26/04/2021, 11.23
ARMENIA-AZERBAIJAN
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Pašinyan si dimette. L’Armenia rischia un altro scontro con l’Azerbaijan

di Vladimir Rozanskij

Le opposizioni chiedevano le sue dimissioni dal novembre scorso, dopo la catastrofica fine del conflitto sul Nagorno-Karabakh. La regione di Syunik, ambita dagli azeri. Il premier armeno si è recato in visita, ma la gente lo ha ostacolato e insultato. Il prete armeno non gli ha permesso di entrare in chiesa

Mosca (AsiaNews) - Il premier armeno Nikol Pašinyan si è dimesso dal suo incarico, dandone la comunicazione per televisione ieri 25 aprile, conservando però l’incarico temporaneo fino alle elezioni parlamentari anticipate, programmate per il prossimo 20 giugno. Il premier dimissionario si presenterà come candidato del partito Accordo Civile. La data delle dimissioni, ha spiegato Pašinyan, è particolarmente simbolica: egli stesso istituì nel 2019 la “Giornata del cittadino”, in onore della partecipazione popolare alla “rivoluzione di velluto” che lo ha poi portato al potere, e ora intende “ridare il potere ai cittadini”.

In realtà le opposizioni chiedevano le sue dimissioni fin dallo scorso novembre, dopo il rovinoso conflitto con l’Azerbaijan. Il premier era accusato di aver ceduto al nemico, accettando gli accordi di pace sotto l’osservazione di Russia e Turchia. Perfino il katolikos (patriarca) della Chiesa Apostolica armena, Karekin II, insieme ad altri gerarchi si era unito alla richiesta degli oppositori.

Pašinyan ha tentato di resistere, ribaltando le accuse della sconfitta sulle incapacità dei generali e gli intrighi delle opposizioni. Il colpo di grazia è stato però il suo viaggio dei giorni scorsi nella provincia del Syunik, teatro di una nuova contesa con l’Azerbaijan. Il Syunik era la sede prestigiosa di una delle dinastie dell’antico regno d’Armenia, quella appunto dei Syuni, fin dal I secolo a.C. Secondo gli accordi trilaterali del 9 novembre 2020 fra Russia, Armenia e Azerbaijan (con la Turchia dietro le spalle), alla fine del conflitto per il Nagorno Karabakh, attraverso questo territorio dovrà passare la strada che collega la capitale azera Baku con l’enclave del Nakhičevan, in territorio armeno. Nei giorni scorsi il presidente azero Ilham Aliev ha dichiarato che “così il popolo azero tornerà nel Zangezur”, come gli azeri chiamano il Syunik.

“Vattene traditore!”

L’antica provincia ha un territorio prevalentemente montuoso, con grandi foreste di notevole interesse naturalistico, dove ancora si aggirano i leopardi caucasici. I suoi abitanti non sono tra i più fedeli all’attuale dirigenza dell’Armenia, temendo che Pašinyan sia pronto a cedere anche sulle loro terre. Per questa ragione lo stesso premier si era recato nel Syunik tra il 21 e il 23 aprile, ma l’accoglienza è stata piuttosto ostile, con la gente che gridava “Vattene, traditore!”.

Il premier ormai dimissionario pensava di poter riconquistare la fiducia della popolazione, e il viaggio nel Syunik aveva un’importanza strategica in questa campagna. Il Syunik è una delle zone che ha più sofferto in seguito agli accordi di pace, per la sua posizione a sud dello stesso Karabakh, e per essere uno dei maggiori centri dell’opposizione nel Paese. Pašinyan aveva tentato di visitarlo già lo scorso dicembre, subito dopo la sconfitta bellica, ma la popolazione ha bloccato le strade, istigata dalle stesse autorità locali, e il premier si era dovuto accontentare di una breve visita alla cittadina di Sisyan, nel nord della regione.

Prima del conflitto del 2020, il Syunik viveva in condizioni relativamente tranquille, confinando a est con il Nagorno Karabakh ancora in mano armena, a sud con l’Iran e solo a ovest con il Nakhičevan azero, diviso da una impervia cresta montuosa. Ora gli azeri circondano la zona da est per tutto il percorso stradale, che ha diviso alcuni villaggi tra le due parti del confine.

Questa volta Pašinyan è riuscito a visitare i centri principali della regione, arrivando senza preavviso, ma i canali social avevano comunque preannunciato la sua presenza, e non sono mancate le tensioni soprattutto nelle città più a sud, Agarak e Megri. Il corteo del premier è stato accolto da colonne di manifestanti accalorati, usando anche termini come “aborto dei turchi” e l’insulto siktir git (“vattene di qua”), espressione turca che gli armeni usano per umiliare l’avversario. Quando l’auto si è avvicinata al cimitero locale di Agarak, i manifestanti sono saltati sul cofano gridando “vieni qui, che i genitori dei soldati defunti possano sputarti in faccia”.

A Sisyan il premier ha cercato anche di visitare la chiesa di san Gregorio l’Illuminatore, apostolo e protettore dell’Armenia, ma il sacerdote locale Pargev Zeinalyan si è rifiutato di stringergli la mano, chiedendogli di lasciare il luogo sacro (foto 2). Alla fine del giro per il Syunik, il premier ha preteso le dimissioni del capo locale della sicurezza, a cui ha pubblicamente strappato le mostrine, e la situazione si è un po’ calmata, anche se sulla via del ritorno la gente ha gettato uova contro la sua macchina.

Del Syunik, o meglio dello Zangezur, si è parlato in questi giorni anche a Baku, dopo l’intervento del presidente Aliev in televisione, la sera del 20 aprile. Aliev ha promesso di aprire la via di comunicazione con la regione del sud “a qualunque costo”, ripristinando anche la ferrovia già esistente ai tempi sovietici, i cui binari erano stati divelti dagli armeni, che ora dovranno restaurarli secondo gli accordi di pace, garantendo la sicurezza dei trasporti.

La realizzazione del progetto va piuttosto a rilento, proprio per le resistenze della popolazione locale. Il principale mediatore armeno nelle trattative, il vice-premier Mger Grigoryan, ha condizionato la via del Syunik alla riapertura di tutte le tratte del periodo sovietico che collegavano l’Urss all’Iran. Il presidente azero ha però avvisato che “se gli armeni non apriranno il corridoio con le buone, lo faremo noi con la forza”.

La minaccia di un nuovo conflitto sarà forse decisiva per l’esito delle prossime elezioni, in cui Pašinyan confida di rilanciare la sua immagine di “leader del popolo”. Il Paese è molto provato e diviso, e anche il nuovo parlamento potrebbe non essere in grado di trovare una soluzione alla crisi.

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