09/06/2022, 10.14
SIRIA
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Mons. Nassar: giovani, Chiesa e famiglie vittime della guerra siriana

Un tempo “ancora di salvezza”, oggi la famiglia è “a pezzi” e la sua identità “perduta”. I giovani si dibattono fra enormi “tormenti”, divisi fra campo di battaglia e mancanza di prospettive economiche o lavoro. La Chiesa chiamata a “interrogarsi” sul futuro e come continuare la missione. 

Damasco (AsiaNews) - Le famiglie, i giovani e la Chiesa: sono tra le “vittime” che più hanno “sofferto” in questi 11 anni di guerra e che oggi raccolgono “i frutti amari” delle “violente tempeste” che hanno sconvolto “la tranquillità” della società siriana. È quanto scrive mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco, in una riflessione inviata ad AsiaNews in cui si rivolge ai fedeli invitandoli a “remare contro-corrente” per risollevare una nazione piagata da guerra e sanzioni, che hanno acuito le “bombe” della fame e della povertà. Il prelato parla di “cambiamenti” che ricordano il crepuscolo e “mutazioni strutturali” che pongono crescenti interrogativi sulle tradizioni pastorali. Ecco perché è necessario un nuovo metodo di “testimonianza cristiana” per risollevare le sorti di una comunità che si sta sempre più indebolendo. 

Le parole dell’arcivescovo di Damasco richiamano in tutta la loro gravità la situazione attraversata dal Paese e dalla Chiesa, che rischiano di essere travolti da un quadro di crescenti tensioni e conflitti regionali e internazionali. Uno studio Unicef parla di oltre 6,5 milioni di bambini in Siria e altri 2,8 milioni di minori all’estero che dipendono da aiuti economici e sostegno per la sopravvivenza. A questo si aggiungono i ripetuti attacchi sferrati oltreconfine dall’esercito turco, che rischiano di innescare una nuova spirale di violenza. 

La prima vittima della guerra e delle sanzioni è la famiglia, elemento di base della società siriana a lungo “ancora di salvezza” del Paese e oggi “a pezzi” e con una “identità perduta”. La famiglia, racconta il prelato, oggi è “dispersa, privata delle risorse, senza riparo, travolta dal dolore, devastata dalla malattia”. Un tempo gli anziani erano i capi e guide, mentre oggi “sono sempre più isolati e non trovano alcun tipo di aiuto”. “Costretta a remare controcorrente durante questi anni di violenza, può questa famiglia distrutta e fragile - si chiede il prelato - restare in piedi?”. 

Vi è poi la condizioni dei giovani, che si dibattono fra enormi “tormenti”. “In passato i giovani - sottolinea mons. Nassar - erano la forza della nostra società, ora sono divisi tra i fronti di guerra sul campo di battaglia e la massiccia e prolungata evasione del servizio militare, in un quadro di mobilitazione generale”. Il prelato parla di una “enorme quantità di giovani” che “abbandonano il Paese, lasciandosi alle spalle un vuoto enorme. La loro assenza si fa sentire nelle attività economiche, creando una marcata carenza di lavoro manuale e un indebolimento della già fragile economica locale”. Ecco perché, prosegue, è necessario operare per “garantire la sopravvivenza” di una nazione “privata della sua forza lavoro”. 

Infine, fra le vittime di oltre un decennio di conflitti e violenze jihadiste, di lotte interne e di attacchi dall’esterno, tanto economici quanto militari, mons. Nassar inserisce anche la Chiesa che è chiamata a “interrogarsi” sul proprio futuro e sui passi da compiere per proseguire nella sua missione. “Non vi sono stati battesimi o matrimoni - ammette - negli ultimi otto mesi. Il crollo nei sacramenti è una tendenza che prosegue da almeno cinque anni a questa parte. E la mancanza di giovani ha pesanti ripercussioni sulla vita parrocchiale”. Le funzioni e le attività domenicali, il catechismo, le prime comunioni e le iniziative comunitarie “sono diminuite considerevolmente” e “contribuiscono all’esodo anche dei sacerdoti” che hanno visto il loro ruolo “ridotto al minimo” e sono preda di un “profondo scoraggiamento”. Ecco perché, conclude il prelato, è necessario trovare nuove vie per la missione e per rilanciare il valore e la presenza cristiana in una nazione “amata e martoriata” come ha ripetuto più volte papa Francesco. 

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