09/04/2021, 12.17
CINA
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Pechino è prima nell’export del vaccino contro il Covid-19

Vendute o donate 80 milioni di dosi a 60 Paesi. Primato favorito dal blocco alle esportazioni di Europa e India. I vaccini cinesi non hanno ancora la licenza dell’Oms. La Cina avrà problemi a produrre abbastanza vaccini per se e per l’estero. Un'arma geopolitica “spuntata”.

 

Pechino (AsiaNews) – La Cina è il Paese che esporta più dosi di vaccino contro il Covid-19. Secondo diverse fonti, finora  i cinesi hanno inviato a 60 nazioni un totale di 80 milioni di dosi: l’Unione europea ne ha esportate 77 milioni; l’India 64 milioni. Il primato cinese in questa speciale classifica è dovuto al fatto che gli altri governi hanno bloccato o ridotto le esportazioni per concentrarsi sull’immunizzazione interna.

Milioni di spedizioni del farmaco cinese rientrano in accordi commerciali: solo poco meno di 100mila sono donazioni a Paesi poveri. Prima della pandemia, la Cina era un piccolo esportatore di vaccini: essa copriva solo l’1% del mercato globale. Come riportato da AsiaNews, agli inizi di marzo i cinesi avevano distribuito quasi otto milioni di dosi in America Latina. I produttori di Pechino hanno consegnato all’estero anche 90 milioni di basi per la produzione dei propri vaccini in Messico, Indonesia e Brasile.

Il problema è che i vaccini cinesi (Sinopharm, Sinovac Biotech e CanSino Biologics) non hanno ottenuto ancora il riconoscimento di validità ed efficacia dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Per questo motivo essi non possono essere inclusi in Covax, il programma mondiale per vaccinare i Paesi in via di sviluppo. A causa del blocco indiano ed europeo, in questo momento Covax è in forte ritardo nella distribuzione dei farmaci anti-Covid.

L’Oms ha detto che necessita di maggiori dati per concedere la propria licenza ai vaccini di Pechino e che una decisione sarà presa entro fine aprile. Nel frattempo i cinesi vanno avanti con le esportazioni sulla base delle autorizzazioni ottenute dai singoli governi.

Analisti fanno notare anche che la Cina avrà problemi a produrre una quantità tale di vaccini da garantire le somministrazioni interne e allo stesso tempo rispettare gli accordi con l’estero. Il presidente cinese ha detto che entro fine giugno sarà immunizzato il 40% della popolazione (circa 560 milioni di persone). Finora in Cina la campagna nazionale di vaccinazione va al rilento, almeno rispetto ai risultati ottenuti da Paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna. Fino a ieri, le autorità sanitarie cinesi hanno somministrato 155 milioni di dosi: circa 11 vaccinazioni per 100 abitanti; il dato è lontano da quello di britannici (56 dosi per 100 residenti) e statunitensi (52), ma migliore di quello registrato in India (quasi 7).

Alcuni Paesi con cui Pechino ha concluso accordi per i vaccini si sono lamentati per le mancate consegne. Secondo la Reuters e altri media, i cinesi avrebbero dovuto inviare 50 milioni dosi in Turchia entro fine febbraio: a fine marzo Ankara ne ha ricevute solo 16 milioni. In base ai calcoli del South China Morning Post, solo sei nazioni hanno ricevuto più di tre milioni di dosi del farmaco cinese.

L’accusa rivolta alla Cina è di usare il vaccino come uno strumento per guadagnare influenza geopolitica a danno degli Usa e dei suoi alleati. L’ultimo allarme è stato lanciato da Taiwan, secondo cui i cinesi hanno offerto il vaccino al Paraguay in cambio del riconoscimento diplomatico: Asunción ha rapporti formali con Taipei, ma non con Pechino, che considera l’isola una provincia “ribelle”. Come osservato da più parti, l’arma potrebbe rivelarsi però spuntata, dato che l’offerta mondiale sarà più che sufficiente dopo che Stati Uniti, Europa e India avranno vaccinato larga parte della propria popolazione.

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