13/03/2021, 09.27
ITALIA-MYANMAR
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Myanmar, il colpo di Stato della morte e il popolo della vita

di Bernardo Cervellera

Mentre giungono notizie di altre uccisioni di dimostranti, in Italia si celebra un momento di testimonianze e preghiere per la pace in Myanmar. Al centro, le parole di suor Ann Rose Nu Tawng, che ha supplicato in ginocchio i militari perché non sparassero sul “suo popolo”. L’intervento del direttore di AsiaNews.

Roma (AsiaNews) – Si è svolto ieri, alle 20.30 via web l’incontro “In comunione con il Myanmar”. Al raduno virtuale, organizzato dall’editrice Emi, hanno partecipato oltre 1000 persone dall’Italia, ma anche da altri Paesi nel mondo. Il momento era incentrato sulla testimonianza di suor Ann Rose Nu Tawng, la cui foto – in preghiera davanti ai militari a Miytkiyna perché non sparassero sulla folla – ha fatto il giro del mondo. L’incontro è stato animato da preghiere e testimonianze di alcuni seminaristi del Pime (Pontificio istituto missioni estere), fra cui due giovani birmani. La conclusione è stata affidata al card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. All’incontro ha partecipato anche il direttore di AsiaNews, con l’intervento che pubblichiamo sotto.

Intanto in Myanmar non si fermano le manifestazioni, e nemmeno le violenze. Nella notte sono state uccise altre due persone a Tharketa, vicino a Yangon, davanti alla stazione di polizia. Essi manifestavano con altre centinaia per chiedere la liberazione degli arrestati in questi giorni.

 

 

Da febbraio in Myanmar ci troviamo davanti a un fatto vecchio e uno nuovo. Il vecchio è il colpo di Stato tentato dai militari, che vuole riportare indietro il Paese ai tempi della giunta, che ha dominato incontrastata dal 1962 al 2011.

Nel 1962, infatti il gen. Ne Win, autoritario e socialista, ha compiuto un colpo di Stato e ha preso il potere scalzando il governo democratico che esisteva dal 1948, l’anno dell’indipendenza. In pochi anni sono stati espulsi anche 250 missionari. Del Pime, il mio istituto, sono rimasti solo in 11, quelli che erano lì da oltre 10 anni. Fra loro, vi era il beato Clemente Vismara, l’apostolo dei bambini.

Da allora, pur cambiando sempre nomi e definizioni, l’esercito ha tenuto il Paese con pugno di ferro. Le testimonianze che abbiamo pubblicato tante volte su AsiaNews raccontano di villaggi bruciati, chiese distrutte, donne stuprate, bambini costretti ad essere schiavi o bambini-soldato, sparizioni notturne di oppositori, fosse comuni: ciò che in seguito subiranno i Rohingya, ma che hanno subito tutte le minoranze.

Nel 1990 vi è stato un tentativo di fare elezioni libere, vinte dal partito Lega per la democrazia (Ndl), il cui capo era anche allora Aung San Suu Kyi. Le ha vinte proprio questo partito, ma la giunta non le ha riconosciute e ha messo in prigione Aung San Suu Kyi e i suoi collaboratori, proprio come in queste settimane.

L’economia isolata, il cambiamento di mentalità di alcuni dell’esercito portano a qualche cambiamento: una nuova costituzione nel 2008 – che garantisce il 25% dei seggi ai militari insieme ad alcuni importanti ministeri -, la liberazione della “Signora” e nuove elezioni nel 2010. Ma esse sono così manipolate che la popolazione le boicotta.

Finalmente, nel 2015 si tengono nuove elezioni, abbastanza libere, che vengono vinte dalla Ndl. Nel novembre 2020 vi sono state ancora elezioni, stravinte con il 75% dei seggi sempre dalla Ndl. Siccome anche fra i militari serpeggiano desideri di cambiamento, la giunta teme che questa vittoria sia la fine del loro potere non solo militare, ma anche economico, dato che tutte le risorse del Paese (petrolio, gas, agricoltura, legname pregiato, miniere, …) sono nelle loro mani, mentre il libero mercato è in affanno. Il colpo di Stato è una questione di vita o di morte per i militari.

La risposta del popolo

Ma essi si sono trovati davanti a un fatto nuovo mai visto prima: la risposta di tutto il popolo contro la dittatura. I passati tentativi di rovesciare la giunta, avevano come protagonisti gli studenti universitari nel 1988; le lunghe file di monaci buddisti nel 2007. In queste settimane lo sciopero per la disobbedienza civile è stato lanciato prima dai medici, poi dal personale sanitario; poi da insegnanti e studenti; poi ancora da impiegati di banca, ditte private, ferrovieri, portuali. Di conseguenza l’economia si è fermata.

Lo stesso gen. Min Aung Hlaing, a capo della nuova giunta militare, ha ammesso che due terzi degli ospedali non funzionano; secondo l’Onu, tre quarti degli impiegati statali sono in sciopero; un canale birmano d’inchiesta afferma che lo sciopero ha azzoppato tutti i 24 ministeri del nuovo governo.

Gli scioperi e le manifestazioni si sono diffusi in diverse città. Centinaia di migliaia di persone di giorno o di sera invadono le strade di Yangon, Mandalay, Myitkyina, Monywa, Pagan, Dawei, Myeik, Lashio, Taunggy. Con cartelli spesso ironici o umoristici – anche questa è una novità – la popolazione chiede la fine del colpo di Stato e la liberazione dei prigionieri politici, primi fra tutti Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint, agli arresti domiciliari nella nuova capitale di Naypyidaw fin dal primo giorno del golpe.

Le etnie unite

Un’altra novità è il carattere multi-etnico delle manifestazioni: un segno che le 136 etnie del Myanmar possono vivere insieme senza il pugno duro dei generali.

La multietnicità del Paese è stata spesso una zavorra per l’unità nazionale, anche se l’esercito – che si poneva come garante della sua unità – ha sempre attuato la politica del divide et impera, dando armi a un gruppo, combattendone un altro, intervenendo per “pacificare”. In questo momento invece, la maggioranza delle etnie si trova unita contro il golpe e contro la giunta.

Molte etnie, soprattutto i Chin, i Kachin e i Karen non sono ancora in pace e da anni fanno la guerra contro la giunta che li depreda di tutte le ricchezze del territorio. Ora stanno pensando di unire le forze per combattere le violenze dell’esercito che terrorizza la popolazione uccidendo i manifestanti.

La Chiesa e le violenze

Un altro fatto importante, è la partecipazione alle manifestazioni di sacerdoti, seminaristi, suore cattoliche. Spesso, ma un po’ meno che in passato, con loro vi sono anche monaci e monache buddisti.

Vi sono vescovi che appoggiano in modo esplicito le manifestazioni; altri come il card. Charles Maung Bo[1], presidente della conferenza episcopale birmana e arcivescovo di Yangon, cercano di non colpevolizzare troppo la giunta per lasciare aperta una via di dialogo. Molti sacerdoti e fedeli considerano però questa posizione come “troppo neutrale”. Ma anche lui denuncia le uccisioni e i soprusi.

La risposta dei militari è sempre più violenta.

Ad oggi l’esercito e la polizia hanno ucciso almeno 60 persone; un terzo di loro erano giovani al di sotto dei 18 anni, uccisi con pallottole letali alla testa o fracassati di botte. Poi vi sono le sparizioni notturne e gli arresti, almeno 2mila. Qualcuno degli arrestati è morto in prigione per le torture. Tre giorni fa è stato seppellito il consigliere di Aung San Suu Kyi, U Zaw Myat Lin. Le foto del suo cadavere così sfregiato mostrano le torture spietate che ha subito.

La posta in gioco

I Paesi occidentali hanno subito condannato il golpe e imposto sanzioni mirate contro i capi militari. Il segretario generale dell’Onu ha condannato il colpo di Stato; il Consiglio Onu per i diritti umani a Ginevra ha detto che la giunta sta compiendo crimini contro l’umanità.

Ma una mozione del Consiglio di sicurezza è stata fermata da Russia, Vietnam, India e Cina. Quest’ultima è sospettata di sostenere la giunta – come ha fatto per molti decenni. È vero che per la prima volta Pechino ha pubblicamente smentito di offrire alcun aiuto ai generali. Ma è anche vero che ha avuto rapporti coi generali per garantire sicurezza all’oleodotto che porta petrolio e gas dal Myanmar a Kunming.

I Paesi dell’Asean (Associazione delle nazioni del sudest asiatico) dicono che non intervengono nei “fatti interni” di un Paese e al massimo possono “garantire nuove elezioni” (proprio come desidera la giunta).

Tutti questi temono che venga a mancare la “stabilità” garantita dall’esercito, senza della quale si avrebbe una valanga di profughi e problemi economici anche nei loro confini.

Ma con lo sciopero, la disobbedienza civile, la loro unità la popolazione del Myanmar sta dicendo al mondo che loro sono disposti ad andare avanti anche a rischio della vita. In Myanmar si sta giocando una partita importante per il mondo: quella fra democrazia e autoritarismo; fra stabilità e diritti umani. Ma una stabilità senza la partecipazione del popolo, è come tenere in prigione uno scheletro. E invece questi manifestanti mostrano di essere vivi e voler vivere.

 


[1] Cfr. AsiaNews.it, 03/02/2021.

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