20/05/2014, 00.00
CINA - STATI UNITI
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Pechino, braccio di ferro con gli Usa sullo spionaggio industriale e telematico

Il governo americano mette nella lista dei "most wanted" cinque ufficiali dell'esercito cinese, accusati di furto di segreti commerciali e spionaggio. Pechino risponde con furia, convoca l'ambasciatore Usa e si ritira dal tavolo congiunto sino-americano per la sicurezza telematica. Dietro lo scontro, la lotta per la supremazia nell'Asia pacifico e la volontà di "ridimensionare" le mire cinesi.

Pechino (AsiaNews) - Il governo cinese è "pronto a tutto" pur di non cedere davanti alle "accuse ipocrite" mosse ieri dalla controparte americana a cinque ufficiali dell'Esercito di liberazione popolare, accusati di spionaggio industriale e furto telematico e inseriti nella lista dei "most wanted" dell'Fbi (v. foto). Nella lista ci sono Wang Dong, Sun Kailiang, Wen Xinyu, Huang Zhenyu e Gu Chunhui, tutti impiegati nella famigerata Unità 61398. Secondo diverse fonti, proprio questa Unità - di base a Shanghai - sarebbe "il più imponente centro di spionaggio telematico al mondo".

Gli imputati sono accusati di furto di segreti commerciali e spionaggio industriale. Secondo le accuse, gli hacker cinesi avrebbero attaccato i sistemi di industrie nel campo nucleare, metallurgico e dell'energia solare. Sono sei le compagnie statunitensi dei settori nucleare, metallurgico e solare "oggetto di spionaggio industriale" da parte dei militari cinesi. Le società colpite sarebbero Alcoa, Westinghouse, Allegheny Technologies, US Steel, United Steelworkers Union e SolarWorld. I danni dello spionaggio, avvenuto fra il 2006 e il 2014, ammonterebbero a 400 miliardi di dollari l'anno.

Il ministro della Giustizia Usa, Eric Holder, ha dichiarato che Washington non tollererà nessun tentativo da parte di governi stranieri di sabotare le compagnie americane. "In modo sistematico aziende americane hanno subito furti di informazioni da parte di cinque hacker dell'esercito cinese - ha detto Holder - È arrivata l'ora di reagire contro questi atti di cyber-spionaggio che hanno come unico scopo aiutare in modo illegale l'industria di Pechino".

Il governo cinese ha risposto con forza, negando le accuse e annunciando il proprio ritiro dal tavolo congiunto per la lotta allo spionaggio online. L'organismo era nato lo scorso aprile 2014 proprio con lo scopo di "unire le forze" per impedire il furto telematico di dati sensibili di natura economica o politica. Il ministero degli Esteri di Pechino ha rconvocato l'ambasciatore american Max Baucus, e ha avvertito che le accuse poggiano "su dati fabbricati ad arte" e che per questo "non verranno neanche prese in considerazione".

Inoltre, la Cina ha voluto "ricordare" alla controparte americana lo scandalo provocato dalle rivelazioni di Edward Snowden, la "talpa" che proprio da Hong Kong ha dato il via al "Datagate" fornendo le prove di un massiccio spionaggio della Rete da parte delle autorità statunitensi. Un funzionario cinese ha definito le accuse americane "ipocrite, dopo che il mondo ha scoperto cosa hanno fatto attraverso la National Security Agency".

Diversi esperti del ramo sostengono ora che è "impossibile" che le accuse si tramutino in una formale messa in stato di accusa: di fatto, queste hanno lo scopo di "sottolineare la lunga battaglia dell'amministrazione Obama contro le minacce telematiche". Secondo un rapporto governativo americano, circa 40 programmi militari del Pentagono e altre 30 nuove tecnologie sviluppate dalla Difesa sono stati "compromessi" da "intrusioni cinesi". Mark Rasch, esperto di diritto e cybersicurezza, spiega: "Ora il governo cinese, con ogni probabilità, emetterà delle accuse simili contro cittadini americani, che saranno accusati di violazioni telematiche".

La questione rientra in un quadro più ampio di confronto fra le due super-potenze mondiali. Washington è sempre più critica nei confronti di Pechino per il comportamento nel Mar cinese orientale e meridionale, dove la Cina ha ingaggiato una "guerra di nervi" con tutte le altre nazioni dell'area per rivendicare la sovranità di isolette, stretti e diritti di estrazione in mare aperto. Pechino, da parte sua, accusa gli Stati Uniti di aver modificato la propria politica estera - direzionandola verso l'Asia orientale - per cercare di riparare i danni di un decennio di "disastri" in Medio Oriente. 

 

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