28/01/2026, 12.27
LIBANO - ISRAELE
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Prigionieri libanesi in Israele: dossier ‘caldo’ nei colloqui

di Fady Noun

La questione fra i nodi più delicati del dialogo avviato dai due fronti dopo il cessate il fuoco del novembre 2023. Per Beirut è una “priorità diplomatica”, ma dallo Stato ebraico non vi è collaborazione come afferma anche il Comitato internazionale della Croce rossa. Sullo sfondo le tensioni in Iran e la minaccia di Hezbollah di intervenire al fianco della Repubblica islamica. 

 

Beirut (AsiaNews) - Al centro della controversia tra Libano e Israele, la questione dei detenuti libanesi riemerge come uno dei punti più delicati del dialogo avviato dopo il cessate il fuoco del novembre 2023. Un tema attuale, tanto più che la situazione si fa sempre più tesa con l’aumento delle tensioni militari nella regione mediorientale e con la minaccia di Hezbollah di intervenire in caso di attacco all’Iran. Secondo le autorità di Beirut, almeno una ventina di cittadini sarebbero attualmente detenuti nello Stato ebraico, per lo più senza processo e in una condizione di opacità denunciata dalle famiglie e dalle organizzazioni non governative. Il Paese dei cedri afferma di aver fatto della loro liberazione una priorità diplomatica, mentre il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) lamenta una totale mancanza di cooperazione. Questo caso rivela il persistente ricorso di Israele alla detenzione come strumento politico e di sicurezza nei suoi rapporti con il Libano.

All’ombra del conflitto

Tra il potere libanese ed Hezbollah i rapporti si stanno deteriorando rapidamente, sullo sfondo delle tensioni regionali. “Non resteremo neutrali” ha affermato il segretario generale del partito, Naïm Qassem, evocando il rischio di uno scontro tra Teheran e il tandem Stati Uniti-Israele, nonché la possibilità di un intervento militare contro lo Stato ebraico. All’ombra di un possibile conflitto regionale - accanto al ritiro israeliano, cessazione delle violazioni e stabilizzazione del confine meridionale - la questione dei detenuti libanesi in Israele è uno dei punti centrali affrontati nel dialogo successivo al cessate il fuoco del 27 novembre 2023.

Secondo le autorità almeno una ventina di libanesi sono attualmente detenuti da Israele. Un elenco trasmesso alla presidenza della Repubblica riporta 23 persone: tre sarebbero state catturate prima del conflitto con Hezbollah, undici durante la guerra e nove dopo il cessate il fuoco del novembre 2024. Tra loro figurano presunti combattenti, ma anche diversi civili - un pastore, pescatori, operai dell'alluminio - il cui arresto è contestato dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Tutti sarebbero detenuti senza processo, tanto in regime di custodia amministrativa che nell’ambito di indagini militari.

Secondo un ufficiale libanese, che ha parlato in forma anonima, “i detenuti libanesi in Israele sono vittime di un sistema opaco”. Procedure giuridiche complesse, accesso limitato agli avvocati e alle famiglie, lontananza geografica e lunghi periodi senza notizie costituiscono quella che molti osservatori descrivono come una strategia di silenzio istituzionale, utilizzata come arma psicologica. I corrispondenti dei giornali europei parlano di un sistema carcerario “duro, freddo e molto codificato”, in cui la logica della sicurezza prevale sull’individuo. Il Circ afferma, da parte sua, di non aver ottenuto l’accesso ai luoghi di detenzione in Israele, nonostante le ripetute richieste e Israele rifiuterebbe anche di fornire informazioni sulle condizioni o l’ubicazione dei prigionieri.

Priorità di Aoun

In questo contesto, il presidente della Repubblica Joseph Aoun ha fatto del ritorno dei detenuti “una priorità”, nonostante la campagna mirata di Hezbollah che afferma che “non si sta facendo nulla” per loro. Il capo dello Stato ha sollevato la questione in diverse occasioni, in particolare durante i suoi incontri con il presidente del Circ e nei suoi scambi diplomatici a New York. “I contatti proseguono per ottenere il loro rilascio” ha assicurato a una delegazione dell’Associazione libanese dei prigionieri liberati. Il caso è seguito anche dal comitato di sorveglianza del cessate il fuoco, che riunisce Libano, Israele, Stati Uniti, Francia e la Forza interinale Onu in Libano (Unifil).

Una fonte governativa libanese, dietro anonimato, deplora tuttavia la mancanza di cooperazione dalla parte israeliana. “La liberazione dei prigionieri è una rivendicazione centrale del Libano, al pari del ritiro israeliano e della cessazione delle aggressioni. Ma finora Israele non si è dimostrato affatto collaborativo”, afferma. Ad oggi, lo Stato ebraico ha fornito informazioni solo su un unico detenuto, il capitano della marina Imad Amhaz. Quest’ultimo è stato rapito nel novembre 2024 a Batroun, sulla costa settentrionale di Beirut, da un commando israeliano. L’operazione è stata filmata dalle telecamere di sorveglianza. In una confessione filmata e diffusa dall’esercito israeliano Amhaz afferma di essere membro di Hezbollah, ma le dichiarazioni potrebbero essere state estorte.

Famiglie nell’incertezza

Le famiglie dei detenuti vivono nell’incertezza. Grazie a quattro libanesi rilasciati l’11 marzo 2025 come “gesto di buona volontà” nei confronti del neoeletto presidente Aoun, è stato possibile ottenere alcune precisazioni sulla sorte di una parte di loro. Tra i detenuti liberati figura Ahmad Chokor, che ha confermato di aver incontrato altri prigionieri libanesi nel carcere di Ofer, in Cisgiordania. Anche alcuni ex detenuti palestinesi liberati nell’ottobre dello scorso anno nell’ambito del cessate il fuoco tra Hamas e Israele hanno contribuito a sollevare parzialmente il velo per alcune famiglie. A questa lista si è aggiunta la scomparsa nella Bekaa, lo scorso 19 dicembre, di un ex ufficiale della Sicurezza generale, Ahmad Ali Chokr (omonimo del detenuto rilasciato). Fratello di un militante di Hezbollah legato al caso del pilota israeliano Ron Arad, scomparso nel 1986 e oggi presumibilmente morto, quest’ultimo è stato probabilmente attirato in una villa e rapito dal Mossad, con la complicità di libanesi. Non si hanno sue notizie e potrebbe essere stato ucciso.

Secondo l’Associazione libanese dei prigionieri, la sorte di altre 38 persone rimane tuttavia sconosciuta dopo l’avventurosa guerra a sostegno di Hamas. “Potrebbero essere detenuti in Israele, essere stati uccisi o i loro corpi potrebbero essere trattenuti”, spiega ad AsiaNews il suo presidente, Ahmad Taleb. Questo dossier si inserisce in un contesto temporale di lungo periodo. Tre nomi presenti nella lista presidenziale ricordano la profondità storica della controversia: Yehya Skaff, membro di Fatah catturato nel 1978 dopo un’operazione vicino a Tel Aviv; Abdallah Alyan, rapito dalla sua casa di Bayada nel 1981; Mohammad Farran, catturato nel 2005 al largo di Naqoura. Le discussioni sui detenuti libanesi rischiano quindi di diventare una questione fondamentale nei futuri negoziati, non solo sul piano umanitario, ma anche nel contesto geopolitico esplosivo in cui l’ombra di un conflitto regionale non è scomparsa dall’orizzonte.

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