13/07/2023, 13.31
ASIA
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Onu: l'8,5% della popolazione soffre la fame in Asia

Secondo i nuovi dati del rapporto della Fao tra il 2021 e il 2022 il tasso di denutrizione è diminuito leggermente nel continente. Ma a soffrire gravi carenze nell'alimentazione restano ancora 402 milioni di persone, 58 milioni di asiatici in più rispetto al pre-pandemia. Gli effetti positivi della ripresa economica annullati dalla crisi dei prezzi dei generi alimentari generata dalla guerra in Ucraina. 

New York (AsiaNews) - Nel 2022 tra i 690 e i 783 milioni di persone hanno patito la fame in tutto il mondo. Si tratta di 122 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente alla pandemia da Covid-19, ma di 3,8 milioni in meno rispetto al 2021. Ad affermarlo sono i dati contenuti nel rapporto annuale della Fao “The State of Food Security and Nutrition in the World 2023” (conosciuto con la sigla SOFI), lo studio considerato a livello globale un punto di riferimento sull'andamento della fame nel mondo. A differenza di altre aree del mondo, tra il 2021 e il 2022 l’insicurezza alimentare moderata e grave non è diminuita in maniera significativa in Asia, in particolare nella sottoregione meridionale, ma grazie alla ripresa economica potrebbero in futuro registrarsi importanti miglioramenti nei livelli di fame del continente.

Secondo il documento dell'organismo che si occupa di alimentazione per le Nazioni Unite, tuttavia, anche se i livelli di fame nel mondo sono rimasti pressoché invariati tra il 2021 e il 2022, il tasso di denutrizione, fermo a circa il 9,2%, è ancora alto rispetto ai dati pre-Covid del 2019, quando si era attestato al 7,9%.  

Nonostante qualche progresso in parti dell’Asia e dell’America Latina, la fame è in crescita nell’Asia dell’Est, nei Caraibi, e in alcune sottoregioni dell’Africa. La sottonutrizione, che in Asia era in crescita dal 2017, ha subito una leggera battuta d’arresto nel 2022 scendendo dall’8,8% del 2021 all’8,5%. Si tratta di un calo di 12 milioni di persone in termini assoluti, ma ad oggi si conta ancora un eccesso di 58 milioni di persone rispetto ai livelli pre-Covid. I maggiori miglioramenti si sono registrati in Asia meridionale - dove tuttavia il livello di denutrizione è ancora al 15,6% - mentre in Asia orientale si è verificato un peggioramento: lo scorso anno almeno 2 milioni di persone si sono aggiunte alla schiera di quanti patiscono la mancanza di cibo. Nonostante l’Asia presenti un tasso di sottonutrizione che è la metà rispetto a quello dell’Africa, in termini assoluti ospita il maggior numero di persone denutrite: 402 milioni, pari al 55% delle persone che in tutto il mondo hanno sofferto la fame nel 2022.

A guidare il cambiamento è l'aumento dell'urbanizzazione che accresce la disponibilità di cibi economici e pronti ma spesso anche ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale, contribuendo alla malnutrizione. Un fabbisogno insufficiente di frutta e verdura, l'esclusione dei piccoli agricoltori e la perdita di terreni sono altri fattori negativi legati alla progressiva concentrazione delle persone nelle metropoli. Ma si tratta di un cambiamento che però presenta anche delle opportunità, perché amplia le attività generatrici di reddito soprattutto per le donne e i giovani, e aumenta la varietà di alimenti. In più gli agricoltori hanno spesso un migliore accesso ai mezzi di produzione.

In base alle attuali previsioni, nel 2030 ancora circa 600 milioni di persone saranno cronicamente sottonutrite. In uno scenario in cui non si fossero verificate la pandemia e la guerra in Ucraina si sarebbero potuti stimare almeno 119 milioni di persone in meno rispetto a questa cifra, sottolineano le Nazioni Unite. La leggera ripresa economica post-pandemia del 2021 è stata poi rallentata dallo scoppio della guerra in Europa, che ha coinvolto due dei maggiori esportatori di prodotti agricoli globali, l’Ucraina e la Russia. Il prezzo dei beni alimentari ha registrato il suo massimo a marzo 2022 e continua a essere elevato, danneggiando soprattutto i Paesi che dipendono dalle importazioni di cibo. A causa dell’aumento dei prezzi di fertilizzanti (esportati soprattutto dalla Russia), nel 2022 la spesa per le importazioni di prodotti alimentari è venuta a costare 2mila miliardi di dollari, un aumento del 10% rispetto all’anno precedente e una tendenza che si prevede continuerà anche nei prossimi anni. 

Lo stallo nei livelli di fame di tutto il mondo, spiega quindi il rapporto, è proprio dovuto alle dinamiche economiche globali: se da una parte c’è stato un aumento dell’occupazione dei Paesi a basso reddito in concomitanza con la ripresa economica, l’aumento dei prezzi dei beni alimentari sta ora erodendo i guadagni ottenuti e peggiorando l’accesso al cibo. Nel lungo periodo, però, secondo la Fao molte famiglie potrebbero riuscire ad adattare i loro modelli di consumo e gli agricoltori addirittura vedere un miglioramento della loro situazione beneficiando dei prezzi più alti dei loro prodotti.

Tuttavia la situazione non è uniforme ovunque: in Asia occidentale, per esempio, molti Paesi hanno beneficiato dell'aumento delle entrate petrolifere, che però non sempre si sono tradotte in una diminuzione della fame a causa dell’instabilità politica e dell’aumento dell’inflazione. In Asia meridionale, invece, una crescita economica persistente, soprattutto nel settore agricolo, ha probabilmente prevalso sull'inflazione, contribuendo così a un miglioramento complessivo delle condizioni di sicurezza alimentare. Diversi governi della regione hanno inoltre adottato misure politiche che hanno contribuito al miglioramento generale, tra cui la fornitura di fertilizzanti, l'erogazione di sussidi per i cereali ai gruppi vulnerabili della popolazione e la riduzione dei dazi doganali sui grani importati. Grazie a questi progressi il numero di persone denutrite in Asia potrebbe scendere drasticamente arrivando entro il 2030 a 242 milioni.

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