15/11/2010, 00.00
MYANMAR
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Le speranze di Aung San Suu Kyi, i timori di un attentato

Dialogo, unità, riconciliazione sono gli slogan del suo primo discorso in pubblico. La Signora ha detto di voler incontrare anche il dittatore Than Shwe e di non conservare alcun odio verso i suoi carcerieri. La gente in Birmania è felice, ma teme per la sua sicurezza: potrebbe essere eliminata “come Benazir Buttho”. Appello alla comunità internazionale.

Yangon (AsiaNews) –Aung San Suu Kyi si è recata oggi alla sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), dopo anni di arresti domiciliari, terminati lo scorso 13 novembre. Ieri  La leader democratica ha tenuto il suo primo discorso pubblico davanti a migliaia di persone, sottolineando la speranza di un cambiamento nel Paese e chiedendo a tutte le forze di rimanere uniti.

Fra i suoi sostenitori vi è esultanza, ma vi sono anche coloro che temono e per possibili attentati alla sua sicurezza e alla sua vita.

Nel suo discorso di ieri ella ha chiesto a tutti i birmani di “non perdere la speranza”. “Dobbiamo lavorare insieme – ha aggiunto. Noi birmani tendiamo a credere nel fato, ma se vogliamo il cambiamento, dobbiamo impegnarci personalmente”.

Definendosi “un’operaia, insieme a tanti altri, per la democrazia”, Aung San Suu Kyi ha sottolineato l’importanza di restare uniti e di dialogare fra i vari gruppi dell’opposizione, ma anche con la giunta.

La “Signora” ha detto di essere pronta a incontrare il generalissimo Than Shwe e di non conservare “alcun odio” verso coloro che l’hanno detenuta in questi anni. E ha espresso il desiderio di incontrare rappresentanti dei vari Paesi della comunità internazionale per vedere come allentare le sanzioni contro il Myanmar che “colpiscono il popolo birmano”.

Fra la gente vi è una gioia diffusa. Fonti birmane di AsiaNews affermano che la sua liberazione è come una promessa che “tutto il Myanmar sarà libero. Il nostro Paese può dimenticare di mangiare e bere, ma non possiamo dimenticare la nostra fame e sete di libertà, diritti umani, educazione. Aung San Suu Kyi e molti altri che combattono dentro questa oppressione sono la nostra speranza”.

Altre fonti temono però per la sua sicurezza: “Le hanno fatto male per tutti questi anni, oggi basterebbe un ordigno per eliminarla, come è avvenuto per Benazir Buttho”.

Per questo – continuano le fonti – “per garantire la sua sicurezza è importante il sostegno internazionale”.

La liberazione della “Signora” è stata applaudita da tutta la comunità mondiale. Il presidente del Comitato per il Premio Nobel, Thorbjoern Jagland, ha invitato Aung San Suu Kyi ad Oslo per ritirare il premio a lei assegnato nel ’91 e mai ritirato.

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