23/02/2026, 11.56
SRI LANKA
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Monaci a Dissanayake: 'Minacce alla tradizione buddhista del Paese'

di Melani Manel Perera

Centinaia di religiosi riunti dal Sangha hanno diffuso una dichiarazione in dieci punti e lanciato una petizione su cui stanno raccogliendo le firme dei fedeli. Sostengono che l'attuale governo stia perseguendo una separazione di fatto tra lo Stato e la religione nonostante il ruolo ad essa riservato dalla Costituzione. Chieste tutele per i templi, le statue, l'insegnamento religioso ma anche azioni contro chi denigra la fede buddhista sui social network.

Colombo (Asia News) - I vertici della comunità buddhista nello Sri Lanka stanno protestando in questi giorni contro il governo del presidente Anura Kumara Dissanayake lamentando il presunto mancato rispetto del governo nei confronti della loro religione e la violazione della lunga tradizione secondo cui essi devono essere consultati nelle questioni di Stato.

Centinaia di monaci hanno preso parte a una convention promossa dal Sangha che si è svolta il 20 febbraio presso la sede dell’All Ceylon Buddhist Congress a Colombo, per “informare l’opinione pubblica sulle pressioni attualmente esercitate sul Buddhismo e sul Maha Sangha”. Durante l’incontro è stata proclamata collettivamente una Dichiarazione del Sangha da tutti i monaci e leader buddhisti del Paese, per affrontare le crisi sociali che attualmente colpirebbero la comunità buddhista nel Paese.

La dichiarazione verrà presto presentata ufficialmente al presidente, secondo Agalakada Siri Sumanan Thero, abate capo del Moratuwa Lunawa Bodhirajaramaya e capo del Dipartimento di Sinhala dell’Università di Colombo. Nel frattempo è stato avviato un programma di raccolta firme per una petizione pubblica contro la separazione tra lo Stato e il buddhismo nello Sri Lanka. Oltre il 70% dei 22 milioni di abitanti sono buddhisti in un Paese dove vivono anche minoranze indù, musulmane e cristiane.

La Dichiarazione del Sangha è strutturata in dieci punti che prendono le mosse dal legame storico tra il buddhismo e le istituzioni del Paese che viene fatto risalire al III secolo avanti Cristo. “Quando l’Arahant Mahinda Thera portò il Sacro Dhamma in questa terra e lo stabilì qui - si legge nel testo - ciò avvenne con il pieno patrocinio del re Devanampiyatissa, allora sovrano dello Sri Lanka. Da quel momento lo Stato e il Buddhismo nello Sri Lanka sono stati strettamente intrecciati e sulla base di questa relazione, la responsabilità di costruire una nazione morale fu affidata sia al sovrano sia alla religione”. Citano in questo senso tanto la Convenzione di Kandy del 1815 quanto le Costituzioni del 1972 e del 1978 (la Catrta tuttora in vigore ndr) che pur affermando la libertà religiosa obbliga il governo a proteggere e promuovere il Buddhismo.

Ricordando che “né le potenze coloniali né le LTTE (le milizie tamil durante la lunga guerra durata fino al 2009 ndr)” sono riuscite a distruggere la relazione tra laici e clero buddhista nel Paese, i monaci sostengono che per le Scritture “gli irreligiosi non dovrebbero governare questa terra; e che il governo deve quindi essere esercitato in conformità con la filosofia politica buddhista”.

Nel concreto il Sangha chiedono al governo di intervenire contro le “mancanze di rispetto” nei confronti delle statue del Buddha, “profondamente venerate ancora oggi” e che sia prestata “la dovuta attenzione ai principi educativi buddhisti nello sviluppo dei programmi di studio”. I monaci poi criticano il declassamento del ministero del Buddha Sasana: “precedentemente supervisionato direttamente dai presidenti, è divenuto inattivo, indebolito e inefficace a causa dell’assenza di un ministro responsabile; così i funzionari non servono più in modo efficiente i monaci e i laici che richiedono servizi al Dipartimento degli Affari Buddhisti”.

“Sottolineiamo – si legge ancora nel documento - che i siti archeologici buddhisti, i luoghi sacri e i templi non sono proprietà privata dei monaci ma patrimonio della nazione, e che il governo ha la responsabilità di garantirne la protezione contro qualsiasi forma di danno”. “Mentre i monaci, ovunque nello Sri Lanka, si comportano con disciplina morale e dignità, impegnandosi in un servizio altruistico per il benessere proprio e della comunità più ampia in questa vita e nella prossima – conclude il documento - azioni che minano la dignità del clero - come dichiarazioni denigratorie, diffusione di opinioni ostili, derisione, insulti e accuse da parte di attivisti sui social media - non devono essere permesse sotto l’autorità dello Stato”.

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