01/07/2010, 00.00
CINA
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La prima vittoria sindacale: Pechino ordina l’aumento delle paghe

I salari minimi verranno ritoccati al rialzo in nove fra province e città cinesi, fino a un massimo del 33%. Si tratta, dicono gli esperti, “di un primo passo nella direzione giusta. E gli analisti economici commentano: “Non è filantropia: Pechino vuole creare un suo mercato interno per svincolarsi da altri Paesi”.

Pechino (AsiaNews) – Le paghe minime dei lavoratori di nove fra province e città cinesi saranno aumentate, a partire da oggi, fino a un terzo del loro precedente valore. Si tratta della prima, vera vittoria del movimento degli scioperi che nello scorso mese ha paralizzato diverse grandi industrie che operano nel Paese. L’ondata di scioperi ha convinto persino il primo ministro Wen Jiabao a intervenire: il premier, parlando a un gruppo di lavoratori migranti, li ha definiti “figli” e ha sottolineato come “sia il loro sudore e il loro sangue a fare grande la Cina”.

La prima ad applicare la novità salariale è la capitale: Pechino ha deciso di alzare il minimo da 800 a 960 yuan (quasi 96 euro). L’enorme provincia centrale dell’Henan – che ospita almeno 100 milioni di residenti – ha aumentato le paghe del 33%, arrivando fino a 600 yuan. La discrepanza fra i numeri si spiega con il diverso potere d’acquisto che devono affrontare i cittadini delle diverse zone del Paese.

Yin Chengji, portavoce del ministero per le Risorse umane e la Sicurezza sociale, aveva spiegato lo scorso aprile che l’aumento sarebbe stato avallato da 20 fra municipalità e province. In seguito a quell’annuncio Shanghai, centro finanziario del Paese, aveva alzato il reddito pro-capite del 17 per cento, partendo da un nuovo minimo di 1.120 yuan.

La decisione è stata presa dopo che il governo centrale ha capito che il movimento dei lavoratori non si sarebbe fermato. Pechino ha deciso di affrontare il problema in almeno due modi diversi: da una parte l’atteggiamento distensivo di Wen, che ha chiesto di creare “delle relazioni di lavoro armonioso” aumentando le paghe; dall’altra, il governo ha ordinato alla polizia nazionale di affrontare sul nascere ogni forma di scontento sociale.

Stephen Roach, presidente della sezione Asia del colosso finanziario Morgan Stanley, commenta: “Si tratta di un primo passo nella giusta direzione. La Cina ha una media molto bassa di distribuzione personale della ricchezza comune, e i salari sorprendentemente limitati sono parte di questo problema”. Qu Hongbin, economista della holding Hsbc, aggiunge: “La buona notizia è che il mercato del lavoro continua a crescere, nonostante il rallentamento della crescita industriale. Questo, insieme all’aumento dei salari, aiuterà il consumo privato”.

In effetti, spiegano gli analisti, la mossa decisa dal governo non nasce soltanto dal timore di scontri sociali. I 486 milioni di lavoratori salariati che compongono la classe operaia del Paese – a cui si aggiungono almeno altri 100 milioni “in nero” – sono fondamentali per liberare la Cina dalla dipendenza dai mercati esteri. Se non si crea un mercato interno in cui riassorbire l’enorme quantità di produzione industriale, infatti, Pechino continuerà a dipendere dalle altre nazioni per mantenere in corsa il proprio Pil.

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