11/04/2015, 00.00
VATICANO-LIBANO
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Lo stupore della Divina Misericordia per il popolo armeno

di Fady Noun
Alla messa che si terrà domani in san Pietro, il ricordo del genocidio degli armeni alla fine dell’impero ottomano e di tutti i genocidi di cui l’uomo è capace. La Divina Misericordia è la risposta al disorientamento dell’occidente e alla nuova barbarie che sta distruggendo le Chiese d’oriente con la pretesa di un ritorno all’islam. Papa Francesco chiede gesti di riconciliazione fra armeni e turchi. L’ecumenismo del sangue e quello delle origini patristiche: san Gregorio di Narek sarà proclamato dottore della Chiesa universale.

Beirut (AsiaNews) – La Divina Misericordia, la cui festa è domani, ha donato al popolo armeno un’occasione stupefacente, radunandola nella basilica di san Pietro per commemorare il ricordo di una brutalità senza nome di cui esso fu vittima collettiva negli ultimi anni dell’impero Ottomano, fra il 1915 e il 1918.

Cosa potrà dire papa Francesco al catholicos di Echmiadzin (Armenia) e di Antelias (Libano), Karekine II e Aram I, al patriarca degli armeni cattolici Nerses Bedros XIX, agli armeni di tutto il mondo che assisteranno alla messa che verrà celebrata secondo le loro intenzioni? Nient’altro che ciò che si dice nel giorno della Divina Misericordia: parole di fiducia, di forza e di perdono.

Sostenuta da santa Faustina Kowalska, religiosa polacca morta nel 1938, istituita da Giovanni Paolo II, questa festa è come una risposta di Dio all’epoca tragica in cui viviamo. Un’epoca venuta dal 19mo secolo, e che oggi si manifesta in un disorientamento del mondo occidentale, mentre pezzi interi della presenza cristiana d’oriente crollano sotto i colpi di una nuova barbarie, che pretende di mostrarsi come un ritorno alle fonti dell’islam.

Sulla crisi dell’occidente, vale la pena ascoltare quanto dice Emmanuel Mounier. In una delle sue prime pagine d’introduzione agli esistenzialismi, egli ne parla come della “fine dell’era evangelica”, quella della “morte di Dio” che nel 19mo secolo Nietzsche aveva annunciato agli uomini “che non osavano riconoscerla, dopo averla perpetrata”. Questa notte spirituale si prolunga fino all’inizio del 21mo secolo in cui, dopo lo sbriciolamento silenzioso della fede cristiana in occidente, si ode il fracasso della sua eliminazione fisica in Oriente.

Nella sua lettera enciclica “Dives in misericordia” (1980), Giovanni Paolo II ha parlato in modo più esplicito della misericordia, arrivando fino a dire che essa non è “un attributo di Dio”, ma il suo stesso nome. In alcuni sviluppi che meritano una lunga meditazione, il papa mostra che la misericordia è “l’incarnazione più perfetta della giustizia”, perché essa sola è capace di “ridare l’uomo a se stesso” (14).

Certo, il ricordo del genocidio degli armeni rimarrà incancellabile. Come devono esserlo i ricordi di tutti gli altri genocidi, storiche testimonianze di ciò che l’uomo è capace di infliggere agli altri uomini, quando si consegna ai suoi demoni.

Domani a san Pietro, in questa domenica della Misericordia, facendo memoria del genocidio degli armeni, saranno evocate tutte le sofferenze ingiuste inflitte a tutti i popoli perseguitati nella storia, al di là dalla loro razza o appartenenza religiosa.

Certo, l’ordine della giustizia non scompare, afferma Giovanni Paolo II, ma la città umana si costruisce con pazienza, in modo laborioso, con gli strumenti della pace e non con la guerra.

Con questo spirito Francesco si rivolgerà agli armeni, in una lingua che Giovanni Paolo II aveva usato nel 2001, durante la sua visita pastorale in Armenia. All’epoca, Giovanni Paolo II aveva scelto le parole con precauzione, ricordando con chiarezza il genocidio, ma senza mettere in causa la Turchia, parlando più volentieri di “terribile violenza” e di “grande disastro”.

Forse Francesco si rivolgerà a una “Armenia libera” (sono parole di Giovanni Paolo II), e non più a un’Armenia prigioniera del comunismo, o a un’Armenia dispersa ai quattro angoli della terra.  E le domanderà di assumersi la responsabilità in questa libertà riconquistata. Il 9 aprile scorso, ricevendo in visita privata il patriarca degli armeni cattolici, egli ha domandato “gesti concreti di riconciliazione” da compiere secondo il codice delle nazioni e degli Stati, e non più secondo codici di resistenza e di movimenti di liberazione.

La cerimonia di domani avrà anche una dimensione ecumenica, con la proclamazione di san Gregorio di Narek come dottore della Chiesa universale. Questa volta, l’ecumenismo non sarà solo quello dei martiri – di cui gli armeni hanno fatto esperienza insieme dolorosa e gloriosa – ma quello della fede cristiana delle origini patristiche.

Da questo punto di vista, una dichiarazione cristologica comune, firmata a Roma nel 1996 da Giovanni Paolo II e Karekine I, catholicos di tutti gli armeni, aveva già riavvicinato le due Chiese, cattolica e apostolica armena, nella comprensione teologica del mistero dell’Incarnazione.

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