25/03/2021, 11.53
CINA
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Netizen e media cinesi all'attacco dei marchi che boicottano il cotone dello Xinjiang

I produttori della regione autonoma cinese sono accusati di sfruttare il lavoro forzato di uiguri e altre minoranze musulmane. La gioventù comunista ha dato il via alla campagna di boicottaggio delle case d’abbigliamento occidentali. Pechino usa il proprio potere commerciale per provare a bloccare le sanzioni di Usa ed Europa.

Pechino (AsiaNews) – Netizen, media di Stato e celebrità cinesi si scagliano contro i giganti occidentali dell’abbigliamento che si rifiutano di comprare il cotone dello Xinjiang. I produttori della regione autonoma cinese sono accusati da più parti di sfruttare il lavoro forzato di uiguri e altre minoranze turcofone di fede islamica.

La statunitense Nike e la svedese H&M sono i primi bersagli della campagna di boicottaggio. Nel mirino anche Adidas, New Balance, Burberry, Puma e Gap. Alcuni di questi marchi avevano annunciato lo stop all’acquisto di cotone e filati dallo Xinjiang ancora lo scorso anno. Gli attacchi nei loro confronti sono arrivati dopo che il 22 marzo Usa, Unione europea, Gran Bretagna e Canada hanno deciso di imporre sanzioni sulla Cina per la violazione dei diritti umani nello Xinjiang.

Secondo dati degli esperti, confermati dalle Nazioni Unite, le autorità cinesi detengono o hanno detenuto in campi di concentramento oltre un milione di musulmani dello Xinjiang, che uiguri, kazaki e kirghisi chiamano “Turkestan orientale”.

Recenti rivelazioni di media hanno messo in luce anche l’esistenza di campi di lavoro nella regione autonoma cinese, dove centinaia di migliaia di musulmani sarebbero impiegati con la forza, soprattutto nella raccolta del cotone. Secondo il ricercatore tedesco Adrian Zenz, nello Xinjiang vi sono stabilimenti tessili costruiti accanto a campi d’internamento: immagini satellitari, sostiene l’accademico, mostrano masse di persone in uniforme che si spostano da un sito all’altro.

I cinesi negano ogni accusa, sostenendo che quelli nello Xinjiang sono centri di avviamento professionale e progetti per la riduzione della povertà, la lotta al terrorismo e al separatismo.

Le proteste contro i marchi occidentali sono iniziate ieri con un post su Weibo della Lega della gioventù comunista. L’organizzazione giovanile del Partito comunista ha scritto sul noto social network cinese che H&M non può pensare di “fare soldi” in Cina mentre “boicotta il cotone dello Xinjiang”. La presa di posizione dei giovani comunisti è stata rilanciata poi dai media di Stato nazionali. La Cctv ha detto che H&M “pagherà un prezzo pesante per i suoi errori”.

In seguito tre siti cinesi di commercio online –  Pinduoduo, JD.com e Tmall – hanno ritirato i prodotti di H&M dalle loro piattaforme di vendita. Anche il mondo dello spettacolo ha preso posizione contro le compagnie d’abbigliamento occidentali. Attori e attrici hanno annunciato di aver interrotto i rapporti con H&M: essi sostengono che i diritti del loro Paese valgono più di ogni altra cosa.

Pechino è sotto pressione. Usa e Ue sembrano sempre più intenzionati a coordinare le loro iniziative nei suoi confronti. Il governo cinese ha risposto alle sanzioni sullo Xinjiang con contromisure punitive nei confronti di organi Ue, europarlamentari, politici, accademici e centri di ricerca europei. Colpire le imprese occidentali è un’ulteriore misura di rappresaglia: il tentativo di convincere il modo imprenditoriale e l’opinione pubblica di Stati Uniti ed Europa che non è conveniente sfidare la Cina.  

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