26/06/2023, 08.45
MONDO RUSSO
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La marcia interrotta del cuoco di Putin

di Stefano Caprio

Nell'evocare i fatti del 1917 per leggere quanto accaduto nelle ultime ore a Mosca Putin non è Lenin, come Prigožin non è Kornilov. Ma l’accostamento suggerisce l’inizio di una fase nuova, se non proprio una rivoluzione, nella Russia in guerra con il mondo intero.

Tutto il mondo è rimasto con il fiato sospeso, a partire dalla Russia stessa, dalla sera di venerdì 23 giugno a quella successiva del sabato, oscurando del tutto l’opera in cartellone della “controffensiva ucraina”. Ad andare in scena è stata la spettacolare “marcia su Mosca” di Evgenij Prigožin e della sua orchestra di 25 mila “musicisti”, come vengono chiamati i combattenti mercenari della compagnia che si ispira al compositore tedesco Wagner, autore di miti che scatenano istinti apocalittici. A un secolo dall’analoga marcia mussoliniana verso la capitale del regno d’Italia, la marcia prigožiniana ha avuto uno svolgimento e un esito completamente opposti a quella che dette origine al fascismo.

Le camicie nere infatti incontrarono molti ostacoli sulla strada da Milano a Roma, rimanendo in parte bloccati a Perugia, e sembrava che non si riuscisse a raggiungere l’obiettivo. Aiutato da sponsor molto potenti, il Duce si presentò invece davanti al re ottenendo il governo dell’Italia, servito su un piatto d’argento. Gli omaccioni russi col passamontagna, invece, si sono tranquillamente sistemati sui camion d’ordinanza, percorrendo in una giornata i quasi mille chilometri che separano Rostov-sul-Don, base militare della campagna russa in Ucraina, dove sono stati salutati da folle esultanti, fin quasi a Mosca, fermandosi nei pressi di Tula a 200 chilometri, per poi tornare serenamente indietro, senza aver combinato assolutamente nulla.

Nella tensione apocalittica che ha scosso l’opinione pubblica internazionale, per il possibile scoppio della guerra civile in una delle più grandi potenze nucleari, non sono stati segnalati scontri armati, spari o bombardamenti, neanche una scaramuccia. Giusto per servire un po’ di contorno, si è parlato di un paio di elicotteri abbattuti, senza nemmeno sforzarsi di spiegare dove e come facevano girare le eliche. Invece di conquistare il Cremlino, Prigožin è stato graziato prima ancora di iniziare un processo per tentato colpo di Stato, ed è andato in Bielorussia dall’amico Lukašenko, apparso all’improvviso per fermare il golpista e rivelandosi un grande mediatore, dopo trent’anni in cui non riusciva ad andare d’accordo neppure con sé stesso. Una parte dei “musicisti” è stata assunta dall’esercito regolare, altri si prendono un meritato periodo di vacanza, e nessuno ha più niente da aggiungere alla questione.

Il capo dei mercenari ha così riconquistato a pieno titolo la sua nomea culinaria, servendo un menu molto piccante e molto russo, che secondo un proverbio locale, “non si manda giù senza un mezzo litro”, di vodka naturalmente. Il primo piatto servito è stato in effetti un po’ indigesto, anche per l’eccessivo tempo di preparazione: il “bollito di Putin”, che apre il servizio del “cuoco” ormai da alcuni mesi. Si è detto perfino che lo zar si fosse nascosto terrorizzato in un bunker di San Pietroburgo, e che ormai debba prepararsi a lasciare il potere, magari riparando in Iran o in Corea del nord. Putin è intervenuto in diretta televisiva solo dopo 12 ore dall’inizio della marcia, con un intervento piuttosto fiacco per assicurare che “difenderemo il nostro popolo dai traditori e dagli ammutinamenti”.

Nella dichiarazione di Putin sono risuonate parole molto evocative di eventi cruciali della storia russa, dai “torbidi interni” alla “rivoluzione”. A inizio del Seicento la Russia rischiava di essere invasa dalla Polonia, e fu salvata da milizie volontarie radunate da mercanti e principi, fino alla vittoria che permise l’instaurazione degli zar Romanov: è la fase detta appunto dei “torbidi”, la cui conclusione nel 1612 è oggi la festa nazionale del 4 novembre, Giorno dell’Unità Popolare. La rivoluzione è invece quella del 1917: a febbraio (in realtà l’8 marzo) le donne di Pietrogrado avevano assaltato il Palazzo d’Inverno, scacciando i pochi cadetti che lo sorvegliavano senza opposizione, in quanto l’esercito era tutto schierato al fronte con la Germania, e lo stesso zar Nicola II si era trasferito più vicino alle linee, senza rendersi conto che stava perdendo completamente il controllo della situazione. Nel caos dei mesi successivi, prima del colpo di Stato bolscevico di Lenin e Trotskij, il governo provvisorio di Kerenskij non sapeva che pesci pigliare, e l’esercito si era completamente dissolto; tra agosto e settembre provò a prendere in mano la situazione il generale Kornilov, che però non fu appoggiato da nessuno, e il suo fallimento fu l’ultima botta che aprì la strada ai sovietici.

Putin non è Lenin, come Prigožin non è Kornilov, ma l’accostamento suggerisce l’inizio di una fase nuova, se non proprio una rivoluzione, nella Russia in guerra con il mondo intero. Potrebbe essere, come molti pensano, l’inizio della fine dello stesso Putin, incapace di governare perfino i suoi servi più fedeli. O al contrario, Prigožin ha organizzato tutta la sceneggiata su ordine dello stesso Putin, che in questo modo prepara grandi cambiamenti, e cerca vie di giustificazione per l’evidente sconfitta della guerra in Ucraina.

I cambiamenti in vista sembrano essere indicati dal “piatto forte” offerto dal cuoco, quello dei “generali alla griglia”, i grandi nemici di Prigožin che lui cerca di arrostire ormai da mesi: il ministro della difesa Sergej Šojgu, e il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov. Entrambi nati nel 1955, poco più giovani di Putin, sono gli uomini che da un trentennio garantiscono la transizione post-sovietica. Šojgu è stato responsabile della Protezione Civile già sotto Eltsyn, e ha ricoperto numerose altre cariche senza mai scendere dal carro del potere, in tutti i passaggi di regime e di sistema. Anche Gerasimov staziona agli alti vertici militari dagli anni ’90, e a lui si intesta l’eredità di tutta la scuola militare russo-sovietica, come ha riconosciuto anche il suo discepolo Valerij Zalužnyj, capo dell’esercito nemico dell’Ucraina. Alla fine della marcia su Mosca, dal Cremlino sono venute garanzie che “nessuno verrà licenziato”, a partire dai due nemici di Prigožin, ma la loro preparazione sulla griglia wagneriana indica effettivamente che si è conclusa un’epoca, e un’altra si dovrà aprire a breve.

Infine, come dessert, abbiamo la “crema di Prigožin alla bielorussa”, che si potrà spalmare e degustare liberamente con tanti altri ingredienti dolci e salati. Il capo della Wagner non voleva essere sottomesso con i suoi all’esercito regolare, e la marcia di “rivendicazione sindacale”, come qualcuno l’ha chiamata, gli permette ora di ritirarsi in buon ordine, in una Bielorussia africana o caraibica, a seconda dei gusti e delle convenienze. Salvo poi tornare alla carica con qualche altro menu forte, e allora servirà ben più di mezzo litro di vodka, per riuscire a digerirlo.

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