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MALAYSIA
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Selangor: anche il partito islamista invita alla calma sulle dispute sui luoghi di culto

di Joseph Masilamany

Dopo una serie di episodi violenti, tra cui l’incendio dei veicoli di un attivista e la profanazione di un simbolo indù, tornano al centro del dibattito pubblico in Malaysia. Un esponente del partito PAS ha invitato alla moderazione. La questione è legata ai terreni in cui sorgono i templi indù, costruiti su terreni privati o statali, mentre il governo fatica a trovare soluzioni condivise.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Un esponente del Parti Islam Se-Malaysia (PAS), il partito islamista malese, ha invitato alla moderazione di fronte al crescere delle tensioni legate alle dispute sui luoghi di culto, affermando che atti di intimidazione e violenza rischiano di minacciare il fragile equilibrio interreligioso del Paese.

Ab Halim Tamuri, rappresentante del partito nello Stato di Selangor, ha rilasciato la sua dichiarazione in malese, cinese mandarino e tamil, dopo che nei giorni scorsi è stata data alle fiamme l’auto di un attivista sociale. “Tali azioni sono profondamente deplorevoli e inaccettabili in un Paese che difende lo stato di diritto e valorizza l’armonia tra la sua popolazione multietnica”, ha detto, aggiungendo che le dispute sulla proprietà dei terreni o sulla costruzione di luoghi di culto dovrebbero essere affrontate attraverso i canali legali e le autorità competenti, perché “farsi giustizia da soli minaccia l’ordine pubblico”, ha sottolineato. 

Halim si è rivolto anche al governo centrale: “I ritardi nell’affrontare questa questione non faranno che creare spazio per speculazioni e per la diffusione di informazioni fuorvianti che potrebbero infiammare i sentimenti etnici e religiosi”. E poi ai leader religiosi, a cui ha chiesto di ridurre le tensioni. 

Nei giorni scorsi sono stati incendiati tre veicoli appartenenti all’attivista Cikgu Chandra, noto per aver commentato alcuni episodi legati alle tensioni etniche e religiose. La polizia sta indagando su un possibile atto di intimadazione. Cigku oggi ha dichiarato: “Non mi sposterò da qui e non fuggirò da questa zona. Questo episodio ha rafforzato ancora di più la mia determinazione a continuare a far sentire la mia voce”.

Le autorità stanno inoltre esaminando una presunta profanazione di un simbolo sacro indù e un presunto assalto contro il predicatore musulmano Zamri Vinoth figura controversa più volte accusata di aver espresso online commenti discriminatori e razzisti contro la counità indù.

Il ministro per l’Unità nazionale della Malaysia, Aaron Ago Dagang, ha esortato la polizia ad agire contro i responsabili, avvertendo che episodi di questo tipo potrebbero compromettere il delicato equilibrio razziale e religioso del Paese.

La Malaysia ospita una popolazione diversificata composta da malesi, cinesi, indiani e comunità indigene. L’islam è la religione ufficiale, ma la costituzione garantisce la libertà di culto per le altre fedi, tra cui cristianesimo, buddhismo, induismo e sikhismo.

Da decenni riemergono periodicamente le controversie sui luoghi di culto, in particolare sui templi indù costruiti su terreni privati o governativi. Si tratta di templi fondati dai lavoratori indiani delle piantagioni durante il periodo coloniale, spesso senza titoli formali di proprietà dei terreni. Successivamente, con l’espansione dello sviluppo urbano a partire dagli anni ‘70, i conflitti sulla proprietà fondiaria hanno talvolta portato a ordini di trasferimento o demolizione, in particolare a Kuala Lumpur e a Selangor.

Un caso molto discusso si verificò nel 2007, quando un tempio indù storico a Kampung Rimba Jaya, Shah Alam, fu demolito, provocando le proteste dei residenti. Più recentemente sono sorte nuove controversie sui templi che si troverebbero su terreni destinati allo sviluppo urbano.

Il primo ministro Anwar Ibrahim, salito al potere promettendo riforme e un governo inclusivo, ha cercato di bilanciare le sensibilità delle diverse comunità religiose, ma diversi gruppi della società civile sostengono che i progressi sono troppo lenti, lasciando la porta aperta a nuove tensioni, mentre le riforme relative allo status dei terreni e alla protezione dei siti religiosi devono ancora concretizzarsi.

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