30/01/2023, 12.34
TURCHIA - IRAN
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La ‘guerra psicologica’ turca contro i cristiani iraniani, arrestati e deportati

Cinque famiglie, per un totale di 17 persone, sono state fermate e inviate nei centri di permanenza per rimpatrio. Dalle autorità turche violenze psicologiche per costringere i profughi a tornare indietro. Le famiglie vengono divise, ai padri è concesso di vedere i figli una volta a settimana per 15 minuti. Video di denuncia rilanciati sui social.

Istanbul (AsiaNews) - Arrestate, deportate nei centri di “permanenza per rimpatrio”, vittime di minacce, violenze e violazioni ai diritti umani di base. È quanto successo a cinque famiglie cristiane iraniane - per un totale di 17 persone - in fuga da una Repubblica islamica travolta dalla crisi economica e dalle proteste di piazza per l’uccisione della 22enne curda Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Finite nella rete delle autorità turche che, come denunciato da numerose ong internazionali, compiono sistematici maltrattamenti e abusi contro i rifugiati: non solo siriani e afghani, perché ora prendono di mira anche gli iraniani in un clima di crescente insofferenza che rischia di inasprirsi in vista delle elezioni presidenziali di maggio. 

I rifugiati cristiani, alcuni dei quali rinchiusi per tre mesi, parlano di pessime condizioni igienico-sanitarie nei centri di detenzione, con mancanza di cibo, acqua e medicinali. Secondo quanto riferisce il sito dissidente Article18, gli uomini vengono separati dalle donne e dai bambini e si possono incontrare solo una volta alla settimana per un breve periodo di tempo, massimo 15 minuti, alla presenza delle guardie. A eccezione di uno, cristiano assiro, sono tutti convertiti dall’islam che Teheran non riconosce e spesso perseguita a causa della fede e per il reato di apostasia. 

La maggior parte di essi vive a Isparta, nel sud-ovest della Turchia, ed è rinchiusa nei campi della cittadina costiera di Antalya, a due ore di auto. Tuttavia arresti di cristiani iraniani si sono registrati in diverse città negli ultimi sei mesi, fra cui Izmir e Adyn nell’ovest, Van nell’est e Kayseri e Kirikkale nel centro del Paese. In alcuni casi gli stessi rifugiati hanno registrato video di denuncia degli abusi subiti, per poi condividerli sui social, e quanti hanno contribuito alla diffusione dei filmati avrebbero poi ricevuto pesanti minacce dalla polizia turca. 

Uno dei cristiani detenuti ad Antalya, Kamran Topa Ebrahimi, riferisce dello sciopero della fame promosso da alcuni rifugiati per protesta contro le condizioni dei centri. “Mi hanno separato da mia moglie Mona e dai miei due figli” denuncia l’uomo. “Hanno lanciato - aggiunge - una guerra psicologica contro di noi” minacciando una detenzione a tempo indefinito in caso di mancato rimpatrio. La moglie parla di mancanza di acqua nei centri e l’uso di un bidone della spazzatura come mezzo di fortuna per l’igiene personale. “Come può la Turchia - accusa - deportarci perché cristiani, fanno finta di non sapere cosa sta succedendo? Questa è una guerra psicologica contro di noi per costringerci a firmare i nostri moduli di deportazione”. “Le circostanze sono così difficili che preferiremmo andare in Iran ed essere uccisi - aggiunge - più che rimanere qui”.

Faranak Reziei, profuga cristiana di origini curde, spiega di come sia stata arrestata dalle autorità turche dopo aver cambiato il proprio status sul profilo di Whatsapp, in concomitanza con la fine dei 40 giorni di lutto per la morte di Mahsa Amini: “Non so chi, ma qualcuno ha spifferato la mia storia alla polizia turca e ha detto che sto lavorando con i curdi turchi [del PKK]” racconta Faranak, madre single che è stata detenuta per 30 giorni, insieme alla figlia di soli quattro anni. 

Reza Pouti, pastore della Iranian Freedom Church a Isparta, ha raccontato ad Article18 di aver conosciuto personalmente uno dei cristiani deportati assieme alla moglie e ai figli prima ancora di aver potuto vendere le proprietà in Turchia. “È una prigione - denuncia il leader religioso - non solo nei campi, ma anche all’esterno le persone vivono nella paura” persino di “aprire la porta” o “andare per strada”. “Di tanto in tanto - prosegue - trasferiscono i richiedenti asilo nei campi con l’inganno. Io stesso temo una situazione del genere”. Difatti, tre settimane dopo aver inviato il messaggio lo stesso Reza assieme alla moglie Roshanak e al figlio minore Mohammadreza, è stato tratto in arresto e spedito in un centro. 

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