27/05/2026, 10.07
GIAPPONE
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Minamata, settant'anni di silenzio sulla più grande tragedia industriale del Giappone

di Alessandra De Poli

Nel maggio 1956 l'ospedale vicino alla fabbrica segnalò una "malattia sconosciuta" che si scoprì causata dagli scarichi di mercurio della Chisso Corporation. A decenni di distanza nella città giapponese la ferita resta aperta. Il missionario del Pime p. Ferruccio Brambillasca, oggi parroco della comunità, racconta una società ancora segnata dallo stigma e dalle divisioni sociali, mentre la memoria della tragedia rischia di essere cancellata anche dai libri scolastici.

Minamata (AsiaNews) - Dalla chiesa cattolica di Minamata, nel sud del Giappone, si vede ancora oggi la fabbrica della Chisso Corporation, che oggi si chiama JNC. Il cambio di nome rientra tra i tentativi dell’azienda di depurare il recente passato, che ha causato immense sofferenze alla popolazione locale dopo che per decenni nel mare della prefettura di Kumamoto sono stati riversati scarichi industriali di mercurio che hanno devastato l’ambiente e la salute di migliaia di persone.

La malattia di Minamata, che colpisce in maniera grave il sistema nervoso, prende il nome proprio da questa città, che da qualche mese ha accolto come parroco il missionario del Pime p. Ferruccio Brambillasca. “Ho passato 15 anni in Giappone e non avevo mai sentito parlare di questa vicenda”, racconta, evidenziando il senso di incertezza e omertà che ancora oggi avvolge la comunità locale e la memoria della malattia. “Non mi sono dato una risposta definitiva, ma penso che la gente qui provi un forte senso di vergogna oltre che di paura”, aggiunge il sacerdote, ex superiore generale dell’istituto, incaricato dal vescovo della diocesi di Fukuoka di celebrare ogni domenica la messa anche qui oltre che nella parrocchia di Yatsushiro, raccogliendo l'eredità dei missionari di San Colombano che per decenni hanno retto la comunità.

La sensazione prevalente è che la gente di Minamata non abbia voglia di riaprire una ferita estremamente dolorosa. Molti parrocchiani sono o sono stati dipendenti della Chisso, azienda chimica fondata nel 1908. Dal 1932 al 1968 la società, nonostante fosse consapevole di inquinare l’ambiente, riversò in mare i prodotti di scarto delle proprie attività, avvelenando le acque, i prodotti ittici e di conseguenza la popolazione. Le stime parlano di una quantità tra le 70 e le 150 tonnellate di mercurio riversate nella baia. Nei pressi dello scarico di Hyakken, i sedimenti tossici accumulati hanno raggiunto in alcuni punti uno spessore di 4 metri.

Per anni la comunità ha combattuto una lunga battaglia legale contro la Chisso e contro il governo, che riconobbero la malattia come conseguenza dell’inquinamento da mercurio 12 anni dopo la comparsa dei primi casi. Il riconoscimento ufficiale della malattia di Minamata avvenne infatti il 1° maggio 1956, quando l’ospedale vicino alla fabbrica segnalò alle autorità un’epidemia sconosciuta che colpiva il sistema nervoso. Il missionario del Pime ricorda le parole di un parrocchiano durante il servizio di commemorazione per le vittime, arrivato quest’anno al 70° anniversario da quella prima segnalazione: “In questi decenni non è cambiato niente, perché nel cuore umano esiste una tendenza spaventosa a dimenticare e a non voler riconoscere i propri errori”. Parole che sintetizzano le difficoltà che per anni hanno impedito di far luce sulla vicenda.

I primi pazienti furono alcuni bambini, vicini di casa, che improvvisamente erano diventati incapaci di camminare, mangiare o bere. La concentrazione di mercurio nel sangue, che aveva raggiunto livelli spaventosi a causa del consumo di pesci e crostacei, aveva generato problemi di linguaggio, disturbi sensoriali, vari tipi di disabilità motorie, tremori involontari, convulsioni. La malattia deforma il corpo rendendo impossibile eseguire anche i gesti quotidiani più semplici. Ma soprattutto produce un tasso di mortalità precoce di quasi il 45%, secondo dati raccolti nel 1965 dall’Università di Kumamoto. Dopo la segnalazione dei primi casi, 16 pazienti morirono appena tre mesi dopo la comparsa dei sintomi.

Chiamata in un primo momento “strana malattia”, la stampa degli anni ‘50 la etichettò fin da subito come malattia di Minamata, che è ancora oggi il nome ufficiale, generando però una netta discriminazione nei confronti dei malati. Si pensava, infatti, che la patologia fosse una sorta di encefalite contagiosa, al punto che l’ospedale creò un reparto di isolamento apposito. Anche quando poi, già nel 1956, si scoprì che i seri danni neurologici non erano causati da un batterio o da un virus ma da concentrazioni troppo alte di metilmercurio nel sangue a causa del consumo di pesce contaminato, lo stigma rimase. “Una donna della parrocchia mi ha raccontato che alla figlia, che a inizio anni 2000 voleva trasferirsi a Tokyo per gli studi, nessuno affittò mai una stanza”, spiega p. Brambillasca, che di recente ha visitato il memoriale e il museo dedicato alle vittime, un totale di oltre 2.260 pazienti ufficialmente riconosciuti nella prefettura nel corso degli anni, di cui solo una piccola parte (nel 2022 erano 260) è ancora in vita.

Nonostante la Chisso abbia smesso solo nel 1968 di produrre acetaldeide con l’utilizzo di mercurio come materiale di scarto, dopo aver sostenuto per anni che la concentrazione della sostanza nei pesci non fosse legata alle proprie attività, diversi casi sono stati segnalati anche in seguito. A causa delle lunghe dispute legali che prevedono compensi economici per le vittime, anche solo ricevere il riconoscimento della malattia da parte del governo divenne un calvario negli anni ‘70. Ancora oggi centinaia di persone stanno ancora aspettando i risarcimenti. E solo nel 1977 la prefettura di Kumamoto avviò i lavori di rimozione dei fanghi e di bonifica dell'area. L’opera di dragaggio e di interramento del mercurio è costata circa 48,5 miliardi di yen (oggi 262 milioni di euro) e venne completata solo nel 1990.

Sulla collina di Sōshisha, l’aria profuma di mare e di esilio. Fu qui, in un angolo appartato poco fuori dal centro urbano di Minamata, che nel 1974 nacque l’Alleanza di mutuo soccorso. Oggi diventato un museo-memoriale, qui i malati della “strana malattia”, rifiutati dalle loro stesse famiglie, disprezzati dai vicini e dai colleghi “si radunavano per consolarsi a vicenda”, spiega p. Brambillasca. “Venivano qui anche solo per lavarsi, perché nelle loro case non avevano i servizi igienici”. Sōshisha custodisce i loro oggetti quotidiani e, poco distante, ospita un piccolo cimitero per gatti. Furono loro, i felini della baia, i primi testimoni della catastrofe, che impazzivano colti da improvvise convulsioni. E fu anche grazie a loro che venne scoperto che la malattia non era contagiosa, ma conseguenza delle acque reflue industriali provenienti dalla Chisso, perché solo i gatti, come gli umani, mangiavano il pesce contaminato. Per anni le autorità si limitarono a raccomandare alla popolazione di non consumare il pesce locale, evitando però di applicare un divieto formale di pesca. Una scelta volutamente ambigua dal punto di vista burocratico che ha distrutto l’economia e il sostentamento dei pescatori, ma al tempo stesso ha protetto i profitti della Chisso Corporation, permettendole di mantenere aperti i condotti di scarico e di continuare a sversare tonnellate di mercurio in mare. I comitati dei pescatori chiesero più volte risarcimenti alla prefettura di Kumamoto e alla fabbrica, ricevendo sempre somme ritenute inadeguate rispetto ai danni subiti.

Per un certo periodo la comunità di Minamata si divise in quella che il museo chiama “la battaglia dei volantini” a partire dal 1971 dopo che un gruppo di “nuovi pazienti” cercò di trovare un accordo direttamente con la Chisso per ottenere un risarcimento. La città si spaccò in due: da un lato le vittime, dall’altro la maggioranza dei residenti che difendeva la fabbrica, terrorizzata dall’idea che le proteste potessero portare alla chiusura dello stabilimento e al fallimento economico della città, che grazie all’azienda aveva fatto il suo ingresso in un sistema economico moderno e globalizzato. Chi chiedeva giustizia veniva bollato come un traditore e un agitatore sociale. Anche la comunità cattolica locale era cresciuta in quel clima di sviluppo del secondo dopoguerra: “Molti si convertirono grazie ai missionari di San Colombano che insegnavano la lingua inglese, e quasi tutti trovarono impiego, direttamente o indirettamente, nella grande industria”, spiega ancora Brambillasca.

Fu solo negli anni ‘90 che nacque il movimento del “Moyai Naoshi”, un termine marinaro che indica il “ricucire gli ormeggi delle barche per legarle insieme”. Fu un tentativo di riconciliazione sociale per permettere alle persone di parlare finalmente dei propri diritti e delle proprie sofferenze. “Da lì Minamata ha smesso lentamente di essere un tabù”, specifica il missionario.

Oggi Minamata è stata inserita tra le città più pulite del Giappone, capitale dell’ambiente e degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Eppure, per molti abitanti questi titoli roboanti suonano come una farsa. Di recente il comitato delle vittime ha protestato contro il governo per come tutta la faccenda di Minamata viene raccontata nei libri di testo delle scuole elementari e medie. Diverse pagine dedicate alla malattia di Minamata e alle tappe dei risarcimenti sono state ridotte o modificate, edulcorando le responsabilità della Chisso e dello Stato giapponese. Una scelta che i sopravvissuti hanno definito un tentativo deliberato di “archiviare” la tragedia, privando le nuove generazioni degli strumenti per comprendere quello che ancora oggi è il più grande e il più taciuto scandalo industriale del Paese.

Da luglio, il giovedì, p. Ferruccio guiderà i primi incontri di ascolto e studio biblico a Minamata, riunendo una ventina di cristiani. A soli cinquanta metri dai cancelli della fabbrica, in quella parrocchia rimasta a lungo in silenzio, si cercherà il coraggio di leggere la storia alla luce del Vangelo. “Il vescovo mi aveva accennato qualcosa, ma non mi aveva raccontato tutta la storia”, ammette il sacerdote. “Credo che mi abbia mandato qui perché la Chiesa vuole fare di più per questa comunità ferita”.

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