cui la riunione dei cristiani occidentali e orientali doveva creare un mondo finalmente integrale e “unitotale” (vseedinoe), guidato dallo zar di Russia e dal papa di Roma. Per contrasto, le correnti occidentaliste immaginarono varianti sempre più estreme di “ridefinizione dell’umano”, definite dall’intelligentsija (termine latino russificato) con altri nomi latinizzanti come anarkhizm, nigilizm e populizm, tutti termini poi passati anche nell’uso occidentale, per sfociare poi nel nuovo messianismo russo della rivoluzione bolscevica.

In dipendenza e in contrapposizione a queste e altre pretese della Russia di allora e di oggi, gli ucraini hanno sviluppato a propria volta ideali “forti” e universali, che proprio dalle repressioni russificanti hanno esteso la propria interpretazione in forme sempre più radicali. L’Ucraina è stata così la terra della “Unione” con la prima Roma contro il patriarcato moscovita della terza Roma, lo spazio della libertà dei cosacchi, denominazione asiatica russificata dal kazak, “uomo libero” dell’Asia e dell’Europa, la “nuova Europa” della società di Cirillo e Metodio dell’Ottocento, cantata dal poeta nazionale Taras Ševčenko, la Chiesa autocefala di Kiev che si oppone alla tracotanza di Mosca, e altre definizioni ancora. L’Ucraina si concepisce come anti-Russia, laddove il russo è la lingua più parlata in tutto il Paese, o al massimo mescolata con il polacco, lo slovacco e l’ungherese.

Molto sintomatica della confusione mentale sulle sovrapposizioni del piano etnico e culturale è la sollevazione degli ucraini in Italia contro la prima della Scala di Milano, in cui è programmata la messa in scena del “Boris Godunov” di Modest Musorgskij, in quanto “opera russa”. È difficile trovare nella storia una figura più rappresentativa delle relazioni tra russi e ucraini dello zar Boris, che a cavallo tra Cinquecento e Seicento si trovò a gestire il passaggio dall’autocrazia imperiale di Ivan il terribile all’invasione delle armate del regno di Polonia-Lituania. Godunov favorì l’istituzione del patriarcato di Mosca e assistette all’Unione di Kiev degli ortodossi occidentali con Roma, cercò di modernizzare il Paese scontrandosi con mille diatribe interne ed esterne, dalla lotta tra le famiglie nobili (che diede inizio alla dinastia dei Romanov) al desiderio di unire aristocratici, ecclesiastici, mercanti e contadini nella concordia dello Zemstvo, il “concilio delle terre” invocato ancora alla fine del XX secolo dal grande scrittore Aleksandr Solženitsyn, come via per ricostruire la Russia dopo il comunismo.

L’Ucraina è nata proprio dopo il regno di Boris Godunov, con la rinascita di Kiev, in cui il monaco e metropolita Petro Mogila creò la prima università del mondo russo, l’Accademia teologica ortodossa e occidentalizzante, che diede vita a tutte le istituzioni di studi superiori fino a Mosca e a San Pietroburgo. E non a caso la figura dello “zar di mezzo” tra i Rjurikidi e i Romanov ha ispirato tanta letteratura e arte, compresa la musica di Musorgskij, altra figura cruciale della ricerca dell’anima russa tra Oriente e Occidente nel XIX secolo. Morto anch’egli nel 1881, lo stesso anno di Dostoevskij e dello zar assassinato Alessandro II, la data che conclude il “secolo d’oro” della cultura russa, il compositore ha lasciato in eredità anche i famosi Quadri da un’esposizione, una visita simbolica alle varie tappe della formazione dell’anima russa, che si conclude solennemente con Le Grandi Porte di Kiev.

L’Europa, l’America, la Nato e l’intero Occidente non hanno rivolto alcun vero interesse all’Ucraina prima del 2022, o almeno prima della rivolta del Maidan del 2014, alla sua storia e alla sua cultura, alla sua lingua e alle sue relazioni con il grande fratello moscovita. In tutta la sua storia, l’Ucraina è sempre stata la versione occidentale della Russia, e faceva comodo nasconderla dentro il regno di Polonia, l’Austria-Ungheria, il totalitarismo nazista o quello sovietico. Il politico americano Zbigniew Brzezinski, di origine polacca, sosteneva che “la Russia può essere una democrazia o un impero, e finchè controllerà l’Ucraina sarà soltanto un impero”.

La Russia può essere soltanto “l’impero del male”? La difesa dell’Ucraina è l’affermazione della superiorità del bene democratico, contro le pretese dei “valori tradizionali” imposti dall’alto? Un anno di guerra dovrebbe aver imposto a tutti, da una parte e dall’altra, una profonda riflessione su queste domande. Una cosa è certa: se lo scopo della guerra è sconfiggere la Russia, come impero e come popolo, e non le pretese di un regime dittatoriale, allora i vincitori non saranno i russi, ma coloro che diventeranno come loro.

 

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